Regno Hashemita di Giordania

 

giordania_mappaAhlan Wa Sahlan!! Benvenuti in Giordania! Da quanto tempo si parlava di far questo viaggio…  e finalmente eccoci qui.

10 marzo 2013  – Il volo parte da Malpensa ed è davvero comodissimo, l’aereo di Air Jordan è confortevole, pulito e anche il pranzo, per essere su un aereo, si difende. Arriviamo puntualissimi all’aeroporto di Amman dedicato a Queen Alia , terza moglie del re Hussein, dove un’auto ci raccoglie e ci porta al nostro hotel, Landmark. La posizione non è delle più felici, ma è un buon hotel. Scopriamo che vi hanno soggiornato numerose personalità internazionali: se la maggior parte provengono dal mondo arabo, ci sono stati anche italiani “illustri”: Carlo Azeglio Ciampi, Massimo D’alema (scritto così!) .IMG_0623

La cena in hotel è discretamente buona. Ci sono altri italiani che sembrano essere insieme, chissà se faranno il nostro tour … Non conosciamo ancora la nostra guida, ci è stato solo specificato l’appuntamento per la mattina successiva: alle 8 pronti, si parte!

11 marzo – La nostra guida è un bel signore dall’aria moderatamente mediorientale (ma lo è profondamente inside, come scopriremo) che si chiama Ismail Shkokani, per gli amici Ismail. E’ veloce e organizzato, ci fa giustamente osservare che le cose da vedere durante il viaggio saranno molte e non c’è tempo da perdere. Siamo un gruppo di nove persone dove casualmente tutti gli uomini si chiamano Gianfranco, Franco o Francesco … scopriremo alla fine del tour di aver trovato dei veri compagni di viaggio.IMG_7078

La Giordania come la conosciamo oggi è un paese molto giovane, nato nel 1921, e questo dettaglio pesa sulla sua architettura: non esiste quasi niente di bello di quanto costruito in questi novant’anni, le case sono essenziali e disarmoniche, le moschee, che avrebbero pretese artistiche, sono altrettanto anonime. In compenso il tuffo nel passato è molto profondo.

La mattina è dedicata alla visita di Amman, la “città bianca” che sorge su sette colli. Deve il suo nome alla dinastia degli ammoniti, ma ha superato numerose vicende prima che Tolomeo la ricostruisse, nel terzo secolo d.C., e le desse il nome di Philadephia. Con l’arrivo dei romani entrò a far parte della Decapoli,  in quanto sorgeva sulla Via Nuova Traiana, che attraversava la regione in verticale e arrivava al mare, ad Aqaba. Successivamente fu abitata e gestita in periodi alterni da arabi e bizantini, finché proprio gli arabi non spostarono i loro interessi verso oriente e verso Bagdad, segnando così l’abbandono della città. Solo nel 1880 venne ripopolata dai circassi, popolazione di origine russa e di religione musulmana installata ad Amman dagli ottomani. La rinascita definitiva avvenne proprio nel 1921 quando un accordo tra Winston Churchill e re Abdullah bin al-Hussein diede vita a questo nuovo stato nazionale arabo.

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Oggi la prima tappa è la Cittadella, la zona archeologica i cui resti più antichi risalgono a  7000 anni fa. Per raggiungerla il nostro pulmino si arrampica sulla strada dalla quale vediamo i resti delle antiche mura. Dall’alto il panorama è bello e suggestivo: sotto di noi si stende un presepe di casette cubiche costruite senza alcuna strategia e che coprono tutto lo spazio disponibile. Sulla collina di fronte, Raghadan, si intravede la residenza reale, sotto di noi il centro della Philadelphia romana, con il teatro. Ci fermiamo a visitare le colonne e i resti del tempio di Ercole, costruito in onore dell’imperatore Marco Aurelio: le colonne sfoggiano capitelli IMG_6165corinzi, mentre l’enorme mano del gigante ci fa intendere quanto fosse grande la statua del dio. Ci spostiamo e riconosciamo i resti di una basilica bizantina, raggiungiamo al-Qasr, il Palazzo del Califfo, che si apre con una costruzione in pietra decorata con bassorilievi eleganti, coperta da una enorme cupola in legno. IMG_6180All’interno il canto festoso e continuo di uccelli invisibili crea una colonna sonora un po’ surreale. A fianco vediamo una grossa cisterna, oggi in disuso ma in passato punto di raccolta delle acque che servivano alla città. Da questa posizione possiamo ammirare una enorme bandiera della Giordania, talmente grande e pesante da avere un movimento morbido e lento, come sventolasse al rallentatore. IMG_6169La bandiera ha un significato preciso: le tre bande orizzontali, nera, bianca e verde, rappresentano  tre califfati, il triangolo rosso è il simbolo della dinastia Hashemita e della Rivolta Araba, mentre la stella bianca a sette punte ha un doppio significato, i sette versi della prima sura del Corano e l’unione dei popoli arabi.

Visitiamo ancora il piccolo ma interessantissimo museo archeologico, dove ci abituiamo a riconoscere le foto onnipresenti dell’attuale re Abdullah e del padre, Hussein. Tra le primitive sculture, molto bella la testa con due volti.

Scendiamo ora nella città bassa per visitare il teatro romano, grande e grandioso, perfettamente conservato e tutt’ora utilizzato, e i musei adiacenti del Folklore e della Tradizione Popolare. Qui impariamo come è vestita e attrezzata una guardia del deserto.

Lasciamo Amman per spostarci a nord est, verso il confine con l’Irak, e approfondire la conoscenza di alcuni castelli degli Omayyadi. Ci fermiamo alla fortezza   di al-Azraq – che vuol dire azzurro – in riferimento all’acqua di cui è ricca la regione. E’una costruzione militare grande e possente in basalto, la locale pietra scura, dove si riconoscono i diversi ambienti dedicati agli uomini o agli animali, e dove sono già visibili coperture a volta e archi a tutto sesto.  Eretta dai Romani nei primi secoli dopo Cristo, è stata usata successivamente dagli arabi, come denota la trasformazione in moschea dell’edificio centrale, dove è stato aggiunto il mirhab. E’ stata infine utilizzata come punto di appoggio da Lawrence d’Arabia.IMG_6218

E’ ora di pranzo, assaggiamo quella che ci viene presentata come una specialità, la “rovesciata”, riso con pollo e verdura pressati in una casseruola, e rovesciati sul piatto dove mantengono la forma rotonda del contenitore. Alla fine del pranzo prendiamo il caffè, ottimo caffè turco aromatizzato al cardamomo, e Ismail mi fa l’onore di leggere i fondi. Quello che mi dice si discosta molto dalla realtà che penso mi attenda, ma è comunque interessante assistere alla coreografia un po’ magica di questa tradizione.IMG_6225

La visita continua a Qusayr Amrah, un raro esempio di architettura musulmana dove le decorazioni comprendono, nonostante il divieto della religione, la rappresentazione di figure umane maschili e femminili, oltre a un’immagine di Cristo. La costruzione, molto elegante, si presenta nel suo insieme come un rifugio lontano da tutto e da tutti, dove l’attenzione al piacere e al bel vivere pare particolarmente curata. Oltre alle stanze centrali affrescate con scene diverse e paesaggi, ci sono le stanze dell’hammam, con i tre locali per le diverse temperature, dove è notevole una volta affrescata con la mappa celeste, oltre ai segni dello zodiaco e a divinità greco-romane. All’esterno della costruzione principale c’è un pozzo e si può riconoscere il sistema idrico che permetteva il rifornimento dell’acqua. Non è difficile immaginare come, un tempo, anche la parte esterna fosse curata e armoniosa come l’interno.

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Un caldo tè offerto sotto una tenda beduina ci prepara all’ultima tappa della giornata: l’imponente fortezza di Qasr al-Kharanah, luogo di difesa ma anche caravanserraglio a disposizione dei commercianti che trasportavano le loro merci per centinaia di chilometri attraverso il deserto. Sul cortile interno si affacciano le aperture degli spazi per i cavalli, cammelli e dromedari, mentre al piano superiore ci sono ben 61 stanze per l’accoglienza dei viaggiatori, tutte decorate con affreschi, sculture, volte, arcate.IMG_6244

Al rientro ad Amman decidiamo di terminare la giornata con una visita alla città bassa, dove vivono e si muovono le persone del posto. Diamo un’occhiata dall’esterno alle rovine del Ninfeo, che doveva essere davvero grande, acquistiamo spezie nel suq, dove gli animali si vendono vivi, arriviamo fino alla moschea al-Hussein, o Grande Moschea, la più antica della città. Mentre il sole tramonta, in città piano piano si accendono le luci, e l’impressione di essere n un presepe si rafforza ancora. Un taxi ci riporta all’albergo.

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12 marzo – Oggi, da Amman, ci dirigiamo verso nord, dove c’è il confine con Israele e la Siria. L’itinerario si snoda in un percorso pianeggiante, e la strada passa in mezzo a colline fiorite, colture e oliveti. Passiamo cittadine che si somigliano tra loro, casette bianche e disordine orientale,campus universitari modernissimi,  superiamo il fiume az-Zarqa, già attraversato da Giacobbe per andare in Palestina. Il centro più grande e importante è rappresentato dalla città di Irbid, e da lì arriviamo finalmente al sito di Umm Qays, l’antica Gadara (oggi Gedara) fondata in epoca ellenistica ed entrata a far parte delle Decapoli. La città sorge in una splendida posizione strategica, ed è possibile vedere, nonostante la foschia, le alture del Golan, il lago di Tiberiade e alcune città israeliane, sull’altro versante del lago stesso. L’origine del nome Umm Qays è controversa, pare derivi dal nome della sorgente che assicurava l’acqua alla regione, oppure dal fatto che fosse un centro per la riscossione dei tributi. Si riconoscono i resti ben conservati di costruzioni ottomane, alcune ancora utilizzate, ed è chiaro l’incrocio tra il cardo e il decumano, le principale arterie stradali secondo l’urbanistica romana. Numerosissime colonne corinzie delimitano i percorsi, mentre Ismail ci spiega che quanto vediamo non è che una parte dei resti ancora sepolti sotto la collina. Attraversiamo un quadriportico ancora pavimentato e riconosciamo perfettamente il perimetro e l’abside di una basilica di forma ottagonale, risalente al VI secolo, con alcune colonne in basalto nero. Visitiamo il teatro ovest, datato II secolo, costruito in basalto e con due ordini di posti. Il ninfeo è ben conservato e di discrete dimensioni.IMG_6311

La posizione di Gedara, prossima alla cuspide dove si toccano Giordania, Israele e Siria, offre l’occasione per una piccola lezione di storia e di geografia. I conflitti tra Israele e Siria sono sempre accesi, e le alture del Golan sono ambite da entrambi gli stati, oltre che dalla Giordania, per la loro ricchezza in acqua. La Giordania è infatti il quarto Paese al mondo nella classifica degli stati più assetati.

Lasciamo Gedara e costeggiamo il confine israeliano con un percorso boscoso e ricco di vigneti: raggiungiamo  il Castello di Ajlun, una massiccia, enorme costruzione in pietra, chiaro esempio dell’architettura araba. Sorge a 1200 metri di altezza su una vallata panoramica e aperta che spazia dalla valle del Giordano alle alture della Galilea. La fortezza è stata voluta e costruita dal nipote di Saladino durante le guerre Crociate per controllare i movimenti bellici. E’ stato distrutto dai mongoli, ricostruito dai mamelucchi e finalmente, nel 1812, scoperto da Johann Ludwig Burkhardt, ma solo negli anni ’60 del secolo scorso iniziarono i lavori di restauro e consolidamento. Per quanto potente e interessante, la cosa più bella è senz’altro lo spettacolare panorama sulle valli coltivate intorno.IMG_6315

Anche oggi assaggiamo una specialità: il pane arabo appena sfornato.IMG_6333

Il pomeriggio è dedicato alla visita di uno dei siti più belli e suggestivi lasciati dai romani: Jarash, l’antica Gerasa. Se le origini risalgono all’età del Bronzo, è con Alessandro Magno e, successivamente, gli imperatori romani Traiano e Adriano, che raggiunse il massimo splendore e l’armonia architettonica che ammiriamo ancora oggi.

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L’entrata nel sito è indicata dal possente Arco di Adriano, bellissimo con le sue decorazioni ben restaurate e il caldo color ocra. Oltre l’arco, sulla sinistra c’è l’ippodromo, tutt’ora funzionante e utilizzato, dove si riconoscono antiche stalle. Si arriva alla Porta Sud, e si entra nel sito monumentale, si raggiunge la spettacolare Piazza Ovale, delimitata da un ordinato ordine di colonne, pavimentata con pietre che diventano più piccole man mano che si va verso il centro della piazza, aumentando così l’effetto ellittico. Se la Piazza Ovale è il punto più spettacolare, intorno lo spazio è ricco di monumenti che raccontano la storia. Il Tempio di Zeus, che risale al II secolo d.C., si raggiunge attraverso una scala monumentale, accanto il Teatro Sud, capiente per 3500 spettatori, dall’acustica perfetta e ben pavimentato, è ancora utilizzato durante un importante festival che si tiene in estate. Qui, tre guardie del deserto in divisa ci suonano l’inno nazionale giordano!

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Visitiamo il Tempio di Artemide, ancora un’emozione per la bellezza e la strategia architettonica delle colonne antisismiche, e da lì raggiungiamo le chiese di San Giovanni, San Giorgio e Ss. Cosma e Damiano, con splendidi pavimenti in mosaico. La nostra passeggiata ci conduce a incrociare anche qui cardo e decumano, e fino al teatro nord, che era sede degli incontri amministrativi e usato durante le elezioni. IMG_6402Naturalmente c’è una Porta Nord, e ancora il grande Ninfeo, la Cattedrale sorta sui resti di un tempio dedicato a Bacco, il Tetrapilo e le botteghe dei commercianti … Ma in assoluto la cosa più toccante di questa visita è l’esperienza di viaggiare nella storia, di andare indietro nei secoli in mezzo a bellezza e armonia, volute da uomini grandi capaci di capirle e apprezzarle. La natura intorno, e la giornata soleggiata e tiepida, confermano queste sensazioni.

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13 marzo – Stamattina lasciamo definitivamente Amman, e ci dirigiamo verso sud. La prima tappa, non lontana, è il Monte Nebo, un luogo ricco di simboli e di storia: da qui, straordinario balcone sulla valle del Giordano, Mosè contemplò Israele, la Terra Promessa, qui fu sepolto e i Padri Francescani della Custodia della Terrasanta hanno costruito il memoriale a lui dedicato. Il panorama esterno è spettacolare, con l’ampia vallata che declina verso il Giordano e il Mar Morto e la città di Gerico sullo sfondo, dall’altra parte della valle. Una mappa stilizzata indica la posizione delle città più note in terra d’Israele, luoghi storici e resi sacri dal Nuovo Testamento, o tristemente famosi per le tensioni sempre presenti nell’area. In lontananza, oltre la valle del Moab piuttosto brulla, osserviamo le terre rese fertili dal Giordano e verdi di boschi e colture. La chiesa, uno spazio cristiano in terra araba, è chiusa per restauri, ma i bellissimi mosaici bizantini sono visibili nel loro perfetto stato di conservazione: animali, figure umane, fregi colorati si alternano con eleganza e armonia.

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Lasciamo il Monte Nebo e ci fermiamo a Madaba, un luogo storico di origine bizantina che meriterebbe una visita ben più approfondita. Noi ci dobbiamo accontentare (anche se non è poco!) di visitare la chiesa di San Giorgio, un tempio di rito greco ortodosso costruita nel 1896, dalla facciata semplice e dall’interno piacevole e luminoso. Qui è conservata la Mappa di Terrasanta,
IMG_6485 quanto resta di un mosaico antichissimo, databile intorno al 560 d.C., una vera carta geografica biblica dove sono citate oltre 150 località ognuna riconoscibile per le immagini e i colori che le rappresenta. Al centro della mappa si impone Gerusalemme, di cui sono riconoscibili molti monumenti, e intorno non mancano vallate, corsi d’acqua, deserti. Buffi i pesci che scappano dal Mar Morto, dove non potrebbero sopravvivere.

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Vicino a Madaba sorge la fortezza di Macheronte, dove venne decapitato Giovanni Battista.

Lasciamo Madaba e continuiamo il viaggio attraverso la Strada dei Re, o via Nuova Traiana, un percorso che taglia la regione da nord a sud e, in principio, univa Busra, in Siria, con Aqaba: un’opera monumentale, costruita in soli tre anni circa duemila anni fa. Su questo percorso attraversiamo lo spettacolare Wadi Mujib, un paesaggio asciutto e ripido, punteggiato da rara vegetazione e dalle abitazioni dei nomadi, letteralmente spaccato in due, che la strada percorre fino all’omonima diga (Al-Mujib) e al bacino d’acqua che disseta tutta l’area. Risaliamo l’altro versante e arriviamo alle pianure del Moab, intensamente verdi, dove in primavera fiorirà l’iris nero, fiore ufficiale della Giordania. Raggiungiamo la cittadina di Al-Karak, ben posizionata su un’altura, dove sorge la Cittadella, una struttura ampia, panoramica, con un’ampia vista sulla vallata intorno, costruita e completata in epoche diverse dai crociati e dagli arabi. E’ molto piacevole la passeggiata in questa struttura complessa, storica, dove si intuisce la tensione passata e si gode, oggi, il piacere di una visita in pace, dove il panorama non viene osservato in cerca del nemico che si avvicina, ma per apprezzare i pini di Aleppo nella collina intorno.

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Lasciamo Al-Karak, dove come dappertutto non mancano i ritratti dei re Hussein e Abdullah, e ci rassegniamo a un lungo tragitto, che ci porta direttamente a Petra. Dormiamo nell’albergo Beit Zaman, una sorta di albergo diffuso che si presenta come un bel complesso, sebbene un po’ trascurato. La gestione è affidata ai beduini che, fino a vent’anni fa circa, vivevano a Petra, all’interno delle aperture naturali nella pietra, e che sono stati compensati dello “sfratto” con queste attività di accoglienza turistica.

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14 marzo – Petra dei Nabatei. Eccoci qui, credo di non sbagliare se affermo che chiunque viene in Giordania lo fa principalmente per visitare Petra. E con ragione, perché nessuna immagine, film o racconto può trasmettere l’emozione di questo posto unico al mondo.

All’ingresso cammelli, cavalli, calessi aspettano di accompagnare i turisti più pigri. Noi ci avviamo subito nel Siq, un passaggio stretto pochi metri e lungo oltre un chilometro, dove subito si ha la forte consapevolezza di camminare in fondo al mare. Siamo infatti circondati da rocce in arenaria dalle forme morbide e tonde, forgiate quindi prima dall’acqua e poi dal vento, dove si alternano  colori diversi che vanno dal rosa al grigio al bianco. Circa duemila anni fa i Nabatei, popolo originario della penisola arabica,  trovò naturale e sicuro rifugio in questo spazio quasi nascosto, e qui lasciò tracce profonde della sua cultura e storia. Se le abitazioni erano semplici cavità nella pietra, le tombe, che si incontrano già all’inizio del percorso, denotano una raffinatezza artistica e una perizia ingegneristica davvero affascinanti. La scelta delle forme dell’obelisco, ispirate quindi all’Egitto, o della scala, di origine assira, indicano le contaminazioni culturali assorbite da questo popolo, che ha scelto di rappresentare le divinità in forma di parallelepipedo per differenziarle dall’aspetto umano e ha saputo costruire canali di scolo dell’acqua per difendersi dalle inondazioni. IMG_6666Questa passeggiata in fondo al mare, in cui ci si sente piccoli e insignificanti a confronto dell’ordine universale, cattura per la bellezza dei colori in contrasto con l’azzurro terso del cielo, la sacralità monumentale del luogo, l’energia potente che arriva dalla forza delle rocce. Ecco perché alla fine, quando all’improvviso lo spazio si apre su Al-Khazneh, il Tesoro del Faraone, si è quasi impreparati, ancora distratti dal percorso precedente.

IMG_6691La grande e imponente facciata, eretta nel primo secolo a.C. come tomba reale e poi, forse, trasformata in tempio, è elegantissima nelle sue forme di ispirazione ellenistica, ma particolari e uniche per la squisita tecnica architettonica dei Nabatei. Ci fermiamo a lungo in contemplazione, ma ripartiamo decisi perché questo è solo l’inizio. Petra è un’enorme necropoli, e subito la strada continua con le facciate di numerose altre tombe, tutte perfettamente decorate con motivi di rigoroso equilibrio geometrico. C’è il teatro, scavato nella roccia, di ispirazione romana, e in questo tratto l’arenaria offre il meglio di sé: grazie a infiltrazioni d’acqua e sali minerali, i colori si distinguono e si mescolano con raffinata fantasia, il rosa e l’arancio si alternano a bianco, azzurro e grigio, in accostamenti cromatici degni dei migliori stilisti (e la nostra guida ci indica quella che lui chiama la grotta Missoni). La passeggiata continua nella via colonnata, dove ci sono anche piccoli negozi e ristoranti.

IMG_6898Deviamo verso la Chiesa Bizantina, coperta da una brutta struttura (che però la protegge)dove osserviamo splendidi mosaici raffiguranti figure umane, animali e le allegorie delle quattro stagioni.IMG_6803

Da qui osserviamo il Grande Tempio di Petra, straordinario, e accanto il Palazzo della Fanciulla, pare dedicato alla figlia di un faraone. Ora affrontiamo la lunga salita verso Ad-Dayr, il Monastero: ci chiede tempo e fatica, ma lassù siamo compensati con la facciata meravigliosa del Monastero stesso, più semplice del Tesoro, ma non meno suggestiva. Siamo in posizione dominante, lo sguardo spazia sulle cime intorno, il silenzio è perfetto, caprette e asini si muovono sicuri sulle rocce a strapiombo. Scendiamo dalla vetta del Monastero per visitare le tombe reali, altri esempi di architettura inimmaginabile due millenni fa per tecnica e precisione.IMG_6874

Mentre ci concediamo un tè alla menta lasciamo spaziare lo sguardo intorno: abbiamo fatto un salto indietro nel tempo di duemila anni, siamo al centro di una valle protetta da uno stretto passaggio lungo e impegnativo, e intorno a noi l’architettura diventa. C’è il tempo per un ultimo saluto al tesoro del Farone e poi si torna, ancora attraverso il Siq, dove la luce del tramonto ammorbidisce i colori.IMG_6834

La visita di Petra, pur completamente diversa, regala un’emozione paragonabile a quella di Jerash: si viene catapultati indietro nel tempo di un paio di millenni, e al di là della bellezza e della solennità dei singoli elementi che ci circondano, quello che affascina e resta nel cuore è la sensazione di essere testimoni di un passato che ha chiuso o cambiato il suo percorso, ma non è scomparso.

15 marzo – La prima tappa è Siq al-Barid, la cosiddetta Piccola Petra, un luogo raccolto dove sono presenti altri edifici e tombe scavate nella roccia, e dove si vedono con chiarezza le cisterne per la raccolta dell’acqua. Una sala posta in luogo sopraelevato conserva tracce di affreschi con decori floreali e figure mitologiche. Nel percorso vediamo da lontano il sito di al-Bayda, insediamento preistorico tra i più antichi, e attraversiamo il villaggio moderno dove sono stati spostati i beduini che, fino a una trentina di anni fa, vivevano a Petra. Per quanto confortevoli siano queste case, non è difficile immaginare lo spirito di adattamento che è stato necessario a chi, da generazioni, viveva a stretto contatto con la natura.IMG_6952

Lasciamo la Piccola Petra e tutto il sito archeologico per imboccare l’autostrada che raggiunge Aqaba, e fermarci al deserto del Wadi Rum. Durante il tragitto, piuttosto lungo e anche un po’ noioso, incrociamo un treno per il trasporto dei fosfati. La prima sosta è al Centro visitatori dell’area protetta del Wadi Rum, ai piedi del massiccio chiamato I sette pilastri della saggezza, dal titolo del libro di Lawrence dArabia. Qui ci attendono le jeep che ci porteranno, tra scossoni e nuvole di sabbia rossa, al’interno dell’area protetta del deserto. Un cortese beduino aveva però provveduto ad acconciare alcuni di noi, usando le nostre sciarpe di cotone, con turbanti per proteggere sia i capelli che naso e bocca. Un’acconciatura che ci fa sentire carichi di un notevole fascino esotico …

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Il Wadi Rum è un deserto sabbioso intervallato da massicci montuosi con curiose forme rotonde che fanno pensare a possenti torri. Ci fermiamo in posti diversi, a una sorgente d’acqua dove si vedono anche delle iscrizioni non ancora totalmente decifrate, in un canyon dove si riconoscono chiaramente diversi graffiti, per fermarci sotto una tenda beduina a sorseggiare un tè. Incontriamo una splendida duna che ci offre lo sfondo ideale per la foto del nostro gruppo: il contrasto tra l’arancio della sabbia e l’azzurro del cielo è bellissimo.IMG_7079

Le jeep ci riportano al punto di partenza, stasera dormiremo sul Mar Morto e la strada da fare è ancora lunga. Sul percorso è indicato il punto preciso in cui, dal livello del mare, si comincia a scendere: il mar Morto è il punto più basso della Terra. Il nostro hotel, Crowne Plaza Dead Sea, è molto lussuoso e molto kitch, e dedichiamo l’ultima parte della giornata per esplorarlo e goderne i giardini. Nonostante le premesse, la temperatura non è così alta da ispirarci a un tuffo immediato.

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16 marzo – Trascorriamo sulla spiaggia del Mar Morto l’ultimo giorno di vacanza, tra chiacchiere, bagni e risate. A causa dell’altissima concentrazione di sale nel Mar Morto si galleggia con una spinta dal basso verso l’alto ben superiore di quella indicata da Archimede. Non è possibile nuotare, in quanto bisogna prestare attenzione a non schizzare gli occhi, in compenso ci si sposta con estrema facilità semplicemente camminando o pedalando nell’acqua … provare per credere!

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17 marzo – Au revoir alla Giordania. Nel viaggio di ritorno resto colpita (ma perchè?) dal fatto che sullo schermo, oltre alle indicazioni di rotta  e situazione del volo, è precisata la posizione della Mecca …

(10 marzo – 17 marzo 2013)

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Primavera romana

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Roma è una delle città più belle e più ricche di storia del mondo, ogni opportunità di visitarla è un regalo meraviglioso. Accettiamo con entusiasmo l’invito di Danila e Paolo per passarvi insieme una settimana.

Giovedì 3 maggio 2012  – Con l’auto dei nostri amici partiamo da Bergamo e, attraverso Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Lazio, arriviamo alla Capitale. Ci aspetta la loro accogliente casa in Trastevere, affacciata sulla chiesa di San Pasquale Baylon, e data la giornata bellissima, ci concediamo subito una bella passeggiata per il quartiere, alla ricerca degli angoli ripresi da Woody Allen nel film To Roma with love.IMG_4016 Il cielo azzurro, l’architettura avvolgente, i sampietrini, una chiesa e un palazzo nobiliare all’improvviso: questa è Roma. Attraversiamo un Tevere sonnacchioso e ci sediamo in Campo dei Fiori, per un aperitivo di benvenuto. Le rondini ci accompagnano con le loro grida. Dopo esserci goduti la sosta e le prime luci del tramonto, ci avviamo attraverso il Passetto del Biscione, in Campo Marzio, dove una volta sorgeva il Teatro di Pompeo, primo teatro in muratura di Roma. Siamo dietro corso Vittorio Emanuele, tanto che scorgiamo la cupola di S. Andrea della Valle. La passeggiata che ci riporta verso casa è una continua scoperta di angoli curiosi, targhe famigliari, fontane, case nobiliari, case popolari: ripassiamo il Tevere a destra dell’Isola Tiberina, mentre da lontano scorgiamo il campanile romanico di S. Maria in Cosmedin.

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3 maggio – Abbiamo l’auto, quindi questa vacanza sarà dedicata anche a diverse escursioni fuori porta. Oggi facciamo la prima, e prima di lasciare la città, ci fermiamo a Ponte Milvio, dove è nata la tradizione dei lucchetti, ma giustamente famosa per la leggendaria battaglia tra Costantino e Massenzio, durante la quale Costantino si convertì al cattolicesimo. Lucchetti ce ne sono moltissimi, ma siamo rapiti dalla bellezza e dai riflessi sul fiume, che scorre placido sotto di noi. La primavera romana è dolcissima.

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La prima tappa fuori Roma è nel Parco di Veio, un’area vastissima abitata fin dall’età preistorica e dove venne fondata la città etrusca di Veio, la più meridionale dell’Etruria. Per alcuni secoli prima di  Cristo Veio subì l’invasione dei Romani, fino a esserne distrutta e sottomessa, e solo Augusto nel 27 d.c. la elevò al rango di Municipio per contrastarne la decadenza. Con la costruzione delle vie consolari, Veio risultò essere vicino alla Cassia, e questo aiutò il ripopolamento della zona. Nel medioevo le campagne si spopolarono e furono amministrate direttamente dalla Chiesa, finché dopo l’anno 1000 incominciarono a sorgere i primi insediamenti che avrebbero dato vita ai Comuni , e nella zona si scatenarono i contrasti tra le famiglie Orsini e Colonna. Ma Veio e i suoi dintorni godettero anche di una valorizzazione spirituale, in quanto nelle vicinanze passava la via Francigena (Canterbury – Roma), percorsa dai pellegrini che si recavano a Roma per ottenere l’indulgenza plenaria. Nei secoli successivi l’area alternò periodi di produzione agricola con altri di abbandono, anche a causa di epidemie, e solo all’inizio del XX secolo l’area venne bonificata e, negli anni 1950, vennero espropriati i grandi territori e divisi tra i contadini. Oggi la zona è un parco protetto che preserva le sue antichissime vestigia storiche, immerso in una campagna meravigliosa e fiorita del rosso dei papaveri e del giallo dei fiori di tarassaco.

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La tappa successiva è Isola Farnese, un paese sulla via Francigena che sorge su una rupe tufacea e che prende il nome di isola per la posizione protetta all’interno delle valli. E’ un paese medievale ben conservato, piacevole e accogliente, con un castello dominante sui boschi intorno.

IMG_4144Ci spostiamo a Sutri, antichissima città  alle falde dei Monti Sabatini, anch’essa testimone delle vicende etrusche e romane. Posizionata sulla via Cassia, porzione della Francigena, ha visto un periodo di gloria fino al medioevo, per poi subire un graduale decadimento a causa dello spostamento degli interessi verso la Cassia Cimina, a opera dei Farnese. Oggi è una bellissima cittadina che mantiene la sua impostazione medievale, con strade strette sulle quali si affacciano vecchie case in pietra, botteghe, piccole logge e balconi fioriti. Entriamo in città dalla Porta Franceta, ci arrampichiamo sul colle fino alla piazza e alla Cattedrale di Santa Maria Assunta, un po’ fredda secondo me, e scendiamo all’Antico Lavatoio, affacciato sulla vallata.IMG_4119

 

Pranziamo con un succulento panino acquistato in un negozio di alimentari, e preparato con grande cura e attenzione. Ci sediamo nel parco ai piedi della città, dove sorge la Necropoli monumentale, l’Anfiteatro e il Mitreo, che visitiamo dall’esterno con una lunga passeggiata perimetrale.IMG_4129

La tappa successiva è Viterbo, nota anche come la città dei Papi, in quanto nel XIII divenne sede pontificia per circa 25 anni . E’ una città con un ampio centro storico medievale ben conservato, chiuso da mura, dove gli imponenti palazzi rivelano un passato importante e sono ornati dagli stemmi papali o dal leone, simbolo della città.IMG_4150

Raggiungiamo il Palazzo dei Priori in piazza del Plebiscito, dove una disponibile guida ce lo illustra, ma soprattutto ci racconta la tradizione legata al culto di Santa Rosa. Ogni anno la città lancia un bando di concorso per progettare e realizzare la Macchina di Santa Rosa, una costruzione alta circa trenta metri, riccamente addobbata, che il 3 settembre di ogni anno viene portata a braccia per le vie della città, in onore della santa. Rimaniamo piuttosto stupiti che una festa qui così importante e impegnativa non sia affatto conosciuta nell’Italia settentrionale. Ma l’interno del palazzo è veramente interessante, affrescato in modo elegante con figure che raccontano la storia della città e della regione, mentre dal giardino si gode una bella vista sulla collina intorno. Poco distante scopriamo l’elegante portale gotico di Santa Maria della Salute, purtroppo chiusa .IMG_4164

Ci avviamo verso la zona più elevata della città, dove ha sede il palazzo dei Papi, attraverso strade acciottolate definite da edifici in pietra: sul percorso incontriamo la piazza sede del presidio Slow Food di Viterbo, dove si affaccia la chiesa del Gesù, e arricchita da una bella fontana in pietra. Tra balconi fioriti e altissime torri di avvistamento raggiungiamo la Cattedrale di San Lorenzo, chiesa di impianto romanico, poi rimaneggiata, e imponente campanile gotico. Ne visitiamo l’interno, ampio e arioso, notevole per diverse opere e in particolare il fonte battesimale in marmo di Carrara. A fianco, finalmente, troviamo il Palazzo dei Papi, dove si riconosce il leone simbolo della città. Tutta la piazza, che si trova nella parte più elevata e sembra quasi sospesa, risulta particolarmente armoniosa ed elegante, nonostante la struttura delle costruzioni intorno sia piuttosto squadrata e poco dinamica. Forse si deve questa impressione anche al verde abbondante e vicino e al cielo limpidissimo che ci sovrasta.IMG_4183

La nostra gita prosegue verso Tuscania, cittadina di origine etrusca che sorge su promontori di roccia tufacea, come molti altri borghi della zona. Entriamo in città attraverso le mura e incontriamo subito la Fontana delle Sette Cannelle, antichissima: risale all’epoca etrusco – romana. Ci arrampichiamo attraverso vicoli, scale e archi, all’interno di un borgo antico tranquillo e soleggiato, con case basse in pietra e mattoni e una vegetazione che ricorda la relativa vicinanza del mare. Incontriamo la chiesa di San Marco, con un bellissimo portale romanico,  dove il suggestivo interno, a una navata, è raccolto e semplice, solo le tracce di qualche antico affresco. Affacciata su una bella piazzetta c’è Santa Maria della Rosa, che risale al XIII secolo, il cui interno rivela gli interventi diversi fatti nel corso dei secoli. Incontriamo ancora la chiesa di San Silvestro, databile 1271, solenne nella sua semplicità, e finalmente raggiungiamo l’Acropoli del colle di San Pietro. Godiamo qui di un panorama meraviglioso che spazia nella campagna intorno e arriva fino al mare. IMG_4202L’ultima tappa della nostra giornata è Tarquinia, città anch’essa racchiusa all’interno di alte mura di fortificazione, che si rivela subito elegante e sontuosa. Ci concediamo un rapido giro superficiale, perché ormai la giornata volge al termine, sebbene una visita all’ora del tramonto, con la colonna sonora delle rondini che volano senza sosta, crei un ricordo molto suggestivo. Il cielo infuocato traccia i contorni delle isole dell’arcipelago toscano, che sembrano vicinissime.

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4 maggio – La mattina è dedicata alla visita di Palazzo Valentini, sede della Provincia di Roma, ma soprattutto (almeno per noi) scrigno prezioso di mosaici e antichissimi reperti d’epoca romana che visitiamo con un percorso guidato … dalla voce di Piero Angela.IMG_4308
Lo raggiungiamo passando attraverso il Ghetto dove, pare, è tempo di carciofi … e dando uno sguardo al Campidoglio. Continuiamo la mattinata con la visita del Palazzo Doria Panphilj, in via del Corso, forse il più grande palazzo storico ancora di proprietà e gestito dalla famiglia che gli dà il nome. Ci viene proposta gratuitamente l’audioguida, e c’è una sorpresa: la storia del Palazzo è raccontata direttamente da Jonathan Doria Panphilj, uno dei più giovani rappresentanti della casata, che ci conduce attraverso le meravigliose e ricche stanze raccontandone notizie storiche legate con episodi famigliari, il tutto con una passione e un’attenzione che solo un padrone di casa può avere. La collezione è ricchissima e di enorme prestigio, ci sono opere di Caravaggio, Raffaello e Tiziano, il ritratto del papa Innocenzo X eseguito da Velazquez e il busto in marmo realizzato da Gian Lorenzo Bernini.palazzo dp galleria

 

Nel pomeriggio raggiungiamo il Macro, che ci accoglie con una imponente e divertente installazione fatta di palloncini colorati. All’interno, le sale propongono filmati e opere contemporanee sicuramente curiose e interessanti, ma la stessa struttura è molto godibile, e la visitiamo fino all’ampio terrazzo.

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Sulla strada del ritorno incontriamo la chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, capolavoro barocco del Borromini, e ancora una volta Roma si lascia guardare alla luce del tramonto, strategicamente illuminata per meglio apprezzarne la bellezza: la luna è un disco enorme che si riflette nel Tevere.

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5 maggio – Oggi il tempo non è dei migliori, ma nulla ci ferma! Dedichiamo la mattinata alla visita di due chiese moderne, dotate di un impianto architettonico rilevante. La prima tappa è per la Chiesa Meier , o meglio la chiesa dedicata a Dio Padre Misericordioso del quartiere Tor Tre Teste. Il nome viene dal suo progettista, l’architetto americano Richard Meier, che vinse il concorso indetto dal Vicariato di Roma per  il progetto di una chiesa nuova in vista del Giubileo 2000. La chiesa ha una struttura ariosa, con larghe ali bianche all’esterno e caldo legno all’interno.IMG_4364

Ci spostiamo poi alla Chiesa del Sacro Volto di Gesù in via della Magliana. Questa architettura, pensata da Piero Sartogo e Nathalie Grenon,  è forse ancora più sorprendete rispetto alla Chiesa Meyer: l’ampio sagrato va a chiudersi in forma di V davanti alla grande croce esterna di Eliseo Mattiacci; la cancellata esterna ha una linea sinuosa e leggerissima, la grande vetrata ricorda la protettiva tela del ragno, e la cupola rimanda a quelle delle moschee . Alla decorazione della chiesa hanno contribuito famosi artisti contemporanei, tra gli altri Mimmo Paladino e Carla Accardi.IMG_4375

Piove, continuiamo il pomeriggio con una visita alla mostra “Avanguardie russe” allestita all’interno dell’Ara Pacis, e sulla strada del ritorno non resistiamo, decidiamo di rendere omaggio a Caravaggio. Cominciamo con la Madonna di Loreto nella Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio, continuiamo con la visita di San Luigi dei Francesi e le strepitose opere dedicate alla storia di  San Matteo.

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6 maggio – La giornata è dedicata alla scoperta dell’Aventino. Il percorso ci conduce fino al Tempio di Vesta, davanti a Santa Maria in Cosmedin, ma subito incominciamo a salire così da ammirare Roma dall’alto. Sotto di noi corrono le imponenti Terme di Caracalla, con una prospettiva ben diversa da quella consueta. Sul nostro percorso incontriamo un roseto fiorito, che colora un po’ la giornata purtroppo molto grigia, e dal quale si gode una bella panoramica della città. Visitiamo la chiesa di Santa Prisca e il suo interno affrescato: la chiesa risale al IV o V secolo, e di originale sono rimaste solo le colonne, peraltro inglobate nei pilastri. I ricchi affreschi sono del XVI secolo e tutt’ora molto ben conservati. Davvero notevole il soffitto ligneo a cassettoni. Entriamo ora in una delle basiliche minori di Roma, dedicata a Santa Sabina. Risale al V secolo e, sebbene molto restaurata, mantiene una forte solennità. Ora è la volta della meravigliosa basilica dedicata ai Santi Bonifacio e Alessio, anch’essa annoverata tra le basiliche minori. Costruita tra il III e il IV secolo. È stata molto rimaneggiata: il campanile è romanico, il portico è medievale, la facciata cinquecentesca.  Lì vicino c’è la piazza dei Cavalieri di Malta e non resistiamo a guardare il Cupolone, come si vede attraverso il buco della serratura di un portoncino. Mentre scendiamo ci accontentiamo di ammirare dall’esterno la chiesa di San Saba, perché purtroppo è chiusa, e continuiamo la nostra passeggiata in compagnia delle possenti Terme di Caracalla e del panorama della città, mentre sotto di noi il Tevere scorre placido.IMG_4452

7 maggio – Vogliamo visitare la sede dell’Università La Sapienza e i suoi dintorni: attraversiamo piazza Navona e per caso prendiamo la via degli Staderari, dove c’è una curiosa fontana, con ai lati del libri. Ecco cosa dice una ricerca su di essa:

La Fontana dei Libri si trova in via degli Staderari, nome che ricorda gli antichi fabbricanti di stadere e bilance, un tempo esistenti in questa zona. C’è da precisare che questa via, in precedenza, si chiamava “via del’Università”, in riferimento alla vicina Università della Sapienza, mentre l’antica via degli Staderari era parallela a questa e fu soppressa allorché fu allargato Palazzo Madama. La fontana è situata entro una nicchia coronata da un arco a tutto sesto e presenta una testa di cervo (simbolo rionale di S. Eustachio) tra quattro libri antichi, due su ciascun lato, e collocati su due mensole laterali, naturalmente in ricordo dell’Università della Sapienza. L’acqua sgorga da due cannelle a forma di segnalibri poste sui tomi superiori e da altre due, poste lateralmente sui tomi inferiori, e si raccoglie nella sottostante vasca semicircolare. Questa composizione, in travertino, fu eseguita nel 1927 su progetto dell’architetto Pietro Lombardi e fa parte di quelle fontane commissionate dal Comune di Roma che volle ripristinare in vari punti della città alcuni simboli di antichi rioni o di mestieri scomparsi. Le altre fontane, tutte opere dello stesso architetto, sono: la Fontana delle Anfore, la Fontana delle Arti, la Fontana delle Tiare, la Fontana della Pigna, la Fontana delle Palle di Cannone, la Fontana dei Monti, la Fontana della Botte e la Fontana del Timone. Una piccola curiosità: al centro della fontana, tra le corna del cervo, risulta inciso in verticale il nome del rione e in orizzontale il relativo riferimento numerico, ma evidentemente c’è stato un errore perché S. Eustachio corrisponde al Rione VIII e non IV come chiaramente inciso.IMG_4478

La passeggiata tra i palazzi bellissimi di Roma ci porta fino alla chiesa di S. Ivo alla Sapienza, capolavoro di Francesco Borromini,  resa caratteristica dalla sua cupola a spirale. La realizzazione di questa chiesa è stata una vera sfida per il Borromini, che ha dovuto situarla tra gli edifici preesistenti dell’Università e il cortile già costruito. L’architetto ha realizzato un progetto che rimane un punto di riferimento per il barocco e per le geniali idee architettoniche: niente è casuale, tutto parla di un’ascesa a Dio, la spirale della cupola è un riferimento all’infinito, La chiesa non è visitabile, ci accontentiamo di passeggiare nel cortile dove è esposta la mostra “L’Italia dei libri”, dedicata ai testi fondamentali della nostra letteratura. Non vedo nemmeno una donna.

Continuiamo per un passaggio a Piazza Navona, del resto certe tappe a Roma sono irresistibili, e continuiamo sul Campidoglio, dove cerchiamo gli angoli più panoramici. Facciamo una piccola sosta all’interno della chiesa dell’Ara Cieli, ma poi torniamo all’esterno. E’ una stupenda giornata di sole e Roma, con il cielo azzurro, gli alberi ricchi di foglie e la sua memoria storica, ci regala uno spettacolo che ogni volta stupisce.

IMG_45198 maggio – Siamo quasi alla fine della vacanza ma, dulcis in fundo, oggi visitiamo Tivoli e le famose ville che sorgono nella zona. Un allegro campo di papaveri  ci accoglie all’ingresso di Villa Adriana : la casa che Adriano volle come dimora imperiale fuori Roma fu iniziata nel 117 d.C., ed è la più grande e rappresentativa villa romana rimasta. Il percorso, lunghissimo, si snoda attraverso quello che rimane dei possenti edifici, tutti abbastanza conservati per permettere di immaginare come poteva presentarsi in origine la costruzione, dove erano previsti spazi per tutti e per tutto, e dove alcune decorazioni, in particolare i mosaici, sono ancora bellissimi. Spazi d’acqua, colonne corinzie, archi e ulivi secolari ci accompagnano per tutto il percorso, fino al bellissimo ninfeo , ancora elegantissimo. Nell’antiquarium del Canopo, la mostra dedicata alla figura di Antinoo, “il fascino della bellezza”, ci avvicina agli ideali del tempo. Su tutto aleggia lo spirito dell’imperatore Adriano, come lo ha descritto Margerite Yourcenar nelle Memorie, un uomo illuminato e di grande purezza interiore. La scrittrice ha trascorso qui, in uno spazio definito, il tempo necessario alle sue ricerche, e ha lasciato la sua impronta e i suoi ricordi. Danila e io suggelliamo il viaggio con una fotografia che ci ritrae insieme sotto l’ulivo preferito dalla scrittrice.

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Pranziamo nel piccolo ristorante appena fuori, Villa Esedra, ed è piacevole mangiare una discreta pizza all’aperto, sotto il verde degli alberi. Nel pomeriggio ci attende Villa d’Este, spettacolare per i suoi giochi d’acqua incredibili! L’interno della villa è sicuramente interessante, ma la parte più suggestiva è all’esterno, dove il giardino all’italiana si dipana su diverse terrazze verso il basso, e dove le fontane si moltiplicano in acrobazie acquatiche vorticose. La villa è considerata dall’Unesco come Patrimonio dell’umanità, è stata costruita nel 1600 e vanta interventi addirittura da parte di Gian Lorenzo Bernini. Dopo alterne vicende e periodi di decadenza, oggi è stata quasi completamente riportata allo splendore originale, con il maggior valore degli interventi moderni. Non meno accattivante è il panorama sulla vallata circostante.

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Chiudiamo la giornata, un po’ in ritardo, con una visita davvero troppo veloce a Villa Gregoriana: è tardi e non ci è possibile fare tutto il percorso per guardare le cascate naturali, alcune imponenti, che si trovano nel parco di questa villa, e che testimoniano l’abbondanza d’acqua della zona. Ma se pur breve, è un buon modo per chiudere la giornata, e anche la nostra vacanza.

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(3 maggio – 8 maggio 2012)

La seconda volta a NYC

7 maggio 2011 – Alle 4 siamo in piedi, partiamo prestissimo. Il primo volo fino a Francoforte è puntuale, la partenza per New York ha invece due ore e mezzo di ritardo, ma come al solito un po’ di recupera e insomma, alle 15 e 30 ora locale siamo già sul taxi verso Manhattan. L’albergo, Staybridge, è buono, forse un po’ decentrato, ma in compenso è vicinissimo alla sede del New York Times disegnata da Renzo Piano, e in linea con Times Square.

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Appena disfatti i bagagli e avere recuperato un po’ noi stessi, ci tuffiamo nella città che non dorme mai. E’ un attimo essere piacevolmente coinvolti dal movimento, dalle luci, dai colori, dalla gente, dall’energia che divampa in giro. Times Square, che ora è chiusa al traffico e si propone con seggiole e tavolini a disposizione di chi passa, non ha perso la sua caratteristica di luogo al centro del mondo: impossibile distrarsi dalle animazioni, alcune interattive, tutte belle,  che riempiono in continuazione questo spazio.IMG_1926

Facciamo già un po’ di shopping … da M&M.

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Cena al ristorante Stardust, quello dove i camerieri cantano i pezzi degli anni ’50, e sono così bravi che ci si chiede come mai non siano in qualche teatro di Broadway (ma siamo a Brodway!).

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8 maggio – Mentre ci avviamo verso la meta odierna, scopriamo Bryant Park, un’altra oasi verde all’interno della città con prato, piante, sedie e tavolini a disposizione dei newyorkesi (e dei turisti) che approfittano di queste giornate serene di primavera per stare all’aperto a leggere o fare uno spuntino o due chiacchiere. Una cosa che in Italia è vista come scelta un po’ squallida qui, grazie alla grande cura con cui sono tenuti questi spazi verdi, diventa un’abitudine normale e sana. Al’interno del parco c’è una statua di Gertrude Stein in posa molto confidenziale.

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Dopo questo intermezzo ci portiamo sulla 5° Strada, che percorriamo tutta verso nord, in quanto il nostro obiettivo è il Metropolitan Museum of Art. Facciamo l’ultima parte del percorso in Central Park, rigoglioso e fiorito oltre che molto piacevolmente affollato, e raggiungiamo il museo. Si sa che è uno dei più importanti del mondo, ma rimaniamo stupiti di tanta ricchezza. Ogni sezione ha grandi capolavori, la parte dedicata ali artisti americani è ricca e interessante, soprattutto perché sono pochi i nomi conosciuti. La sorpresa maggiore arriva nella sezione dedicata agli impressionisti: pensavamo di aver visto tanti capolavori raggruppati insieme, specialmente a Parigi, ma non avevamo ancora visto la quantità, e la qualità, dei lavori di Van Gogh, Monet, Bonnard, Renoir,oltre a numerosi lavori di Modigliani, Picasso, Braque, Gris e tantissimo altro. Insomma un posto da cui non si uscirebbe mai.

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Prima di uscire però, in omaggio alla cultura americana, visitiamo la stanza ideata da Frank Lloyd Wright, ineccepibile per eleganza legata a praticità: questo architetto ha concepito l’abitazione non come stanze separate, ma come un unico ambiente che deve trovare armonia e raccordo anche se diviso in stanze diverse.

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Dopo la lunga visita, con un autobus ritorniamo sulla 5° Strada: c’è temo per un po’ dello shopping che dobbiamo fare su commissione. Alla sera, buon cibo americano nel ristorante “Five Napkins”, in Hell’s Kitchen.

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9 maggio – Stamattina apprendiamo dalla tv che c’è stato un incidente sulla linea metropolitana che porta a Queens, e ci sono ritardi e cancellazioni … proprio oggi che vogliamo andare al PS1! Ma sfidiamo la sorte e andiamo lo stesso, forse il treno è un po’ più lento del solito, però ci porta a destinazione. IMG_2016.JPGLa metropolitana di New York dimostra tutti i suoi anni, e ha un’aria un po’ caracollante, ma l’importante è arrivare. Siamo in anticipo, il museo apre a mezzogiorno, e facciamo una passeggiata negli isolati intorno: molti immigrati, case degli anni ’30-’40, belle, caratteristiche con i mattoni a vista e le scale antincendio in facciata; ancora tanti capannoni e la sensazione di stare in un’area industriale, anche un po’ disordinata. In questa zona non si avverte la sensazione che il Queens sia l’area attualmente più in espansione e recupero della città.

Finalmente entriamo: il PS1 si propone come una delocalizzazione del MoMa, dedicato ad artisti giovani o meno noti, oltre che a tecniche meno convenzionali. Lo spazio che lo ospita era una vecchia scuola, con l’esterno in mattoni rossi e l’interno con pavimenti di legno lucidato e scriocchiolante. C’è in mostra una galleria fotografica realizzata da una giovane giapponese, Lurel Nakadate, a mio avviso con poche idee, ma magari si farà … Ci sono i video realizzati negli anni ’60 e ’70 da un gruppo di artiste, secondo me molto centrati, pur nella loro brevità: Modern Woman, Single Channel. Infine c’è una (parte della) mostra di Francis Alys, intitolata A Story of Deception, che è un capolavoro. L’artista utilizza metodi diversi, ma sempre poetici, per spiegare in forma allegorica la realtà sociale, politica ed economica, oltre ai cambiamenti in corso nella nostra società. Impossibile spiegare a parole le sue idee, perché vorrebbe dire impoverirle: con pochi e facili mezzi, è in grado di far riflettere a lungo, anche con un sorriso.

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Dopo la sosta al PS1, doverosamente lunga, riprendiamo la metropolitana per tornare a Manhattan, di cui vediamo perfettamente lo skyline, e ci fermiamo sulla Quinta Strada. Siamo un po’ incerti su come passare il pomeriggio, quindi decidiamo di consacrarci ancora alla cultura, ed entriamo al MoMaIMG_2032

Qui la scelta delle cose da vedere è davvero notevole: noi ci fermiamo soprattutto per le immagini degli Espressionisti Tedeschi, per le chitarre di Picasso e per la collezione del Museo, ed è tutto di grande soddisfazione. Non mi viene in mente un altro museo di arte moderna così ricco e dinamico nel proporre progetti nuovi e insoliti. La cena è al Red Lobster, in Times Square, aragosta del Maine, ottima, a volontà.

10  maggio – La mattinata comincia con una visita a Carlo Medori, simpatico personaggio ultra ottantenne, che vive a New York da 40 anni e si propone per consigli e  visite alla città. In realtà, quello che ci racconta è abbastanza banale, ma non è il caso di contraddirlo, e ce ne andiamo con qualche piantina scritta a mano e una lista di ristoranti a cui appoggiarsi qui a NY.preston Prendiamo la metropolitana per farci portare alla punta più estrema di Manhattan, e visitiamo subito il Museo dedicato agli Indiani d’America. Il museo è molto interessante, ricco di testimonianze dedicate ai tempi d’oro della Horse Nation, ma secondo me la cosa  più interessante è la mostra di Preston Singletary, un americano nato e cresciuto  in Alaska che forgia oggetti in vetro colorato ispirandosi alla natura in cui è cresciuto e alle sue origini culturali e artistiche.

Il museo è ospitato in uno splendido palazzo sontuoso e rigoroso, con tanto legno caldo nelle decorazioni, ispirate alla rivoluzione industriale e alla immigrazione.

Dalla riva del mare iniziamo una lunghissima passeggiata che ci porterà a Ground Zero IMG_2058.JPG(stato avanzamento lavori), Nolita, Soho, Greenech Village (tutte zone già conosciute ma sempre apprezzate per le belle case dell’800 e la misurata vivacità che le caratterizza), fino al Meatpacking District, quartiere ancora fortemente industriale, ma in evidente rilancio, con una strepitosa passeggiata vista mare attrezzata con sedie, tavolini e sdraio e disposizione di chi passa. Ancora verso  la nostra base, incrociamo il Madison Square Garden e la Penn Station (qui ci concediamo una birra fresca) . Finiamo la giornata da Tad’s, un gradevole ed economico ristorante self service specializzato in carne alla griglia.

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11 maggio – Stamattina andiamo ad Harlem, un bel quartiere ormai multietnico, pulito e ordinato, con belle case stile british e ancora alcuni complessi residenziali fortemente popolari, a rimarcare che qui non si vive sempre nella “New York da bere”. Mentre cerchiamo la Columbia University, quasi per caso attraversiamo uno splendido parco, il Morningside, un’oasi di silenzio. IMG_2120Arriviamo al campus, dove fervono i lavori in preparazione della festa di sabato prossimo, per celebrare i laureati di quest’anno. A pochi passi sorge la chiesa meravigliosa di St. John Le Divine, meravigliosa non solo per la sua struttura architettonica,ma soprattutto per la varietà di culti che vi sono rappresentati.

Immagino che la chiesa sia ancora sconsacrata, visto come accoglie le altre fedi, e mi piace copiare qui sotto una bella iscrizione tratta da un altare giapponese.

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Da Harlem, con una corsa in metropolitana, andiamo sulla Prince Street per un’ultima passeggiata-shopping. Mentre si avvicina il tramonto, saliamo sul Top of the Rock, al Rockfeller Center, e ancora una volta rimaniamo incantati davanti alla bellezza di questa città, che è cresciuta in altezza oltre che in larghezza, armonizzando costruzioni centenarie con i grattacieli degli anni ’50, così solidi, e le recenti costruzioni in vetro che regalano riflessi e luminosità in continua trasformazione. Da una parte l’Empire State Building, dall’altra la distesa di Central Park, tutto intorno il mare. Stasera si cena al Bubba Gamp, troppo divertente (e molto buono!).

 

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12 maggio – Oggi andiamo a Brooklyn, per valutar di persona cosa c’è e come si muove questo quartiere diventato molto alla moda. La prima tappa è il Centro Visitatori, dove raccogliamo qualche informazione e molte piantine. Facciamo l’errore di sottovalutare la distanza con il Museo di Brooklyn, e ci andiamo a piedi, facendo così una passeggiata tra il traffico congestionato e sotto un sole cocente. Il museo do Brooklyn vale assolutamente una visita attenta e tranquilla, sia per l’edificio che lo ospita, sia per la quantità di reperti e opere d’arte che ospita. In questi giorni c’è anche una bella mostra dedicata ai Tipi degli indiani d’America, dove sono presentati  anche molti oggetti di uso casalingo che, soprattutto, mettono in risalto la differenza tra i diversi  ruoli e le contaminazioni con i diversi momenti storici, da quando gli indiani erano popoli liberi e padroni dei loro spazi, alla deportazione nelle riserve, fino al riconoscimento della loro identità culturale e la conseguente posizione di cittadini americani a tutti gli effetti.IMG_2240.JPG

Tra le tante e importanti opere ce n’è una che non conoscevo, e che è invece di grande importanza, in quanto rappresenta il principale monumento dedicato al movimento femminista: si tratta di The Dinner Party di Judy Chicago, una tavola apparecchiata che ospita la metaforica presenza di 999 donne che hanno lasciato una traccia profonda nella storia. Curioso che siano vicine due delle mie preferite: Virginia Wolf e Georgia ‘ Keeffe.

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Dopo il museo ci spostiamo nel quartiere di Brooklyn Heights, con le sue belle case dell’800 affacciate sull’acqua, proprio di fronte alla Statua della Libertà, e proseguiamo fino a Dumbo (Down Under Manhattan Bridge Overpass), dove i vecchi magazzini sono diventati luminose abitazioni, e si aprono le gallerie d’arte. Tutta quest’area in riva al mare, con la splendida vista di Manhattan davanti e i giardini fioriti, è bellissima.IMG_2293.JPG

 

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Lasciamo Dumbo e ritorniamo a Manhattan, a piedi, attraverso il Ponte di Brooklyn. La cena stasera è con ostriche e pesce fresco all’interno della stazione di Grand Central.IMG_2309.JPG

 

 

 

 

 

 

 

 

 

13 maggio – Stamattina il programma è per un visita al Whitney Museum, ma siccome scopriamo che il museo apre all’una, decidiamo di ingannare l’attesa con una passeggiata esplorativa in Madison Avenue. Siamo nell’Upper East Side, e non c’è bisogno di tante spiegazioni per capire che siamo nella zona più chic di New York: case esclusive e bellissime, negozi con le firme più famose, soprattutto italiane e francesi. Casualmente entriamo in una galleria d’arte e cogliamo le seguenti opportunità: vedere una bella mostra di pittura (di un particolare autore alle linee morbide e colorate), vedere una mostra fotografica di ritratti di Avedon, ritratti di persone molto famose, si intende; infine, visitare il lussuosissimo interno di un palazzo in questa zona della città.

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Il Whirney Museum, ospitato in una sede dedicata e molto bella,  ha caratteristiche un po’ diverse da quelle trovate fin’ora, perché presenta poche opere, non affastellate, il che fa sì che si possano gustare con la giusta attenzione e partecipazione. All’ingresso c’è la piccola esposizione di una giovane artista , Dianna Molzan, intitolata Bologna Meissen: l’autrice, che si ispira anche a Giorgio Morandi, con pochi e semplici gesti riesce a trattare la tela in modo veramente particolare e poetico.

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Un piano è dedicato a una selezione di opere moderne, quasi pop, ognuna diversa e pregevole, ricca del significato che principalmente accomuna gli artisti oggi, ovvero la solitudine e la difficoltà di comunicare, pur in mezzo alla folla. Un piano, infime, propone il nuovo progetto del Museo, che vuole offrire in un arco di tempo di più anni, i pezzi più significativi della collezione, raggruppati per periodi diversi. Si comincia proprio adesso, con gli anni ’20 e ’30: le opere selezionate sono tutte molto interessanti (alcune molto belle) e ci sono lavori della fondatrice del museo, Gertrude Vanderbilt Whitney.

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E’ una visita rilassante, un po’ anticonvenzionale, di ampia soddisfazione. Torniamo presto in albergo perché, ahimè, oggi si parte: dopo qualche brivido causati dal ritardo nel trovare una macchina per l’aeroporto, e il traffic jam del venerdì sera, arriviamo al JFK sani e salvi, e puntuali.

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Mauritius

8 novembre 2011 – Dopo quasi 11 ore di volo, lunghe ma molto confortevoli, arriviamo al’aeroporto internazionale Ramgoolan: siamo a Mauritius.IMG_3599

Rispetto al nostro hotel, l’aeroporto è dall’altro capo dell’isola, e ci vuole più di un’ora per raggiungerlo. Nel frattempo diamo un’occhiata generale: siamo in Africa, con tutto quello che significa, vegetazione rigogliosa, abitazioni di tutti i tipi, dalla baracca di metallo ondulato alla super villa di discutibile gusto, e tanto disordine.  L’hotel che ci accoglie, Victoria, si propone subito, invece, con un look piuttosto occidentale, quindi un po’ finto. Ma è molto bello, immerso in un giardino profumato, con bouganville di tutti i colori e le palme che arrivano in spiaggia.

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Dopo una doccia indispensabile, proviamo il ristorante, buono, ricco e variato, e poi subito al mare a fare un tuffo incredibile nell’acqua trasparente, passeggiare lungo la spiaggia e prendere il primo sole. Troviamo anche il tempo per organizzare due gite. Prima di cena mi faccio un bel hammam e sauna, poi cena e a letto, siamo frullati.

9 novembre – Oggi è una giornata relax, da dedicare interamente alla vita di spiaggia. Tempi morbidi, letture, sole e tanti bagni con la maschera per seguire i pesciolini tropicali che nuotano fin quasi a riva. Anche stasera hammam, cena indiana (buona!) e anche spettacolino musicale. Ma lo spettacolo più bello è quello della natura, di un mare trasparente e quasi lacustre, visto che le onde si frangono molto al largo, sulla barriera corallina, e di un cielo pieno di stelle e illuminato dalla luna piena, dell’emisfero meridionale, dove al posto della faccia si indovina l’immagine di un cagnolino.

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10 novembre – Oggi lasciamo la spiaggia per dedicarci a un tour parziale dell’isola:come da accordi viene a prenderci Steve, che sarà la nostra guida e autista durante tutta la giornata. Prima tappa, dopo una brevissima sosta alla chiesa settecentesca di San Francesco d’Assisi, sono gli immensi giardini botanici di Pamplemousses, una raccolta considerevole di alberi e fiori tropicali, qui liberi di crescere secondo le proprie dimensioni e orientamenti. Appena entrati ci accoglie un affollato volo di “pipistrelli della frutta”, grossi animali volanti diurni rumorosi come uno stormo di uccelli. Non perdiamo tempo e cominciamo la nostra visita. In questo giardino sono senz’altro predominanti le palme, di cui ne esistono circa 60 specie diverse, ma non manca il baobab, diverse specie di ficus, e soprattutto gli alberi delle spezie più comuni, quelle che usiamo quotidianamente in cucina: noce moscata, chiodo di garofano, cannella. Particolarmente suggestive sono poi le fioriture, che nel clima tropicale hanno dimensioni gigantesche: vediamo il fiore di loto e la ninfea Victoria Amazonica.

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Dopo Pamplemousse ci dirigiamo verso sud: dobbiamo prima passare la caotica capitale Port Louis e i suoi operosi sobborghi (Vacoas, Floreal, Phoenix famosa per la sua birra ) prima di arrivare a Curapipe e, successivamente, a Trou Aux Cerfs, il grande cratere lasciato dal vulcano, oggi spento. Si tratta di una vallata così pullulante di vita da trasmettere un’incredibile energia! Il tempo di qualche foto e riprendiamo  il viaggio: ci fermiamo per ammirare le profonde Gorges de la Rivière Noire, anch’esse totalmente inghiottite dalla vegetazione tropicale. La tappa successiva è Grand Bassin, un luogo sacro agli indù (che a Mauritius rappresentano oltre il 50% della popolazione), dove ci accoglie una gigantesca statua in rame del dio Shiva che guarda tutti con occhio benevolo. Poco lontano ci sono il tempio e  il lago sacro, dove gli indiani celebrano le loro feste e vi si immergono come nel Gange. Per nostra fortuna capitiamo proprio in una giornata in cui il popolo indù sta celebrando una festività, e possiamo assistere ai loro riti celebrativi davanti all’acqua e alle loro preghiere. Proprio perché così numerosi, molti indiani hanno celebrato in posti diversi, e si vedono piccoli altari allestiti in onore della divinità, con offerta di banane, noci di cocco e fiori.IMG_3333 Il tuffo nella spiritualità indiana è piacevole e significativo, ma il nostro viaggio deve proseguire verso uno dei punti più particolari di Mauritius: Chamarel, la cascata più alta dell’isola e la terra dai sette colori. La cascata è in realtà rappresentata da un paio di rivoli d’acqua che scendono da un’altezza notevole (al momento tutti si lamentano della mancanza d’acqua, quindi forse la scarsa alimentazione delle cascate è dovuta a questo fatto), mentre “la terra dai sette colori” è una suggestiva e bellissima distesa di dune dove il caldo tropicale e l’umidità hanno sciolto i metalli presenti naturalmente nella terra (principalmente ferro e alluminio), generando il suggestivo fenomeno colorato: ruggine, porpora, grigio, blu, viola  ….IMG_3396

La nostra visita, che ha puntato al centro su dell’isola, può dirsi quasi terminata, ma sulla strada del ritorno ci concediamo ancora qualche passaggio interessante: la vista dall’alto del monte Lo Morne, dove si rifugiavano gli schiavi in fuga, e la lagunare costa sud ovest; le saline; la spiaggia di Tamarin, luogo per surfisti dove i pini marittimi arrivano in spiaggia.

Alla sera la cena è al ristorante Horizon, con sfizioso menu di pesce e un buon vinello cileno.

11 novembre – Oggi giornata dedicata ai tuffi nel mare turchese e al sole bollente dei tropici. Facciamo una lunga passeggiata verso nord, con l’illusione di raggiungere la spiaggia di Trou aux Biches, in realtà non raggiungiamo un bel niente, la distanza è troppa da fare e a piedi e in mezzo c’è un ampio spazio di rocce nere quasi impraticabili. In compenso prendiamo visione della vera Mauritius, fatta di case molto semplici e del disordine africano, che soggiace alla forza della natura. Alla sera, dopo l’hammam, cena al ristorante La Casa, anche qui ottimo pesce e squisito vino sudafricano.

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12 novembre – La giornata di oggi, splendida, è trascorsa sull’acqua: siamo partiti molto presto per attraversare l’isola in senso longitudinale e raggiungere Trou d’Eau Douce, dove ci imbarchiamo su un catamarano per visitare l’Ile ux Cerfs. In realtà avremo molto di più: la navigazione nelle acque protette dell’Oceano Indiano ci conduce verso la foce di un fiume dove, pochi metri all’interno, c’è una suggestiva cascata che irrompe dalle rocce nere. Andiamo poi vicino alla barriera corallina per un bagno e snorkeling nell’acqua turchese.

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E’ ora di pranzo, e i giovani organizzatori ci sorprendono con un menu ricco, gustoso e leggero. Pasta, insalata di riso, insalata fresca mista, pollo e soprattutto pesce delizioso. Ci sembra già molto, e invece arriva l’ananas a fette, torta al cioccolato e caffè. Dei veri buongustai! Raggiungiamo a questo punto l’Ile aux Cerfs, un angolo di paradiso tropicale che sembra contenere tutte le qualità: sabbia bianca, mare trasparente, lagune pacifiche, pinete fino alla riva. Facciamo un bel giro ricognitivo e ci godiamo il sole bollente. Il ritorno è un’altra piacevole traversata, veleggiando veloci grazie al ben vento teso, In albergo ci attende il più strepitoso tramonto infuocato di Mauritius!

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13 novembre – L’ultimo giorno a Mauritius trascorre godendo del sole tropicale, della pace, del mare. E’ stato un vero piacere e conoscere un’isola che rappresenta un centro di armonia e amabile convivenza. Qui, su un numero limitato di chilometri quadrati, le persone seguono religioni diverse, con riti, ritmi e tradizioni diverse, ma il rispetto e la tolleranza prevalgono sulle diversità, creando un paradiso gentile che rasserena l’anima.

(8 novembre – 13 novembre 2011)

Il paese di smeraldo

Irlanda - 2010 (6)12 agosto 2010  – Arriviamo a Dublino, ritiriamo l’auto e subito prendiamo coscienza di alcune cose: le scritte sono tutte proposte anche in gaelico, ogni contea è fiera dei suoi colori e la guida è a sinistra. Non cerchiamo vie di mezzo, la nostra prima tappa è il sito monastico di Glendalough, che raggiungiamo attraverso una strada lunghissima, stretta, solitaria, immersa nella più classica brughiera dell’iconografia irlandese, ricca solo di erica e pecore. L’impressione, che ritroveremo spesso, è di essere in the middle of nowhere. Ma ne vale la pena, il posto è davvero incantevole, un villaggio in pietra medievale perfettamente conservato, immerso in una natura fiorita e vicino a un bel laghetto. Tutto invoglia ad apprezzare la calma e il silenzio del posto, davvero mistico.
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Lasciamo Glendalough per raggiungere Kilkenny, county town della propria contea (colori giallo e nero) e unica città che non sorge sulla costa, famosa per l’omonima birra, ma soprattutto per essere la città medievale meglio conservata d’Irlanda, caratteristica per le facciate dei suoi vecchi edifici e per i suoi vicoli. Arriviamo in serata, alloggiamo all’hotel River Court, molto elegante e con uno scenografico affaccio sul fiume Nore, e ceniamo al ristorante Langtours: l’atmosfera è delle più allegre, come tutti i locali, anche questo offre musica dal vivo dai ritmi trascinanti.

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13 agosto – La mattina successiva, dopo un lussuosissimo breakfast, visitiamo con attenzione Kilkenny. Percorriamo High Street, la strada centrale dove le case hanno ancora le dimensioni che avevano nel medioevo, e dove si affacciano i monumenti più significativi, tutti caratterizzati dalla pietra calcarea nera con cui sono stati costruiti: il Tholsel con la sua torre dell’orologio, l’edificio che ospita alcuni uffici del consiglio comunale; Rothe House, la casa dei mercanti del XVI secolo con un piccolo museo di reperti d’epoca all’interno. Un po’ decentrata c’è  la Black Abbey, austera all’esterno, ma molto accogliente all’interno, con le volte basse,  splendide vetrate decorate e i famosi monumenti in pietra specifici di Kilkenny.  Irlanda - 2010 (55)Su una collinetta in cima a Irishtown  c’è la grande St. Canice’s Cathedral, eretta nel Duecento sul sito dell’omonimo monastero, all’interno della quale sono notevoli le numerose targhe funerarie. A fianco della cattedrale sorge una torre cilindrica, all’interno della quale è possibile arrampicarsi (e noi naturalmente lo facciamo) per godere dall’alto del panorama della città e della campagna intorno. Ritorniamo verso il centro e riattraversiamo le strade, dove gli storici negozi dalle cornici delle vetrine in legno laccato si alternano ai riferimenti al passato medievale, ma anche ai fieri colori della contea (giallo e nero), per raggiungere e visitare il severo Castello di Kilkenny, affacciato sul fiume Nore ed eretto nella pietra grigia chiamata marmo di Kilkenny. La famiglia proprietaria, Butler, conti di Ormond, lo possiede tra alterne vicende dal 1392. All’interno, oltre alla biblioteca e alla sala dei ricevimenti, è particolarmente interessante la Long Gallery: qui i ritratti dei Butler sono allineati sotto un delicato soffitto a cassettoni del XIX secolo, mentre un lucernario lungo quanto la galleria permette alla luce del giorno di rischiarare l’ambiente. Le scuderie settecentesche del castello ospitano oggi l’interessante Kilkenny Design Center, uno spazio circolare per una colorata vetrina dedicata alle produzioni moderne di tessuti, ceramiche, gioielli e mobili.

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Andiamo verso il mare, e sulla strada raggiungiamo Waterford: qui giovani studenti arrotondano cantando, e bene,  agli angoli delle strade. La città, fondata dai Vichinghi, conserva ancora parte delle sue mura. Il monumento più caratteristico è la Reginald’s Tower, circolare, che sorge vicino a The Mall, l’ariosa passeggiata sul lungofiume Suir. La città si sta preparando ad ospitare la Tall Ships Race, una regata con barche a vela di tutte le fogge ed epoche, e già se ne vedono diverse ancorate nell’estuario del fiume. Il nostro pranzo, oggi, è un cestino di gustose fragole. Waterford è particolarmente famosa per le sue cristallerie, che però noi snobbiamo. Continuiamo fino a raggiungere il mare, e arriviamo a Tramore, una città bella ed elegante.Irlanda - 2010 (96)

C’è la bassa marea, quindi la spiaggia di sabbia è particolarmente ampia, e intorno al golfo si stagliano le prime cliffs, rocce verticali, coperte di prati verde smeraldo che arrivano fino al mare. Lo spettacolo della bassa marea è qui molto intenso: anche se non guardiamo l’oceano Atlantico, la forza è quella, quindi il paesaggio mostra rocce emerse, barche in secca, spiagge infinite. I percorsi più interni si snodano subito in campagna, dove dobbiamo dare la precedenza a mandrie di mucche in spostamento. Raggiungiamo un altri sito monastico, pre normanno, di particolare bellezza e suggestione, Ardmore.

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Oltre alla consueta torre cilindrica, sono le rovine della cattedrale di St. Declan che meritano grande attenzione, e in particolare i pannelli in pietra. Sono incorniciati da una doppia fila di archi, e raffigurano un Arcangelo Michele alato che pesa sulla bilancia le anime dei defunti, Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso Terrestre e St. Declan che converte i pagani. Accanto alla facciata c’è l’oratorio del santo, e si dice che St. Declan sia arrivato in Irlanda intorno all’anno 400, ben prima di San Patrizio. Proseguendo verso il mare c’è ancora il pozzo di St. Declan, circondato da alcune croci celtiche. Continuiamo il nostro viaggio e arriviamo a Cork. Con qualche piccola difficoltà troviamo l’hotel, Hayfiels Manor (Small & Luxury Hotel), veramente chic, dove ci consegnano anche una piccola scheda con la traduzione di alcune frasi in gaelico. L’accoglienza è veramente british, con personale elegantissimo che ci aiuta con disinvoltura e chiacchiera, giustamente,del tempo. In camera troviamo addirittura un piccolo set per esercitarsi a giocare a golf! Ceniamo piuttosto bene nel bistrot dell’albergo.

14 agosto – Dopo un altro ottimo breakfast, partiamo alla conquista di Cork (bianco e celeste), ancora una città su un fiume, il Lee. Cork è piuttosto grigia nel suo insieme, ha un aspetto un po’ dimesso sebbene resistano ancora alcune dimore georgiane. Visitiamo l’austera cattedrale dedicata a St. Finbarr, sulla strada verso il centro della città, e scopriamo che si sta celebrando “The year of the constant reader”. Facciamo un giro per il centro, verso St. Patrick Street e l’English Market, gli spazi tradizionali dove i cittadini di Cork si incontrano.

 

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Irlanda - 2010 (148)Riprendiamo il viaggio verso una tappa davvero curiosa: Blarney Castle. Si tratta di una fascinosa roccaforte affacciata sul fiume Martin, dove è possibile salire fino in cima e baciare, in posizione un po’ precaria, la Blarney Stone: solo dopo questo rituale si ottiene, dice la leggenda, il dono dell’eloquenza. Noi siamo prudenti, poi non crediamo nelle favole, quindi ci limitiamo ad ammirare il panorama dall’alto. Scendiamo per fare una suggestiva passeggiata, dove storia e leggenda si intrecciano ancora una volta: tra un dolmen, una cucina della strega e un cerchio druido, godiamo del rigoglioso verde irlandese.

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Il nostro viaggio riprende verso ovest, all’interno di questo paesaggio umido, morbido e intimo: la prossima tappa è il famoso Rink of Kerry (giallo e verde). Intanto  seguiamo il fiume Lee fino a Macroom, attraversiamo il Killarney National Park, con i suoi laghi spettacolari immersi in un paesaggio di smeraldo, erbe, erica e torba, e arriviamo a Kenmare, caratteristica con le sue case di sasso e i locali di live music che si susseguono uno dietro l’altro, e dove inizia ufficialmente il Ring of Kerry.

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La giornata è particolarmente piovosa, e ci regala un paesaggio irlandese un po’ ingrigito, ma per fortuna la tappa odierna non prevede passeggiate a piedi, quindi poco male, il fascino dell’Irlanda risiede anche nel saper essere seduttiva con ogni tempo. Ci allontaniamo dal perimetro costiero per visitare Staigue Fort, una costruzione circolare datata 1500 a.c., posta all’interno di una splendida vallata circolare piena di fiori colorati, e dalla quale si gode l’ennesimo panorama mozzafiato.

Irlanda - 2010 (224)Irlanda - 2010 (243)

Continuiamo il perimetro del Ring of Kerry, ancora meravigliati della mutevolezza di questo paesaggio dove brillano i verdi dei prati, i colori sgargianti dei fiori e i movimenti continui delle nuvole in cielo. Non incontriamo cittadine o paesi, ma villaggi di poche case, e in serata arriviamo a Tralee., dove sostiamo al Ballygarry House Hotel.

15 agosto – Ci svegliamo in una splendida giornata di sole! Tralee si conferma una tranquilla, piacevole cittadina irlandese, con le sue case a due piani, colorate, e i tetti spioventi in ardesia. Le strade sono decorate con rose stilizzate, perché in questi giorni si svolge il concorso di bellezza “The Rose of Trallee”, che pare sia piuttosto famoso.

Irlanda - 2010 (259)Noi lo trascuriamo e andiamo a visitare Blennerville Windmill, un autentico mulino a vento che sorge vicino sia al fiume che a quello che resta delle ferrovia Dingle-Tralee, una via di comunicazione molto importante in passato. Il mulino è oggi un museo, ma si può visitare comodamente tutto, e godere dai piani superiori del bel panorama aperto.

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Riprendiamo il percorso e incontriamo Listowel, dove rimane un imponente e severo castello medievale, e attraversiamo una zona dove sono ancora presenti molti reperti preistorici, abitazioni di pietra con i tetti di paglia e monoliti. Ci dirigiamo a Tribert, sulla costa: per velocizzare il tragitto decidiamo di attraversare il golfo su un traghetto, nel nostro caso lo Shannon Breeze.  Fa caldo e finalmente ci ritroviamo in un corretto clima estivo, e ci godiamo la traversata in compagnia di un delfino.Entriamo nella contea di Clare, la prima tappa è il Bunratty Castle, che ci delude un po’, in quanto è molto ricostruito e rappresenta più un luogo di divertimento che di interesse storico.

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Riprendiamo la strada, siamo piuttosto nell’interno, ed è un’emozione godere di questo verde straordinario che brilla sotto il sole, in contrasto con i bianchi muretti a secco e i tanti fiori spontanei e multicolore. Non mancano i resti di vecchi castelli e monoliti disposti a cerchio: siamo nel Burren National Park e nel suo paesaggio lunare. La vallata è bellissima, aperta a vista d’occhio, i colori della natura scintillano al sole, le pietre di arenaria nascondono cimiteri preistorici e semplici costruzioni e segnali, i dolmen resistono al tempo, così come l’imponente Caherconnell Stone Fort, vecchio di oltre 1500 anni.

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Ritroviamo il mare e il suo profumo a Ballyvaghan, dove troviamo una vecchia torre, Newton Castle, che ospita il Burren College of Art;  proseguiamo tra mare e campagna fino alle famose Cliffs oh Moher. La splendida giornata ci permette di fare una straordinaria passeggiata in costa, lungo il perimetro di queste strepitose scogliere che si alzano per oltre 200 metri, in perfetto verticale, dal mare. La formazione stratificata della roccia offre rifugio per i gabbiani, che ci volano vicini. C’è un percorso appena rientrato e assolutamente sicuro, ma lo spettacolo risulta davvero impressionante! Non è possibile limitare il tempo con tanta bellezza, ci fermiamo fino al tramonto, e alla sera raggiungiamo lo Spanish Point. Dormiamo al Bellbridge Hotel di Milltown Malbay, e cerchiamo di dimenticarcelo subito.

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16 agosto – Ci svegliamo con l’alta marea. Riprendiamo il viaggio ed entriamo, a Kinvara, nella contea di Galway. Ci dà il benvenuto  Dunguaire Castle, una severa torre del sedicesimo secolo che non anticipa la vivacità della città di Galway. Nonostante il tempo sia di nuovo coperto, facciamo una bella passeggiata nella via pedonale: ai Four Corners c’è Lynch’s Castle, una fortezza del ‘400, continuando arriviamo al fiume dove stazionano numerosi gabbiani. La zona del porto è vivacissima, piccole case di pietra con le finestre colorate  e targhe decorate, locali e pub in fila, tanti fiori. Costeggiando l’acqua si incontrano le antiche mura e le case dei pescatori, sui prati verdissimi ancora antiche pietre .Irlanda - 2010 (421)

Sul ritorno incontriamo la Collegiata di San Nicholas, la chiesa più antica d’Irlanda ancora in uso. E’ curioso che la guida riporti il fatto che San Nicola è qui più conosciuto come Santa Claus, Babbo Natale, in ogni caso è il patrono dei marinai, e su un’isola è una bella responsabilità. Riprendiamo il viaggio verso una delle zone più intime, selvagge e belle d’Irlanda, il Connemara. Il paesaggio ritorna caratteristico, cielo grigio e pesante di nubi, erica e felci sui prati, rocce nere fin dentro l’acqua placida dei golfi, muretti a secco e fiori, tanti fiori colorati. Troviamo persino una spiaggia, Coral Beach, con tanto di capanno del bagnino. Arriviamo a Clifden, dove siamo attesi all’hotel Abbeyglen Castle, un vero maniero riadattato. Finalmente assaggio le famose ostriche irlandesi. E’ tutto molto lussuoso e davvero accogliente. Clifden ci accoglie con piccole casette colorate e la guglia della sua chiesa. E’ la settimana del Pony Show, ma noi non vediamo nemmeno un cavallo.

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17 agosto – Scegliamo la strada interna per ammirare il profilo dei Twelve Bens, la catena montuosa del Connemara, e raggiungiamo Kylemore Abbey, una gigantesca costruzione composta da castello, abbazia e chiesa gotica, che si riflette nell’omonimo lago e spicca nel rigoglioso sfondo verde del bosco che la circonda. Oggi è abitata da una comunità di monache benedettine, che ne curano la conservazione. Visitiamo l’interno, con gli arredi apparentemente pronti per l’accoglienza, il parco e gli incantevoli giardini fioriti, con le abitazioni degli antichi giardinieri.

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Riprendiamo la strada, entriamo nella contea di Mayo, raggiungiamo la Clew Bay e passiamo per Westport con i suoi ponti di pietra sul fiume Carrowbeg. Il mare della baia è disseminato di morbide isole, costituite da detriti di epoca glaciale; attraversiamo Newport e proseguiamo fino a Sligo. La città, molto bella, ci accoglie con le rovine di un convento medioevale. La parte centrale invita alla passeggiata, si percepisce la lontananza dal caos e dalla fretta dei grandi centri. Incontriamo la sinuosa statua di Yeats, che qui è nato e vissuto, l’omonimo Memorial Building, e anche qui godiamo della presenza dell’impetuoso fiume Garravogue. Pernottiamo all’hotel Radisson, un po’ decentrato ma con una strepitosa vista sull’oceano. Ceniamo molto bene in hotel, e poi facciamo un’inquietante passeggiata intorno, nel buio più profondo, costeggiando case vuote, mentre lontano scorgiamo le luci di Sligo.

18 agosto – Dopo un super breakfast ci avviamo verso il cimitero megalitico di Carrowmore, il più grande e antico sito d’Irlanda. Qui, in uno spazio verde aperto agli elementi, si passeggia tra dolmen e cavalli, in contatto con l’energia della natura.

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Lasciamo Carrowmore e l’oceano Atlantico per attraversare il paese e puntare direttamente verso Dublino. Facciamo una piccola tappa centrale sul Lough Owel e poi via, verso la capitale.

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Scendiamo all’hotel Paramount, con la classica struttura in mattoni, proprio al limite di Temple Bar, quindi facciamo subito una passeggiata esplorativa nella strada più famosa d’Irlanda. Costeggiamo il fiume Liffey fino al bellissimo Connell Bridge e diamo una prima occhiata alla parte più centrale della città. Scopriamo le case georgiane, il General Post Office, costruzione palladiana diventata monumento nazionale dopo l’insurrezione della Pasqua 1916, e il modernissimo Spire, una torre di acciaio riflettente,  la più alta nello skyline di Dublino. Salutiamo James Joyce appoggiato al suo bastone e cominciamo a notare alcune delle piastrelle in rame che raccontano il suo Ulisse. Rientriamo in Temple Bar per fare una foto alla signora Temple e, infine, cena nella Tea Room del Clarence Hotel, il ristorante di Bono Vox, dove però devo accontentarmi di una birra diversa dalla Guinness!

19 agosto – Inizia la scoperta di Dublino. La prima tappa è il Trinity College, una grande struttura naturalmente inserita nella città. Come si conviene a un college anglosassone, lo spazio esterno è molto vasto e piacevole, con un’architettura neoclassica. Visitiamo attentamente la strepitosa Long Library,  http://panoramicireland.com/arch/trinity.html costruita nel 18° secolo, che ospita più di 200mila libri, e la mostra “Turning darkness into light” dedicata al Book of Kells, il manoscritto miniato realizzato dai monaci irlandesi nel 9° secolo: contiene la trascrizione latina dei quattro Vangeli, oltre a numerose illustrazioni e miniature colorate.  Qui scopriamo l’arpa come simbolo di Dublino, e da questo momento la vedremo ovunque.

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Usciamo dal Trinity College e ci avviamo verso St. Stephen Green, un grande e splendido parco, e sulla strada incominciamo a notare i portoni colorati, anch’essi diventati simbolo della città. Sono di tutti i colori e tutti diversi, perfetti per le eleganti case georgiane con i mattoncini a vista e le ampie vetrate. Il parco è un vero punto di raccolta per il dubliners, in quanto offre la possibilità di immergersi nel verde più fitto, godendo delle fioriture e della tranquillità. Da qui percorriamo Grafton Street , una strada molto famosa, pedonale, piena di negozi. Pare che suonando in questa strada abbiano iniziato la carriera alcuni gruppi musicali diventati poi famosissimi … come gli U2! Lasciamo questa zona piuttosto elegante perché ci attende la visita dello stabilimento Guinness, la mia birra preferita. Irlanda - 2010 (697)Allontanarsi dal centro vuol dire attraversare strade più strette, un po’ solitarie, caratterizzate solo dalle case in mattoni rossi, senza decorazioni. Lo stabilimento è molto grande, quindi è posizionato in periferia, ma entrare lì dentro vuol dire lasciare tutto per attraversare un ambiente magico, dove il processo di produzione è presentato in modo spettacolare. Tutto è grande. Facciamo shopping, io mi guadagno il meritato diploma di spillatrice, e beviamo talmente tanta birra che alla fine non ce la facciamo più! Piove, aspettiamo che smetta guardando il panorama di Dublino dalle grandi vetrate all’ultimo piano. Per cena scegliamo Gallaghers Boxty House, un buon locale in Temple Bar. E poi ancora un giro in mezzo ai  musicisti di strada, che in ogni angolo offrono uno spettacolo diverso.

20 agosto – Dopo una mostra fotografica al National Photographic Archive in Temple Bar, che ci mostra un pezzo di storia dell’Irlanda attraverso le istantanee a molti sconosciuti protagonisti, visitiamo l’interessantissimo Dublin Castle.Irlanda - 2010 (735) Abbiamo una simpatica guida che ci permette di percorrere la storia della città attraverso questo monumento, sorto proprio sui primi insediamenti. Già il nome, Dubh Linn in gaelico, significa Stagno Nero, situato proprio dove oggi sorge il castello. La costruzione risale almeno all’anno 1100: la maggior parte dell’architettura è datata XVIII secolo, ma ancora ci sono sezioni del fossato originale, la Records Tower e le fondamenta di altre torri. Fino al 1922 la proprietà era inglese, e in quell’anno il potere è stato consegnato al nuovo Stato Irlandese. Oggi è un luogo di prestigio internazionale, perfettamente arredato con mobili settecenteschi, quadri e tappeti. Visitiamo la stanza di James Connolly, il più famoso sindacalista e rivoluzionario irlandese, la sala del trono con uno spettacolare lampadario in oro che commemora l’unione tra Gran Bretagna e Irlanda nel 1801, l’ampio salotto e la galleria dei ritratti. In chiusura, la più importante, la Sala di San Patrizio, centro di importanti funzioni statali. Molte stanze hanno un caminetto, e la guida ci spiega da dove viene il detto “perdere la faccia”: nel 1700 si usava talmente tanto trucco che, vicino al calore del caminetto, poteva sciogliersi rivelando una carnagione non perfetta. Dopo le stanze del castello ci spostiamo alle fondamenta medievali, che una volta prevedevano un sistema idraulico con un collegamento al fiume Liffey, e infine, di fronte al castello, la Cappella Reale con il suo straordinario organo.

Sul piazzale del castello troviamo una eccezionale sorpresa: le Irish Sand Sculture, strepitose sculture di sabbia, capolavori effimeri talmente perfetti da tollerare e forse migliorare anche con le trasformazioni che derivano dall’esposizione all’aperto, vento, pioggia. Le sculture rappresentano il progetto di un gruppo di quattro artisti che, con scadenze regolari e in diverse parti del mondo, propongono la loro interpretazione di temi e personaggi diversi. Sono davvero incredibili!

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Fuori dal Castello visitiamo ancora la Chester Beatty Library & Gallery of oriental Art, una collezione privata di capolavori orientali lasciata in dono alla città di Dublino. Dietro al Castello c’è un curioso prato dove è disegnato il percorso ideale di un fiume, e poco lontano l’ufficio del turismo, ubicato in una vecchia chiesa gotica. Salutiamo la statua di Molly Malone e ci avviamo verso il Joyce Centre, dall’altra parte della città. Nel percorso possiamo ammirare i moltissimi portoni colorati così tipici di Dublino, ma attraversiamo anche una zona piuttosto degradata. La casa di Joyce è interessante e celebrativa, all’interno da consultare le opere dello scrittore: naturalmente il libro più stropicciato è Dubliners, che si apre da solo nelle ultime pagine del racconto forse più toccante del libro, con I Morti: Counterparts. Irlanda - 2010 (753)Torniamo dall’altra parte del fiume per dedicarci a un’attenta visita della Cattedrale di San Patrizio, tempio della città. E’ un monumento straordinario, che riunisce la solennità religiosa alle caratteristiche storiche e folcloristiche. La costruzione, eseguita dai Normanni,  risale al XII secolo, con successivi rimaneggiamenti, e vanta la prima esecuzione, nel 1742, del Messia di Haendel, grazie al monumentale organo. Racchiude le tombe di Johathan Swift e della sua compagna, oltre ad altre tombe monumentali dedicate a scrittori irlandesi di tempi diversi, ben famosi in patria, meno fuori. La caratteristica più sorprendente dell’interno della Cattedrale di San Patrizio è rappresentata dagli stendardi dei Cavalieri di San Patrizio, in mostra sopra gli stalli del coro. C’è anche un curioso, antico portale di legno a cui mancano alcuni pannelli: nel 1492 serviva come porta della Sala del Capitolo nella Cattedrale; sul retro il Conte di Ormond vi si barricò per difendersi dal nemico, il Conte di Kildare. Ormond rifiutò di uscire, nonostante la promessa che non gli a sarebbe stato fatto alcun male, così Kildare ruppe con la lancia il legno della porta e vi infilò il braccio disarmato in segno di fiducia. Osmond strinse la mano, la pace fu fatta e da allora “changing one’s arm” significa correre il rischio. Nel parco davanti alla Cattedrale cerchiamo il leggendario Pozzo di San Patrizio, ma ne troviamo solo una moderna memoria. Finiamo la giornata a Temple Bar per cenare ancora da Gallaghers, e per godere dell’allegra vitalità di questo angolo di mondo.

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21 agosto – Dedichiamo l’ultimo giorno a Dublino per fare una lunga passeggiata sulle rive del Liffey, e raggiungere il porto. Nel tragitto, incontriamo il ponte disegnato da Calatrava, bellissimo, essenziale, geniale nel saper richiamare il disegno dell’arpa nella struttura. Incontriamo anche delle statue celebrative: da un lato un robusto pescatore intento nel suo lavoro, sul lato opposto, un gruppo di persone disperate che ricordano la grande carestia degli anni ’20, la fame, la disperazione, l’emigrazione in America. Continuiamo a incontrare le targhe in ottone fissate per terra, che propongono passi dell’Ulisse di Joyce … Torniamo verso l’hotel, e passando per Temple Bar incontriamo the Wall of Fame, un muro che propone tutte le tante celebrità irlandesi, tutte rappresentate giovanissime: U2, Sinead O’ Connor, Dolores O’ Riordan e i Cramberries … Allunghiamo la nostra passeggiata e troviamo lo scheletro di una nave vichinga in parte sotterrata, le antiche mura della città e, in un parco, una festa vichinga con la ripresa degli antichi mestieri e le persone in costume: tra dimensioni, capelli lunghi e costumi, sembrano tanti Obelix. Time to leave now …Irlanda - 2010 (780)

 

 

 

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An Irish Blessing

May the road rise to meet you

May the wind be always at your back

May the sun shine warm upon your face

May the rains fall soft upon your fields

And until we meet again

May God hold you in the palm of His hand

(12 agosto – 21 agosto 2010)

Stockholm

corona

10 settembre 2010 – Qui siamo ancora in piena estate, ma corredati di abbigliamento quasi invernale raggiungiamo la Scandinavia, la Svezia,  Stoccolma. L’aereo che prendiamo a Linate è piccolissimo, quasi un pullman, non ha posto nemmeno per i bagagli a mano che stiviamo direttamente prima di salire e ugualmente raccogliamo all’arrivo. Il viaggio è tranquillo e, dall’aeroporto Arlanda, in 20 minuti raggiungiamo la città con un trenino comodo e puntuale.

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La stazione è nella city, il nostro albergo è il First Reisen, a Gamla Stan, l’isola dove sorge la parte più antica di Stoccolma. L’hotel si affaccia direttamente sull’acqua, e guarda i quartieri (o le isole) di Skeppsholmen e Djurgarden. Stoccolma è composta infatti da un arcipelago di 14 isole, poste dove il  lago Mälaren incontra il Mar Baltico. La prima cosa che colpisce sono gli attracchi per le barche presenti ovunque, in tutto il perimetro delle isole. Nonostante  il freddo, è chiaro che gli abitanti sono abituati a vivere l’acqua con un rapporto molto diretto, usano le imbarcazioni con estrema facilità e possono ormeggiarle dappertutto. C’è anche, nel bacino, una enorme nave da crociera Costa (che durante il nostro soggiorno si allontanerà per venire sostituita da un’altra nave altrettanto grande), ma mancano totalmente, almeno alla vista,le infrastrutture portuali che conferirebbero un aspetto industriale. Facciamo una prima passeggiata per Gamla Stan, e diamo una prima occhiata esterna al Palazzo Reale, caratterizzato da un’architettura austera e molto elegante. Nel complesso, il quartiere mantiene l’aspetto medievale, le strade sono strette e le case basse e solide. Decidiamo però di dare una prima occhiata generale proprio dall’acqua, e saliamo su uno dei numerosi battelli che fanno il giro panoramico: in un colpo solo apprezziamo l’eleganza dei palazzi, alti e stretti, con facciate dalle linee morbide e colori sobri, e la bellezza delle imbarcazioni, tra cui molti velieri in legno. Torniamo al punto di partenza per visitare il Palazzo Reale (Kungliga Slottet) in stile barocco italiano.

2.jpgNon è più la residenza della famiglia reale, ma  un luogo regolarmente usato dal re e dal governo per incontri di lavoro, eventi e cerimonie, e quando accessibile aperto al pubblico che ne può apprezzare sia gli aspetti pratici che gli arredamenti di grande e insolita bellezza.  Oltre a una sfilata di stemmi variopinti, visitiamo molte stanze e corridoi che ricordano gli arredi dei palazzi francesi, con una bella raccolta di dipinti, fino a incontrare una stanza moderna, luminosa e colorata, arredata con pezzi in elegantissimo stile “svedese” … ! La visita si conclude con due ritratti moderni dei reali di Svezia, due belle opere pop.  All’uscita assistiamo a un rapido cambio della guardia (quello solenne si tiene la domenica mattina), e ci spostiamo nella bella piazza di Stortorget, dove si affaccia il palazzo della Borsa che ospita l’Accademia di Svezia e il museo Nobel. Siamo sulla piazza più antica di Stoccolma, il centro storico attorno al quale è cresciuta la città, con al centro una fontana e numerose panchine che invitano a una sosta, guardato da alcuni dei più bei palazzi visti in città, eleganti nella loro forma slanciata e con i tetti arrotondati. Uno di questi è il Grillska huset  fondato nel 1680 da un genovese della famiglia Grillo, altri ospitano uffici e una storica farmacia, e all’interno presentano testimonianze di quanto la città di Stoccolma, già nel medioevo, fosse dotata di sistemi idraulici. Qui acquistiamo un po’ di souvenirs, tra cui il Dalahorse, il cavallino di legno dipinto a mano simbolo della città: scegliamo un modello azzurro del 1940.

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Ci spostiamo per visitare Storkyrkan, la Cattedrale, edificio medioevale dall’interno sobrio, ma con alcuni particolari veramente insoliti: la statua di San Giorgio e il Drago realizzata in legno e corna d’alce,  le sedie dedicate al re e alla regina, sormontate da due  enormi corone,un maestoso altare in ebano e argento e il Vädersoltavlan, un quadro che rappresenta l’insolito fenomeno di cerchi disegnati nel cielo attorno al sole. Il dipinto risale al 17° secolo, e riporta un fenomeno visivo apparso nel cielo di Stoccolma il 20 aprile 1525. Ovviamente all’epoca si era pensato a un evento soprannaturale, mentre oggi sappiamo che si tratta di cristalli di ghiaccio esagonali che fungono da prismi e procurano questo fenomeno detto “sun dog”.

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A questo punto vogliamo visitare la zona più moderna, la City, con l’intento di raggiungere l’Hard Rock Cafè: camminiamo così a lungo, prima in uno spazio pedonale ricco di negozi dai marchi globali più famosi, raggiungiamo Hötorget Square, la piazza con un allegro mercato di fiori, frutta e verdura (quanti funghi!), di fronte alla Royal Concert Hall (Konserthuset), il teatro dove si tiene la cerimonia della consegna dei premi Nobel, e ai grandi magazzini Pub, i più antichi della capitale.

6.jpgDa qui raggiungiamo la zona universitaria e la bella costruzione circolare dell’Osservatorio; rientriamo quindi attraverso l’Observatorielunden, un parco che guarda la città dall’alto e ci permette una bella passeggiata cercando i riferimenti più interessanti. Costeggiamo la Adolf Fredriks kyrka, bianca chiesa del 18° secolo, a croce greca, intitolata al re che pose la prima pietra, e torniamo a Gamla Stan costeggiando il Palazzo Reale fino alla chiesa finlandese (Finska Kyrkan), uno degli edifici più vecchi della città.

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La nostra cena (buona ma global) è al ristorante Magnus Ladulås.

8.jpg11 settembre – Approfittiamo ancora della  barca per farci portare al Vasa Museet, un enorme vascello in legno del diciottesimo secolo, naufragato alla prima uscita in mare e recuperato, restaurato ed esposto, per osservare da vicino com’era fatto e decorato un veliero di legno da carico.  Intorno alla nave ci sono le ricostruzioni di ambienti dell’epoca, esposizione di utensili e filmati, si percepisce il forte fine didattico di questa esposizione.  Lasciamo il museo per raggiungere a piedi la via Strandvägen e ammirarne le bellissime case, imponenti per l’altezza e delicate nell’eleganza delle decorazioni. Arriviamo alla chiesa di Santa Clara (Klara Kyrka), caratteristica chiesa protestante affiancata dal cimitero, ma è chiusa e non possiamo visitarne l’interno.

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Ritorniamo perché abbiamo in programma la visita guidata alla City Hall, il palazzo municipale dove si tiene il banchetto dedicato ai premi Nobel. La costruzione, che sembra molto antica, in realtà è datata 1923, con un esterno elegantissimo, un grande cortile e affaccio sull’acqua. Sulla torre, a mezz’altezza, c’è un romantico balcone. Entriamo attraverso la “Volta dei Cento”, : la prima sala, detta sala blu perché l’architetto intendeva dipingerla di quel colore (e invece ha preferito lasciarla con i mattoni a vista), ha caratteristiche architettoniche medievali e alcune volute irregolarità, in quanto l’intento di chi ha costruito era quello di farla somigliare a una piazza italiana. Contiene il più grande organo del Nord Europa. 10.jpgUn grande scalone principesco conduce al piano superiore, e attraverso un corridoio dal pavimento in legno che scricchiola volutamente sotto i nostri passi, arriviamo alla sala consigliare (i rappresentanti eletti sono equamente divisi tra uomini e donne) che prevede uno ampio spazio per il pubblico. L’aspetto di questa sala è sontuoso, e il soffitto, in legno e vetro, richiama una “casa lunga” vichinga: il vetro serve per attrarre più luce possibile in un paese che per diversi mesi all’anno ha pochissime ore di sole. Molto efficace, sebbene ingombrante, è il sistema di riscaldamento, mentre ci dicono che le tappezzerie e le tende, spesso rinnovati, sono tessuti in Italia. Riprendiamo il giro: attraversiamo un corridoio con un affresco metaforico dedicato alla Svezia, arriviamo alla Sala delle tre Corone, così chiamata dai tre lampadari che la illuminano, dove è possibile ammirare il quadro panoramico  “View from Mosebacke” di Elias Martin, fino alla all’incredibile Golden Hall. E’ una enorme sala interamente coperta da un mosaico dorato, con immagini ispirate alla storia di Stoccolma, oltre ad alcuni piccoli disegni che ricordano il contestato architetto che l’ha realizzata. La guida ci spiega che la quantità di oro usata è modesta, in quanto si sono usate tesserine di vetro riflettente, spalmate di vernice dorata, ma l’effetto complessivo è davvero suggestivo. La parete principale è dedicata alla Svezia come Queen of Lake Mälaren, dai lunghi capelli al vento, omaggiata da Oriente e Occidente, e il decoro intorno richiama leggende e favole del Paese.

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12.jpgUsciamo nel cortile del palazzo, dove troviamo un bel Dalahorse a grandezza quasi naturale, e ci spostiamo nella torre, la cui guglia è ispirata all’antico castello Tre Kronor: ci aspettano 365 gradini da salire per arrivare in cima. La prima tappa è alla Torre della Vergine, dove una principessa situata dietro una finestra attende di essere salvata da San Giorgio, posizionato leggermente più in alto. L’interno è un museo in verticale, con busti e statue da ammirare durante l’ascesa, in particolare la statua di San Erik alta quasi otto metri. Continuiamo nel passaggio Circolare, nel Passaggio della Torre fino alla Soffitta della Torre, e infine la Torre di Legno, con il supporto  dell’orologio e gli ingranaggi. In cima, sulla Torre di Rame, ci aspettano le statue di quattro santi, Erik, Clara, Maria Maddalena e Nicola, e con un ultimo piccolo sforzo ci portiamo sotto le nove campane della torre. Da qui, il panorama completo di Stoccolma è molto soddisfacente!  Sopra di noi, le tre corone.

http://stockholm.arounder.com/it/palazzi-storici/city-hall-at-dusk/city-hall-bell-tower.html

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Lasciamo la City Hall, mentre scopriamo che oggi, sabato, si celebrano i matrimoni nel vestibolo del quartiere delle feste, l’Ovale: la cerimonia dura pochi minuti ed è gratuita. Ritornando,  assistiamo alla partenza della Maratona di Stoccolma.14.jpg

Ci dirigiamo quindi verso l’isola di Skeppsholmer,  e troviamo una sorpresa: è in  mostra il famoso “Esercito di terracotta”, la collezione di circa 8mila guerrieri, molti dei quali forgiati a grandezza naturale, scoperto nel 1974 e ancora in corso di recupero, a guardia della tomba del primo imperatore cinese, vissuto intorno al 200 a.c. La particolarità di queste sculture è da ricercare nel fatto che sono tutte diverse una dall’altra, negli abiti e soprattutto nelle sembianze del viso e nella espressione degli occhi.

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Ritorniamo verso Gamla Stan godendo dell’austera bellezza di questa città, dove ceniamo all’accogliente Bistro Ruby, e continuiamo con una bella passeggiata notturna nel verde di Kungsträdgården.

12 settembre – Ci resta mezza giornata, e decidiamo di trascorrerla al Moderna Museet.

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Ritorniamo quindi a Skeppsholmer; mentre ci avviciniamo al museo siamo accolti da alcune installazioni ispirate a Mirò, ma di autore svedese, e da quattro potenti sculture di Calder che rappresentano i quattro elementi naturali. L’ingresso del museo è tappezzato con l’immagina rosa e gialla della mucca di Andy Warhol, e la collezione è molto interessante, con opere di artisti svedesi, ma non mancano lavori dei maggiori artisti internazionali.

http://www.modernamuseet.se/en/Stockholm/

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All’uscita ci aspetta un’ultima sorpresa: Skeppsholmer è in festa. L’isola è stata per lunghi anni solo una base navale militare, ora ha perso questo vincolo e oggi festeggia aprendo al pubblico le sue costruzioni e gli antichi velieri, che ancora portano le tracce del passato militare. Non mancano, come dappertutto, bancarelle e giochi.

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Prima di salutare questa splendida città, ci portiamo un’ultima volta al Palazzo Reale, dove assistiamo al solenne cambio della guardia.

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Facciamo quindi l’ultima passeggiata tra i suoi aristocratici palazzi e i giardini reali, la zona di Riddar Holmen e ancora  le statue, i vicoli e le costruzioni medievali di Gamla Stan.20.jpg

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Lasciamo una città rispettosa di sé e degli altri, ordinata e pulita, nella quale i suoi abitanti possono permettersi il lusso straordinario di usare la bicicletta e, la sera, semplicemente appoggiarla al muro sotto casa.

(10 settembre – 12 settembre 2010)

Le notti bianche

23 giugno 2010 – Partiamo presto, alle 5,30 siamo già a Linate, ma sono sveglissima, pronta per un viaggio che desidero fare da molto tempo, e che si rivelerà una vera sorpresa. Mara e Pasquale sono altrettanto puntuali, è puntuale anche il volo e intorno alle 13 (ora della Russia) atterriamo a San Pietroburgo.  L’aeroporto è piuttosto piccolo, rapidamente siamo fuori e subito incontriamo Irina, la nostra abile e simpatica tour leader. Mentre ci spostiamo verso l’hotel attraversiamo una città che, in prima battuta, si presenta grigia, uniforme e piuttosto anonima … ma è solo la prima impressione. Infatti l’aeroporto Pulkovo – Аэропо́рт Пу́лково – si trova a sud, lontano dalla parte insulare della città. Da subito il divertimento è quello di interpretare l’alfabeto russo, esercizio che si rivela meno complicato del previsto! Raggiunto l’hotel, posiamo le valigie e ci lanciamo subito per una prima passeggiata a Peter (come i russi chiamano questa città). Prima però dobbiamo mangiare qualcosa, ci fermiamo in un localino con i tavolini all’aperto e un simpatico cameriere in divisa, e qui tre bionde ed estroverse ragazze sedute al tavolo a fianco fanno gli onori di casa (in un improbabile scambio linguistico italiano-russo), consigliandoci su quali piatti preferire. Noi, prudenti, come prima esperienza ci accontentiamo di qualcosa di conosciuto, magari non proprio esaltante, e poi partiamo per affrontare la Nevskij Prospekt (ossia Prospettiva della Neva), la strada principale di Peter. L’armonia architettonica è assicurata dai palazzi in stile neoclassico, tutti molto ben conservati e puliti, dipinti con colori decisi e squillanti. Arriviamo al canale Fontanka e all’Aničkov Most, con i suoi quattro splendidi cavalli: decidiamo di seguire il corso d’acqua e troviamo strade bellissime con diversi esempi di palazzi in architettura neoclassica, tutti dipinti in colori vivaci e decisi. Sono teatri e sedi museali. Incontriamo anche  il primo esempio di architettura ortodossa, la chiesa di San Salvatore del Sangue Versato, che ci cattura con le sue cupole colorate e dalla caratteristica forma a cipolla. In realtà la nostra guida Svetlana boccerà questa architettura, meglio inserita a Mosca che qui, ma a noi piace e ci colpisce per la sua originalità. A fianco della chiesa c’è un rigoglioso parco pubblico delimitato da bellissime cancellate liberty: non è l’unico esempio di questo stile, ci sono diverse portoni e soprattutto il palazzo Singer, elegante con la sua cupola affusolata e le cariatidi velate. Un altro aspetto caratteristico sono le entrate dei locali pubblici, semplici e piccoli portoni in legno, ben diversi dalle vetrate a cui siamo abituati. Le distanze qui sono ragguardevoli, noi siamo ancora molto lontano dalla Neva e decidiamo di tornare indietro per la cena. Il buffet dell’albergo è ricco e buono, con noi sono a tavola tutti i compagni di questo viaggio. Facciamo ancora un giro fuori,sempre con l’idea di raggiungere la Neva, invece percorriamo un quartiere tranquillo, anche troppo, sembra persino un po’ malfamato … l’orologio ci dice che sono le 11 di sera, ma il sole è ancora alto ….

24 giugno – Stamattina facciamo un giro panoramico e ricognitivo della città, per cominciare a capirne l’architettura e la planimetria. Dopo aver salutato Puskin nel suo parco, piccolo ma molto bello e ordinato, ripetiamo più o meno lo stesso percorso fatto ieri a piedi, ma stavolta arriviamo rapidamente sulle rive della Neva, il grande fiume che separa la città di San Pietroburgo dal mare. La Neva è in questa stagione un corso d’acqua ampio, vivace e pieno di imbarcazioni, sembra impossibile che d’inverno possa ghiacciare totalmente così da diventare percorribile a piedi. Ora invece si scavalca grazie ai numerosi ponti, per raggiungere le isole che fronteggiano direttamente il mare. Siamo sull’isola Vasil’evskij, San Basilio, dove ha sede il vecchio porto, con le colonne rostrate, e diversi palazzi – spesso progettati da italiani – che erano una volta sedi di istituzioni economiche, e oggi ospitano musei. Tra questi c’è la vecchia Borsa, progettata dal Quarenghi nel 18° secolo, l’ex palazzo della dogana, ideato da Giovanni Luchini, oggi noto come Casa Puskin, e il grande edificio in stile barocco sede dell’Università di San Pietroburgo, pensato da Domenico Trezzini . Questo punto è comunque molto interessante per lo straordinario panorama che vi si gode: le cupole dorate dell’Ammiragliato e di San Pietro e Paolo, la Neva con la successione dei palazzi patrizi che vi si affacciano e che richiamano il Canal Grande a Venezia: cinque eleganti  palazzi dell’Hermitage – Palazzo d’Inverno, Hermitage vecchio, Hermitage Piccolo, Teatro dell’Hermitage. C’è anche l’Hermitage Nuovo, ma non affaccia sulla Neva – fino al Mramornyj Dvorec, voluto dalla zarina Caterina II, dalla facciata in marmo  rosa e blu di Finlandia. La mattina è ormai finita, ci attende un pranzo russo in un ristorante sulle rive della Fontanka.

Dedichiamo il primo pomeriggio alla visita della maestosa cattedrale di Sant’Isacco, a croce greca, gigantesca nelle proporzioni, ma ugualmente elegante e leggera. Secondo la guida, è una sintesi tra S. Pietro, il Pantheon e St. Paul a Londra, almeno per quanto riguarda l’esterno. Dentro, invece, è caratterizzata dalla gigantesca iconostasi, con molte opere in mosaico come le colonne di malachite e lapislazzuli. L’iconostasi è la decorazione classica delle chiese ortodosse, si sviluppa in una serie di immagini che coprono tutte le pareti, a partire da quella in cui c’è l’altare, e non sono casuali, ma offrono una lettura precisa per capire a chi è intitolato il tempio stesso. Al centro dell’iconostasi principale c’è l’altare, nascosto dietro una doppia porta che si apre solo in occasione delle cerimonie di culto. L’interno di S. Isacco è davvero bellissimo, armonioso nei colori e nelle decorazioni. Riusciamo a visitare una cappella laterale, dove osserviamo la forte devozione dei russi e il bisogno di manifestarla. La chiesa attuale si deve all’architetto francese Montferrand, qui gratificato da un busto fatto con i 14 diversi tipi di marmo usati per costruire la chiesa. C’è anche un pregevole modellino della chiesa in legno intarsiato (scala 1:166). Lasciamo l’omonima piazza per recarci finalmente a visitare il museo dell’Hermitage, straordinario per la ricchezza e la varietà delle opere contenute: la nostra guida Irina ci precisa che i russi non hanno mai rubato nulla, e quello che possono mostrare deriva da regali o acquisti. Molti sono i musei e le pinacoteche del mondo che possono offrire alla vista straordinari capolavori, ma qui  tutto è prezioso: l’interno si rivela subito interessante per gli arredi sfarzosi e barocchi delle varie stanze che, per profusione di cristallo e oro zecchino, nulla hanno da invidiare alle gallerie dei palazzi francesi. Ci sono opere tanto preziose quanto curiose (per esempio, l’orologio – pavone), e soprattutto ci sono capolavori dei più conosciuti artisti di tutte le epoche. Oltre a una grande produzione legata alla cultura russa, troviamo, tra l’altro, Raffaello con la Madonna del Connestabile e la Sacra Famiglia, le dolcissime Madonna Benois e Madonna Litta di Leonardo, una galleria dedicata a Rembrant e ai suoi intensi ritratti, compresa la famosa Danae sfregiata nel 1985 da un esaltato, ancora una galleria dedicata a Tiziano, poi Lotto, Correggio, Caravaggio, Michelangelo, insomma tutti i maggiori geni dell’arte italiana, una collezione tra le più preziose del mondo. Tutto questo lo si vede passando da una stanza all’altra, ognuna riccamente affrescata, decorata nei minimi particolari, compreso le porte e le finestre, dalle quali si ammira il corso della Neva e la fortezza di San Pietro e Paolo.

Poi, all’ultimo piano, in una serie di ambienti più piccoli e spogli, ci sono tutti i colori e i giochi di luce degli impressionisti, il genio di Picasso, la Danza di Matisse, l’inquietudine di Van Gogh. Infine, tra gli arredi, colpisce il ricordo della Sala di Malachite, della Sala da pranzo con i servizi esclusivi per gli zar, delle porte in tartaruga. Dopo una giornata così si resta un pochino frastornati di tanta bellezza … cena in hotel, poi spettacolo folkloristico di modesto livello, ma all’interno di un bel teatro dalla facciata rossa, con un piccolo rinfresco a base di tartine e vino. La serata continua con l’immersione nella notte bianca di San Pietroburgo: mentre il sole sembra non voler tramontare mai, e a mezzanotte i suoi raggi ancora illuminano i tetti delle case, noi ripercorriamo la città per godere i colori e i giochi di luce di questo tramonto lunghissimo. Torniamo sulla Neva per ammirare il Palazzo d’Inverno, ci fermiamo davanti alla delicata Cattedrale della Resurrezione, progettata da Rastrelli su commissione della zarina Caterina, dove le luci del tramonto infuocano i vetri delle finestre, e di fronte abbiamo il monastero – palazzo di Smol’nyj, voluto dalla zarina Elisabetta. C’è tempo ancora per un’occhiata alla dimora cittadina di Alessandro I e una carezza portafortuna ai Grifoni dell’omonimo ponte in zona Università,  prima di recarci ancora lungo la Neva, con il cielo ormai scuso, per assistere alla cerimonia dell’apertura dei ponti. Noi ci fermiamo davanti al Ponte Dvorkovij, sotto al quale mille barche si raccolgono e, insieme alla folla rumorosa sulle rive, aspettano il scenografico sollevamento dei due bracci del ponte. Quando il movimento incomincia, ovviamente tutti gli osservatori manifestano grande entusiasmo, ma ancora più suggestivo è veder sfilare navi da carico di enormi dimensioni che possono finalmente attraversare la città verso il lago Ladoga.

25 giugno – La prima visita di questa mattina è per il complesso architettonico intitolato oggi al poeta Puškin, ma nato come Carskoe Selo, ovvero “villaggio degli zar”. Qui c’è il famoso Palazzo d’Estate, o di Caterina (e del nipote prediletto Alessandro I), prezioso esempio di rococò russo, caratterizzato dal simbolo dell’aquila bicefala sul portale principale e dalle eleganti cupole dorate del Rastrelli.

Gli interni sono particolarmente sontuosi, ricchi di specchi e dettagli in oro che amplificano la luce e gli spazi. Ogni stanza è diversa per arredamento, decoro delle pareti, soffitti e pavimenti, e molte sono arricchite con grandi stufe in ceramica olandese di Delft e mobili che riportano nel decoro la lettera E iniziale di Ecaterina; la sala da pranzo ha esposto un servizio da tavola personalizzato con la E, e presenta alcuni oggetti curiosi destinati a tenere in caldo i liquidi e a proteggerli dalla polvere. Ma la sala più famosa del palazzo è la Camera d’Ambra, prezioso manufatto settecentesco costituito dal totale rivestimento in ambra degli Urali. Sappiamo che quello che vediamo oggi è stato rifatto e inaugurato solo nel 2003: l’ambra originale è stata rubata dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale (e tutta la costruzione è stata pesantemente danneggiata) e tutt’oggi non si sa dove sia finito il prezioso tesoro. Il lavoro attuale ricalca fedelmente il vecchio modello e ci permette di apprezzarne la bellezza. La visita al Palazzo ci cala in un’atmosfera d’altri tempi, si respira il lusso ma anche l’apprezzamento per la bellezza vera e la cultura, e ci prepara alla prossima tappa, Petrerhof.

Questa dimora, oggi chiamata Petrodvorec, è forse la più bella costruzione intorno a San Pietroburgo che abbia ospitato gli zar. L’architettura è stata curata ancora una volta da italiani, il Michetti che ne seguì la direzione per un periodo, ma soprattutto il Rastrelli che ne definì l’aspetto come lo vediamo oggi. Anche questo palazzo ha avuto bisogno di una lungo restauro dopo  la seconda guerra mondiale e l’occupazione sciagurata dei tedeschi, ma oggi è tornato all’antico splendore e ci accoglie con la sua eleganza e i suoi famosi giardini. La facciata è bianca e gialla, e dalla terrazza sopraelevata si gode lo spettacolo dei giochi d’acqua delle fontane, e del lungo giardino che si protende a lambire l’acqua del Golfo di Finlandia. La giornata, cominciata molto piovosa,  è ora serena e tiepida, e si rivela quindi particolarmente piacevole passeggiare e attardarsi nei giardini e nel bosco intorno. Ritorniamo in città perché ci aspetta il giro in battello per i canali intorno alle isole che compongono San Pietroburgo. La prospettiva è ovviamente diversa che dalla terraferma, ed è piacevole ammirare le eleganti facciate dei palazzi, tutte dipinte in colori delicati ma decisi, giallo, azzurro, verde, rosa,  il colore come antidoto alle lunghe notti invernali. Mi piace sottolineare ancora la bellezza e l’eleganza delle facciate, ma la gita in barca ci porta anche a vedere la moschea di San Pietroburgo, con due minareti, e l’incrociatore che ha annunciato, con un colpo di cannone, la rivoluzione socialista. Alla sera, cena al ristorante con Mara e Pasquale, e rientro il albergo sotto la pioggia.

26 giugno – La mattina è dedicata alla visita approfondita dell’isola fortezza di San Pietro e Paolo: come in altri posti nel mondo , monasteri e siti religiosi coabitavano in passato con spazi militari, di modo da costituire una doppi protezione per chi vi si chiudeva all’interno. Siamo sullo spazio dove è sorto  il primo nucleo della città di San Pietroburgo, per volontà di Pietro il Grande, come difesa allo sbocco sul Baltico. Anche in queste costruzioni l’intervento degli architetti italiani è rilevante, a partire dalla porta di San Pietro, ingresso principale alla fortezza,  disegnata da Domenico Trezzini.  Non manca l’aquila bicefala con le corone imperiali. L’isola è circondata da mura, ed è possibile percorrerne tutto il perimetro, sia sul camminamento sopraelevato interno che sullo spazio esterno lambito dalla Neva. Ci sono diverse costruzioni, tra cui una vecchia zecca, ma noi dedichiamo la maggior parte del tempo alla visita dell’interno della cattedrale, splendido ed elegante esempio di barocco russo. Alle pareti, particolare insolito, ci sono grappoli di bandiere, mentre per l’illuminazione sono usati bellissimi lampadari di cristallo. L’iconostasi è un po’ diversa da quelle che abbiamo visto fino ad ora, meno tradizionale, e siamo più attratti e incuriositi dalle tombe della famiglia Romanov, tutte conservate qui dentro. In una cappella laterale ci sono i membri della famiglia assassinati dai rivoluzionari, compresa la principessa Anastasia (le nostre guide russe si dicono certe che, nonostante le voci, Anastasia non sopravvisse all’esecuzione). All’esterno della chiesa incontriamo una statua particolare di Pietro il Grande, raffigurato con una enfasi particolare al suo fisico sproporzionato, con testa piccola su arti molto lunghi. Anche questa statua è diventata un talismano portafortuna, tutti la tocchiamo e ne conserviamo così la brillantezza!

Alla fine della visita salutiamo Svetlana, la nostra ottima guida di Petrograd, perché ci aspetta il treno veloce che, in quattro ore circa, ci porterà a Mosca.

Arriviamo a Mosca in serata, ci sistemiamo in albergo – Golden Apple, moderno e simpatico – dove ceniamo molto bene, poi approfittiamo del fatto che anche qui le giornate sono estremamente lunghe, e ci avviamo a piedi verso la piazza Rossa, per un primo incontro con il fulcro di questa città così misteriosa. Nella luce del lunghissimo tramonto di queste latitudini, la piazza Rossa ci appare, appunto, rossa: rosso è l’edificio sul perimetro che accoglie il museo Storico di Stato, rossa è la Porta della Resurrezione, attraverso la quale passiamo per entrare nella piazza, rosse sono le mura del Cremlino e in marmo rosso il mausoleo di Lenin. Il contrasto cromatico con il blu ancora chiaro del cielo è intenso, e diventa festoso all’interno della piazza, già illuminata, con i magazzini Gum decorati da miriadi di lucine. Sullo sfondo, la cattedrale di San Basilio sembra un castello fatato … Nella luce crepuscolare brillano le aquile dorate del Museo e le gloriose stelle rosse sulle torri del Cremlino. Percorriamo tutta la piazza, una delle più grandi del mondo, e raggiungiamo la chiesa di San Basilio, per ammirare da vicino la colorata e vistosa decorazione.

27 giugno – Cominciamo la giornata con un tour esplorativo della città: scendiamo per la Tverskaja Ulika e raggiungiamo piazza del Maneggio, vediamo l’enorme mole in cemento e granito della Duma, il parlamento russo: di fronte c’è un grande cantiere, stanno ricostruendo l’albergo Moskva, dopo averne demolito la “versione” sovietica. Procedendo c’è  il teatro Bol’šoj, purtroppo chiuso per un lungo restauro, la famigerata sede del KGB, il monumento a Dostoevskij davanti alla Biblioteca di Stato, e percorriamo le strade più antiche della capitale sovietica, quelle che fanno parte del Kitaj-Gorod: Ulica Varvarka, Ulica Il’inka e i loro bei palazzi. Ci fermiamo per visitare la ricostruita Cattedrale di Cristo Salvatore. Questa chiesa, che proprio non può dirsi bella, è però un simbolo forte del bisogno del popolo russo di ritrovare la spiritualità dopo la dominazione sovietica: durante il regime, infatti, era stata totalmente demolita, e ricostruita negli anni ’90, mantenendo sia lo stile barocco russo che le dimensioni gigantesche. Anche l’interno è sovrabbondante, in compenso all’esterno  il panorama è davvero piacevole: siamo sopra la Moscova, davanti al discutibile monumento a Pietro il Grande, scorgiamo i palazzi e le cupole dentro il Cremlino, e uno dei sette grattacieli detti “denti di Stalin”.

La giornata continua con la visita al Monastero delle Vergini (Novodevičij),  forse il chiostro più famoso di Mosca, per la sua bellezza e per il suo aspetto caratteristico che ci conferma la sovrapposizione tra il sito religioso e il luogo di difesa: la chiesa e gli edifici del convento sono infatti racchiusi all’interno di una cinta muraria con tanto di torrette dipinte di rosso. La storia del monastero, fondato nel sedicesimo secolo, è

 

 

 

 

 

 

molto variegata: nato per accogliere e proteggere le famiglie dei nobili in caso di pericolo, ha ospitato molte nobildonne obbligate a prendere i voti. Successivamente è stato un orfanotrofio femminile e un ospedale militare. Al tempo della stalinismo aveva ovviamente perso la connotazione religiosa, che è stata restituita e oggi fa parte del Patrimonio dell’Umanità protetto dall’Unesco. Visitiamo tutto il complesso, immerso in una folta vegetazione, che trasmette l’aspetto quieto e rilassante di un giardino ben tenuto, e ci avviciniamo alla Chiesa di Nostra Signora di Smolenk, in attesa che si concluda la funzione religiosa in corso. L’edificio, di un bianco abbagliante e con le cupole a cipolla d’oro e d’argento, si rivela all’interno completamente coperto da affreschi che rappresentano icone della Madonna e scene dell’antico testamento, e naturalmente non manca l’iconostasi classica. Usciamo dal convento per visitare il vicino cimitero, dove ci fermiamo alle tombe di  Raissa Gorbaciova, Nikita Krusciov e, nella sezione più antica, Cechov, quindi proseguiamo per affacciarci sul famoso Lago dei Cigni che ha ispirato Pëtr Il’ič Čajkovskij. Cigni non ce ne sono, ma il posto è veramente incantevole, un angolo di natura dentro la città dalla quale possiamo osservare il perimetro del monastero delle Vergini e le sue cupole dorate. Di fianco al lago ci sono alcune paperelle di bronzo ben allineate, regalo di Barbara Bush alla città di Mosca.

 

 

 

 

 

Riprendendo il nostro tour costeggiamo la Moscova, riusciamo a identificare Gorkji Park, oggi diventato parco di divertimento (con le montagne americane!), superiamo la piazza Rossa e arriviamo su un ponte dove sono stati predisposti  degli “alberi” di metallo per appendervi i lucchetti. Ce ne sono centinaia. Inoltre, a una estremità del ponte, c’è una panchina, e secondo la leggenda, chi vi si siede sopra non litigherà mai più. Naturalmente facciamo i turni, ma ci sediamo tutti, non si sa mai.

E’ ora il momento di visitare la  Galleria Tret’jakov, che raccoglie numerose opere di prestigiosi artisti russi, e aiuta a capire la realtà del paese negli ultimi 200 anni. La visita è molto lunga e interessante: alla fine torniamo in hotel per prepararci al giro notturno della città. Se qui non ci sono le notti bianche, comunque le giornate dono molto lunghe, e il tramonto si protrae per un tempo ben diverso da quello a cui siamo abituati. Già durante il crepuscolo la città si illumina, e possiamo vivere la suggestione delle mura merlate del Monastero delle Vergini che si specchia nelle acque limpide del lago dei cigni.  Dalla collina dei Passeri, che domina tutta la città, ammiriamo brillare nel buio uno dei grattacieli di Stalin e ora sede dell’Università , osserviamo sotto di noi la Moscova e tutto lo skyline di Mosca. Viviamo infine, e non poteva essere diversamente, l’emozione della piazza Rossa e delle Mura del Cremlino perfettamente illuminate, con le stelle rosse rilucenti e la cattedrale di San Basilio disegnata nella notte. Persino la luna sembra voler contribuire a questa straordinaria coreografia.

28 giugno – La prima meta della giornata è costituita dalla tomba de milite ignoto, dove assistiamo al cambio della guardia, una cerimonia semplice e abbastanza veloce. A fianco corre un piccolo bacino con le statue che rappresentano alcuni protagonisti delle favole di Puskin, ma noi ci riportiamo sulla piazza Rossa dove ci attende un piccolo break (con espresso!) all’interno dei magazzini Gum e la visita approfondita della Cattedrale di San Basilio. Ancora una volta dobbiamo fare i conti con una commistione di “autentico” e “rifatto” che stona parecchio alla sensibilità di noi italiani, e del resto solo così probabilmente si spiegano i colori brillanti delle immagini e delle decorazioni. Comunque San Basilio è chiesa e fortezza insieme, con muri di mattoni spessi e nascondigli, e con l’aspetto mistico della chiesa ortodossa, con la sua iconostasi e la ricchezza delle decorazioni. La visita alle stanze superiori, ricche di documenti e spiegazioni, offrono l’opportunità di una visione dall’alto della Piazza Rossa.

Dopo un pranzo di scarsissima qualità in un self service, ci concediamo una passeggiata per guardare con calma i luoghi famosi ai tempi della Guerra Fredda, e arriviamo nella via Arbat. Questa, che è conosciuta come la strada più famosa di Mosca per lo shopping, si rivela ricca solamente di negozi di souvenirs di scarsa qualità, spesso gestiti dai cinesi (che però solo i soli a parlare inglese). La via è comunque molto bella, con i palazzi antichi colorati, vecchie costruzioni in legno, statue a grandezza d’uomo di poeti sovversivi. Facciamo acquisti all’Hard Rock Cafè, che è un po’ sguarnito ma propone in ogni caso le classiche magliette. Sempre a piedi ritorniamo piano piano verso l’hotel, godendoci il piacere di scoprire la città con i nostri tempi, e trovando belle chiese con le cupole a cipolla colorate, e monumenti commemorativi.

Alla sera ci coccoliamo: cena deliziosa ed elegante nel ristorante Puškin, forse il migliore di Mosca, qui il Boršč e il beuf Stroganov sono deliziosi. Dopo cena approfittiamo della luce naturale ancora alta per visitare la via Sadovaja, dove si svolge buona parte de Il Maestro e Margherita (ora un’arteria trafficatissima), e aspettiamo il tramonto nel parco Sad Hermitage, ancora un angolo di Mosca che ha dell’incredibile, rigoglioso e fiorito, pieno di bellissimi locali, animato e allegro.

29 giugno – La prima parte della giornata è dedicata alla visita del territorio del Cremlino. Sembra incredibile calpestare il suolo dove è stata fatta tanta della storia attuale, e il primo stupore riguarda le dimensioni: il Cremlino ricopre un’area molto vasta, un’intera collina che domina la Moscova, circondata dalle sue mura rosse lunghe più di due chilometri e dalle sue 20 torri. Tra queste, la più bella è la Spasskaja bašnja (torre del Salvatore), capolavoro di Pietro Antonio Solari che la eresse nel 1491, e che si trova proprio di fronte a San Basilio. Entriamo dalla torre Borovickaja e costeggiamo il Gran Palazzo del Cremlino, prestando attenzione a rimanere negli spazi consentiti. Dopo una breve passeggiata raggiungiamo la bellissima piazza delle Cattedrali, la più antica di Mosca: qui, “teatro di innumerevoli avvenimenti della storia russa” incontriamo Bill Clinton! Sulla piazza si affacciano diversi edifici storici, molto diversi uno dall’altro, ma perfettamente in armonia nelle forme e nei colori. Su tutto svetta il bianco Campanile di Ivan il Grande, a fianco c’è la Cattedrale dei Dodici Apostoli, che forma un corpo unico con il Palazzo dei Patriarchi, e le Cattedrali dell’Annunciazione e dell’Arcangelo Michele. Quasi in centro alla piazza, la Cattedrale dell’Assunzione è un’opera stupenda di Aristotile Fieravanti, eretta alla fine del XV secolo, perfetta per proporzioni e equilibrio tra lo stile russo e quello del rinascimento italiano. La porta di ingresso è sormontata da un affresco e l’interno, come da tradizione, è completamente affrescato con diverse storie della vita di Cristo e della Vergine, con un immenso Giudizio Universale e altri personaggi storici. Accanto alla grande iconostasi, eterogenea perché composta da icone provenienti da diverse città, c’è una copia della Vergine di Vladimir, molto venerata nell’Oriente Ortodosso. Davanti all’iconostasi ci sono tre troni, tra cui quello di Ivan il Terribile, vicino al quale è appesa una delle icone più belle, quella della Vergine della Tenerezza. Dopo l’attenta visita alle chiese facciamo un giro nello spazio intorno; ci attendono le curiosità della “zarina campana”  e dello “zar cannone” due rappresentazioni gigantesche di questi oggetti, e un rigoglioso parco dove è stata piantata la quercia dedicata al primo uomo russo nello spazio, l’astronauta Gagarin. Ammiriamo ancora la rigorosa eleganza degli edifici, espressa anche con i colori vivaci del giallo e del rosso, per poi avviarci a visitare un’altra inaspettata caratteristica di Mosca: le stazioni della metropolitana.

Si deve a Stalin l’attenzione alla decorazione e alla bellezza che contraddistingue quasi tutte le stazioni metro della capitale, una scelta fatta per poter offrire anche al popolo, costretto ad usare mezzi pubblici, un contesto gradevole e di pregio. Noi ci limitiamo a visitare due stazioni, molto diverse tra loro, ma entrambe della linea circolare che corre intorno al centro di Mosca. Prima di tutto realizziamo la profondità a cui corre questa linea, che raggiungiamo con una scala mobile velocissima: ci accoglie una elegante galleria realizzata nei tipici colori russi del bianco e del giallo, con decori a stucco ispirati alle decorazioni liberty e sontuosi lampadari. Da qui prendiamo il treno e scendiamo dopo due fermate, in un contesto completamente diverso: qui i decori scelgono il mosaico e le vetrate liberty, declinati con i simboli del regime sovietico e dell’ideologia comunista, oltre alle immagini di Lenin che parla dal palco e della figura mitologica della pace (mnp).

Gli ultimi momenti della giornata sono dedicati alla via Arbat, la via dello shopping, dove ci fermiamo ad ammirare la casa di Puskin e, di fronte,la statua che lo ritrae con la sua bellissima moglie.

Alla sera, l’ultima prima della partenza, godiamo la lunghissima giornata di luce per fare una passeggiata in compagnia nel parco Sad Hermitage, con i suoi locali affollati di persone.

30 giugno – Ci resta qualche ora prima della partenza, la usiamo per visitare il Museo della Rivoluzione, ospitato all’interno del palazzo Razumovskij, un piacevole percorso attraverso  la storia della Russia dagli inizi del Novecento ad oggi. L’allestimento è piuttosto celebrativo e tutt’altro che critico, ma sicuramente piacevole e molto interessante. All’uscita ne scopriamo il bookshop, ricco di manifesti, documenti, cartoline, monete originali,oggetti artigianali di grande bellezza e originalità. Niente a che vedere con la via Arbat! Compriamo alcune Matrioske, cartoline, forse non tutto è originale, ma è bello. Visitiamo infine gli stagni del Patriarca (Patriaršije prudy), un altro posto magico dove ha esordio la storia del Maestro e Margherita: qui sembra di essere lontani dalla metropoli, bensì all’interno di un bosco e in riva a un laghetto, dove finalmente troviamo i cigni. Una sosta al ristorante Scandinavia, per uno spuntino, rappresenta l’ultima tappa moscovita. Poi, aeroporto Domodedovo (Аэропорт Москва-Домодедово) e a casa …

 (23 giugno – 30 giugno 2010)