La seconda volta a NYC

7 maggio 2011 – Alle 4 siamo in piedi, partiamo prestissimo. Il primo volo fino a Francoforte è puntuale, la partenza per New York ha invece due ore e mezzo di ritardo, ma come al solito un po’ di recupera e insomma, alle 15 e 30 ora locale siamo già sul taxi verso Manhattan. L’albergo, Staybridge, è buono, forse un po’ decentrato, ma in compenso è vicinissimo alla sede del New York Times disegnata da Renzo Piano, e in linea con Times Square.

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Appena disfatti i bagagli e avere recuperato un po’ noi stessi, ci tuffiamo nella città che non dorme mai. E’ un attimo essere piacevolmente coinvolti dal movimento, dalle luci, dai colori, dalla gente, dall’energia che divampa in giro. Times Square, che ora è chiusa al traffico e si propone con seggiole e tavolini a disposizione di chi passa, non ha perso la sua caratteristica di luogo al centro del mondo: impossibile distrarsi dalle animazioni, alcune interattive, tutte belle,  che riempiono in continuazione questo spazio.IMG_1926

Facciamo già un po’ di shopping … da M&M.

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Cena al ristorante Stardust, quello dove i camerieri cantano i pezzi degli anni ’50, e sono così bravi che ci si chiede come mai non siano in qualche teatro di Broadway (ma siamo a Brodway!).

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8 maggio – Mentre ci avviamo verso la meta odierna, scopriamo Bryant Park, un’altra oasi verde all’interno della città con prato, piante, sedie e tavolini a disposizione dei newyorkesi (e dei turisti) che approfittano di queste giornate serene di primavera per stare all’aperto a leggere o fare uno spuntino o due chiacchiere. Una cosa che in Italia è vista come scelta un po’ squallida qui, grazie alla grande cura con cui sono tenuti questi spazi verdi, diventa un’abitudine normale e sana. Al’interno del parco c’è una statua di Gertrude Stein in posa molto confidenziale.

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Dopo questo intermezzo ci portiamo sulla 5° Strada, che percorriamo tutta verso nord, in quanto il nostro obiettivo è il Metropolitan Museum of Art. Facciamo l’ultima parte del percorso in Central Park, rigoglioso e fiorito oltre che molto piacevolmente affollato, e raggiungiamo il museo. Si sa che è uno dei più importanti del mondo, ma rimaniamo stupiti di tanta ricchezza. Ogni sezione ha grandi capolavori, la parte dedicata ali artisti americani è ricca e interessante, soprattutto perché sono pochi i nomi conosciuti. La sorpresa maggiore arriva nella sezione dedicata agli impressionisti: pensavamo di aver visto tanti capolavori raggruppati insieme, specialmente a Parigi, ma non avevamo ancora visto la quantità, e la qualità, dei lavori di Van Gogh, Monet, Bonnard, Renoir,oltre a numerosi lavori di Modigliani, Picasso, Braque, Gris e tantissimo altro. Insomma un posto da cui non si uscirebbe mai.

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Prima di uscire però, in omaggio alla cultura americana, visitiamo la stanza ideata da Frank Lloyd Wright, ineccepibile per eleganza legata a praticità: questo architetto ha concepito l’abitazione non come stanze separate, ma come un unico ambiente che deve trovare armonia e raccordo anche se diviso in stanze diverse.

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Dopo la lunga visita, con un autobus ritorniamo sulla 5° Strada: c’è temo per un po’ dello shopping che dobbiamo fare su commissione. Alla sera, buon cibo americano nel ristorante “Five Napkins”, in Hell’s Kitchen.

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9 maggio – Stamattina apprendiamo dalla tv che c’è stato un incidente sulla linea metropolitana che porta a Queens, e ci sono ritardi e cancellazioni … proprio oggi che vogliamo andare al PS1! Ma sfidiamo la sorte e andiamo lo stesso, forse il treno è un po’ più lento del solito, però ci porta a destinazione. IMG_2016.JPGLa metropolitana di New York dimostra tutti i suoi anni, e ha un’aria un po’ caracollante, ma l’importante è arrivare. Siamo in anticipo, il museo apre a mezzogiorno, e facciamo una passeggiata negli isolati intorno: molti immigrati, case degli anni ’30-’40, belle, caratteristiche con i mattoni a vista e le scale antincendio in facciata; ancora tanti capannoni e la sensazione di stare in un’area industriale, anche un po’ disordinata. In questa zona non si avverte la sensazione che il Queens sia l’area attualmente più in espansione e recupero della città.

Finalmente entriamo: il PS1 si propone come una delocalizzazione del MoMa, dedicato ad artisti giovani o meno noti, oltre che a tecniche meno convenzionali. Lo spazio che lo ospita era una vecchia scuola, con l’esterno in mattoni rossi e l’interno con pavimenti di legno lucidato e scriocchiolante. C’è in mostra una galleria fotografica realizzata da una giovane giapponese, Lurel Nakadate, a mio avviso con poche idee, ma magari si farà … Ci sono i video realizzati negli anni ’60 e ’70 da un gruppo di artiste, secondo me molto centrati, pur nella loro brevità: Modern Woman, Single Channel. Infine c’è una (parte della) mostra di Francis Alys, intitolata A Story of Deception, che è un capolavoro. L’artista utilizza metodi diversi, ma sempre poetici, per spiegare in forma allegorica la realtà sociale, politica ed economica, oltre ai cambiamenti in corso nella nostra società. Impossibile spiegare a parole le sue idee, perché vorrebbe dire impoverirle: con pochi e facili mezzi, è in grado di far riflettere a lungo, anche con un sorriso.

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Dopo la sosta al PS1, doverosamente lunga, riprendiamo la metropolitana per tornare a Manhattan, di cui vediamo perfettamente lo skyline, e ci fermiamo sulla Quinta Strada. Siamo un po’ incerti su come passare il pomeriggio, quindi decidiamo di consacrarci ancora alla cultura, ed entriamo al MoMaIMG_2032

Qui la scelta delle cose da vedere è davvero notevole: noi ci fermiamo soprattutto per le immagini degli Espressionisti Tedeschi, per le chitarre di Picasso e per la collezione del Museo, ed è tutto di grande soddisfazione. Non mi viene in mente un altro museo di arte moderna così ricco e dinamico nel proporre progetti nuovi e insoliti. La cena è al Red Lobster, in Times Square, aragosta del Maine, ottima, a volontà.

10  maggio – La mattinata comincia con una visita a Carlo Medori, simpatico personaggio ultra ottantenne, che vive a New York da 40 anni e si propone per consigli e  visite alla città. In realtà, quello che ci racconta è abbastanza banale, ma non è il caso di contraddirlo, e ce ne andiamo con qualche piantina scritta a mano e una lista di ristoranti a cui appoggiarsi qui a NY.preston Prendiamo la metropolitana per farci portare alla punta più estrema di Manhattan, e visitiamo subito il Museo dedicato agli Indiani d’America. Il museo è molto interessante, ricco di testimonianze dedicate ai tempi d’oro della Horse Nation, ma secondo me la cosa  più interessante è la mostra di Preston Singletary, un americano nato e cresciuto  in Alaska che forgia oggetti in vetro colorato ispirandosi alla natura in cui è cresciuto e alle sue origini culturali e artistiche.

Il museo è ospitato in uno splendido palazzo sontuoso e rigoroso, con tanto legno caldo nelle decorazioni, ispirate alla rivoluzione industriale e alla immigrazione.

Dalla riva del mare iniziamo una lunghissima passeggiata che ci porterà a Ground Zero IMG_2058.JPG(stato avanzamento lavori), Nolita, Soho, Greenech Village (tutte zone già conosciute ma sempre apprezzate per le belle case dell’800 e la misurata vivacità che le caratterizza), fino al Meatpacking District, quartiere ancora fortemente industriale, ma in evidente rilancio, con una strepitosa passeggiata vista mare attrezzata con sedie, tavolini e sdraio e disposizione di chi passa. Ancora verso  la nostra base, incrociamo il Madison Square Garden e la Penn Station (qui ci concediamo una birra fresca) . Finiamo la giornata da Tad’s, un gradevole ed economico ristorante self service specializzato in carne alla griglia.

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11 maggio – Stamattina andiamo ad Harlem, un bel quartiere ormai multietnico, pulito e ordinato, con belle case stile british e ancora alcuni complessi residenziali fortemente popolari, a rimarcare che qui non si vive sempre nella “New York da bere”. Mentre cerchiamo la Columbia University, quasi per caso attraversiamo uno splendido parco, il Morningside, un’oasi di silenzio. IMG_2120Arriviamo al campus, dove fervono i lavori in preparazione della festa di sabato prossimo, per celebrare i laureati di quest’anno. A pochi passi sorge la chiesa meravigliosa di St. John Le Divine, meravigliosa non solo per la sua struttura architettonica,ma soprattutto per la varietà di culti che vi sono rappresentati.

Immagino che la chiesa sia ancora sconsacrata, visto come accoglie le altre fedi, e mi piace copiare qui sotto una bella iscrizione tratta da un altare giapponese.

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Da Harlem, con una corsa in metropolitana, andiamo sulla Prince Street per un’ultima passeggiata-shopping. Mentre si avvicina il tramonto, saliamo sul Top of the Rock, al Rockfeller Center, e ancora una volta rimaniamo incantati davanti alla bellezza di questa città, che è cresciuta in altezza oltre che in larghezza, armonizzando costruzioni centenarie con i grattacieli degli anni ’50, così solidi, e le recenti costruzioni in vetro che regalano riflessi e luminosità in continua trasformazione. Da una parte l’Empire State Building, dall’altra la distesa di Central Park, tutto intorno il mare. Stasera si cena al Bubba Gamp, troppo divertente (e molto buono!).

 

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12 maggio – Oggi andiamo a Brooklyn, per valutar di persona cosa c’è e come si muove questo quartiere diventato molto alla moda. La prima tappa è il Centro Visitatori, dove raccogliamo qualche informazione e molte piantine. Facciamo l’errore di sottovalutare la distanza con il Museo di Brooklyn, e ci andiamo a piedi, facendo così una passeggiata tra il traffico congestionato e sotto un sole cocente. Il museo do Brooklyn vale assolutamente una visita attenta e tranquilla, sia per l’edificio che lo ospita, sia per la quantità di reperti e opere d’arte che ospita. In questi giorni c’è anche una bella mostra dedicata ai Tipi degli indiani d’America, dove sono presentati  anche molti oggetti di uso casalingo che, soprattutto, mettono in risalto la differenza tra i diversi  ruoli e le contaminazioni con i diversi momenti storici, da quando gli indiani erano popoli liberi e padroni dei loro spazi, alla deportazione nelle riserve, fino al riconoscimento della loro identità culturale e la conseguente posizione di cittadini americani a tutti gli effetti.IMG_2240.JPG

Tra le tante e importanti opere ce n’è una che non conoscevo, e che è invece di grande importanza, in quanto rappresenta il principale monumento dedicato al movimento femminista: si tratta di The Dinner Party di Judy Chicago, una tavola apparecchiata che ospita la metaforica presenza di 999 donne che hanno lasciato una traccia profonda nella storia. Curioso che siano vicine due delle mie preferite: Virginia Wolf e Georgia ‘ Keeffe.

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Dopo il museo ci spostiamo nel quartiere di Brooklyn Heights, con le sue belle case dell’800 affacciate sull’acqua, proprio di fronte alla Statua della Libertà, e proseguiamo fino a Dumbo (Down Under Manhattan Bridge Overpass), dove i vecchi magazzini sono diventati luminose abitazioni, e si aprono le gallerie d’arte. Tutta quest’area in riva al mare, con la splendida vista di Manhattan davanti e i giardini fioriti, è bellissima.IMG_2293.JPG

 

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Lasciamo Dumbo e ritorniamo a Manhattan, a piedi, attraverso il Ponte di Brooklyn. La cena stasera è con ostriche e pesce fresco all’interno della stazione di Grand Central.IMG_2309.JPG

 

 

 

 

 

 

 

 

 

13 maggio – Stamattina il programma è per un visita al Whitney Museum, ma siccome scopriamo che il museo apre all’una, decidiamo di ingannare l’attesa con una passeggiata esplorativa in Madison Avenue. Siamo nell’Upper East Side, e non c’è bisogno di tante spiegazioni per capire che siamo nella zona più chic di New York: case esclusive e bellissime, negozi con le firme più famose, soprattutto italiane e francesi. Casualmente entriamo in una galleria d’arte e cogliamo le seguenti opportunità: vedere una bella mostra di pittura (di un particolare autore alle linee morbide e colorate), vedere una mostra fotografica di ritratti di Avedon, ritratti di persone molto famose, si intende; infine, visitare il lussuosissimo interno di un palazzo in questa zona della città.

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Il Whirney Museum, ospitato in una sede dedicata e molto bella,  ha caratteristiche un po’ diverse da quelle trovate fin’ora, perché presenta poche opere, non affastellate, il che fa sì che si possano gustare con la giusta attenzione e partecipazione. All’ingresso c’è la piccola esposizione di una giovane artista , Dianna Molzan, intitolata Bologna Meissen: l’autrice, che si ispira anche a Giorgio Morandi, con pochi e semplici gesti riesce a trattare la tela in modo veramente particolare e poetico.

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Un piano è dedicato a una selezione di opere moderne, quasi pop, ognuna diversa e pregevole, ricca del significato che principalmente accomuna gli artisti oggi, ovvero la solitudine e la difficoltà di comunicare, pur in mezzo alla folla. Un piano, infime, propone il nuovo progetto del Museo, che vuole offrire in un arco di tempo di più anni, i pezzi più significativi della collezione, raggruppati per periodi diversi. Si comincia proprio adesso, con gli anni ’20 e ’30: le opere selezionate sono tutte molto interessanti (alcune molto belle) e ci sono lavori della fondatrice del museo, Gertrude Vanderbilt Whitney.

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E’ una visita rilassante, un po’ anticonvenzionale, di ampia soddisfazione. Torniamo presto in albergo perché, ahimè, oggi si parte: dopo qualche brivido causati dal ritardo nel trovare una macchina per l’aeroporto, e il traffic jam del venerdì sera, arriviamo al JFK sani e salvi, e puntuali.

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Mauritius

8 novembre 2011 – Dopo quasi 11 ore di volo, lunghe ma molto confortevoli, arriviamo al’aeroporto internazionale Ramgoolan: siamo a Mauritius.IMG_3599

Rispetto al nostro hotel, l’aeroporto è dall’altro capo dell’isola, e ci vuole più di un’ora per raggiungerlo. Nel frattempo diamo un’occhiata generale: siamo in Africa, con tutto quello che significa, vegetazione rigogliosa, abitazioni di tutti i tipi, dalla baracca di metallo ondulato alla super villa di discutibile gusto, e tanto disordine.  L’hotel che ci accoglie, Victoria, si propone subito, invece, con un look piuttosto occidentale, quindi un po’ finto. Ma è molto bello, immerso in un giardino profumato, con bouganville di tutti i colori e le palme che arrivano in spiaggia.

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Dopo una doccia indispensabile, proviamo il ristorante, buono, ricco e variato, e poi subito al mare a fare un tuffo incredibile nell’acqua trasparente, passeggiare lungo la spiaggia e prendere il primo sole. Troviamo anche il tempo per organizzare due gite. Prima di cena mi faccio un bel hammam e sauna, poi cena e a letto, siamo frullati.

9 novembre – Oggi è una giornata relax, da dedicare interamente alla vita di spiaggia. Tempi morbidi, letture, sole e tanti bagni con la maschera per seguire i pesciolini tropicali che nuotano fin quasi a riva. Anche stasera hammam, cena indiana (buona!) e anche spettacolino musicale. Ma lo spettacolo più bello è quello della natura, di un mare trasparente e quasi lacustre, visto che le onde si frangono molto al largo, sulla barriera corallina, e di un cielo pieno di stelle e illuminato dalla luna piena, dell’emisfero meridionale, dove al posto della faccia si indovina l’immagine di un cagnolino.

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10 novembre – Oggi lasciamo la spiaggia per dedicarci a un tour parziale dell’isola:come da accordi viene a prenderci Steve, che sarà la nostra guida e autista durante tutta la giornata. Prima tappa, dopo una brevissima sosta alla chiesa settecentesca di San Francesco d’Assisi, sono gli immensi giardini botanici di Pamplemousses, una raccolta considerevole di alberi e fiori tropicali, qui liberi di crescere secondo le proprie dimensioni e orientamenti. Appena entrati ci accoglie un affollato volo di “pipistrelli della frutta”, grossi animali volanti diurni rumorosi come uno stormo di uccelli. Non perdiamo tempo e cominciamo la nostra visita. In questo giardino sono senz’altro predominanti le palme, di cui ne esistono circa 60 specie diverse, ma non manca il baobab, diverse specie di ficus, e soprattutto gli alberi delle spezie più comuni, quelle che usiamo quotidianamente in cucina: noce moscata, chiodo di garofano, cannella. Particolarmente suggestive sono poi le fioriture, che nel clima tropicale hanno dimensioni gigantesche: vediamo il fiore di loto e la ninfea Victoria Amazonica.

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Dopo Pamplemousse ci dirigiamo verso sud: dobbiamo prima passare la caotica capitale Port Louis e i suoi operosi sobborghi (Vacoas, Floreal, Phoenix famosa per la sua birra ) prima di arrivare a Curapipe e, successivamente, a Trou Aux Cerfs, il grande cratere lasciato dal vulcano, oggi spento. Si tratta di una vallata così pullulante di vita da trasmettere un’incredibile energia! Il tempo di qualche foto e riprendiamo  il viaggio: ci fermiamo per ammirare le profonde Gorges de la Rivière Noire, anch’esse totalmente inghiottite dalla vegetazione tropicale. La tappa successiva è Grand Bassin, un luogo sacro agli indù (che a Mauritius rappresentano oltre il 50% della popolazione), dove ci accoglie una gigantesca statua in rame del dio Shiva che guarda tutti con occhio benevolo. Poco lontano ci sono il tempio e  il lago sacro, dove gli indiani celebrano le loro feste e vi si immergono come nel Gange. Per nostra fortuna capitiamo proprio in una giornata in cui il popolo indù sta celebrando una festività, e possiamo assistere ai loro riti celebrativi davanti all’acqua e alle loro preghiere. Proprio perché così numerosi, molti indiani hanno celebrato in posti diversi, e si vedono piccoli altari allestiti in onore della divinità, con offerta di banane, noci di cocco e fiori.IMG_3333 Il tuffo nella spiritualità indiana è piacevole e significativo, ma il nostro viaggio deve proseguire verso uno dei punti più particolari di Mauritius: Chamarel, la cascata più alta dell’isola e la terra dai sette colori. La cascata è in realtà rappresentata da un paio di rivoli d’acqua che scendono da un’altezza notevole (al momento tutti si lamentano della mancanza d’acqua, quindi forse la scarsa alimentazione delle cascate è dovuta a questo fatto), mentre “la terra dai sette colori” è una suggestiva e bellissima distesa di dune dove il caldo tropicale e l’umidità hanno sciolto i metalli presenti naturalmente nella terra (principalmente ferro e alluminio), generando il suggestivo fenomeno colorato: ruggine, porpora, grigio, blu, viola  ….IMG_3396

La nostra visita, che ha puntato al centro su dell’isola, può dirsi quasi terminata, ma sulla strada del ritorno ci concediamo ancora qualche passaggio interessante: la vista dall’alto del monte Lo Morne, dove si rifugiavano gli schiavi in fuga, e la lagunare costa sud ovest; le saline; la spiaggia di Tamarin, luogo per surfisti dove i pini marittimi arrivano in spiaggia.

Alla sera la cena è al ristorante Horizon, con sfizioso menu di pesce e un buon vinello cileno.

11 novembre – Oggi giornata dedicata ai tuffi nel mare turchese e al sole bollente dei tropici. Facciamo una lunga passeggiata verso nord, con l’illusione di raggiungere la spiaggia di Trou aux Biches, in realtà non raggiungiamo un bel niente, la distanza è troppa da fare e a piedi e in mezzo c’è un ampio spazio di rocce nere quasi impraticabili. In compenso prendiamo visione della vera Mauritius, fatta di case molto semplici e del disordine africano, che soggiace alla forza della natura. Alla sera, dopo l’hammam, cena al ristorante La Casa, anche qui ottimo pesce e squisito vino sudafricano.

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12 novembre – La giornata di oggi, splendida, è trascorsa sull’acqua: siamo partiti molto presto per attraversare l’isola in senso longitudinale e raggiungere Trou d’Eau Douce, dove ci imbarchiamo su un catamarano per visitare l’Ile ux Cerfs. In realtà avremo molto di più: la navigazione nelle acque protette dell’Oceano Indiano ci conduce verso la foce di un fiume dove, pochi metri all’interno, c’è una suggestiva cascata che irrompe dalle rocce nere. Andiamo poi vicino alla barriera corallina per un bagno e snorkeling nell’acqua turchese.

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E’ ora di pranzo, e i giovani organizzatori ci sorprendono con un menu ricco, gustoso e leggero. Pasta, insalata di riso, insalata fresca mista, pollo e soprattutto pesce delizioso. Ci sembra già molto, e invece arriva l’ananas a fette, torta al cioccolato e caffè. Dei veri buongustai! Raggiungiamo a questo punto l’Ile aux Cerfs, un angolo di paradiso tropicale che sembra contenere tutte le qualità: sabbia bianca, mare trasparente, lagune pacifiche, pinete fino alla riva. Facciamo un bel giro ricognitivo e ci godiamo il sole bollente. Il ritorno è un’altra piacevole traversata, veleggiando veloci grazie al ben vento teso, In albergo ci attende il più strepitoso tramonto infuocato di Mauritius!

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13 novembre – L’ultimo giorno a Mauritius trascorre godendo del sole tropicale, della pace, del mare. E’ stato un vero piacere e conoscere un’isola che rappresenta un centro di armonia e amabile convivenza. Qui, su un numero limitato di chilometri quadrati, le persone seguono religioni diverse, con riti, ritmi e tradizioni diverse, ma il rispetto e la tolleranza prevalgono sulle diversità, creando un paradiso gentile che rasserena l’anima.

(8 novembre – 13 novembre 2011)

Il paese di smeraldo

Irlanda - 2010 (6)12 agosto 2010  – Arriviamo a Dublino, ritiriamo l’auto e subito prendiamo coscienza di alcune cose: le scritte sono tutte proposte anche in gaelico, ogni contea è fiera dei suoi colori e la guida è a sinistra. Non cerchiamo vie di mezzo, la nostra prima tappa è il sito monastico di Glendalough, che raggiungiamo attraverso una strada lunghissima, stretta, solitaria, immersa nella più classica brughiera dell’iconografia irlandese, ricca solo di erica e pecore. L’impressione, che ritroveremo spesso, è di essere in the middle of nowhere. Ma ne vale la pena, il posto è davvero incantevole, un villaggio in pietra medievale perfettamente conservato, immerso in una natura fiorita e vicino a un bel laghetto. Tutto invoglia ad apprezzare la calma e il silenzio del posto, davvero mistico.
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Lasciamo Glendalough per raggiungere Kilkenny, county town della propria contea (colori giallo e nero) e unica città che non sorge sulla costa, famosa per l’omonima birra, ma soprattutto per essere la città medievale meglio conservata d’Irlanda, caratteristica per le facciate dei suoi vecchi edifici e per i suoi vicoli. Arriviamo in serata, alloggiamo all’hotel River Court, molto elegante e con uno scenografico affaccio sul fiume Nore, e ceniamo al ristorante Langtours: l’atmosfera è delle più allegre, come tutti i locali, anche questo offre musica dal vivo dai ritmi trascinanti.

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13 agosto – La mattina successiva, dopo un lussuosissimo breakfast, visitiamo con attenzione Kilkenny. Percorriamo High Street, la strada centrale dove le case hanno ancora le dimensioni che avevano nel medioevo, e dove si affacciano i monumenti più significativi, tutti caratterizzati dalla pietra calcarea nera con cui sono stati costruiti: il Tholsel con la sua torre dell’orologio, l’edificio che ospita alcuni uffici del consiglio comunale; Rothe House, la casa dei mercanti del XVI secolo con un piccolo museo di reperti d’epoca all’interno. Un po’ decentrata c’è  la Black Abbey, austera all’esterno, ma molto accogliente all’interno, con le volte basse,  splendide vetrate decorate e i famosi monumenti in pietra specifici di Kilkenny.  Irlanda - 2010 (55)Su una collinetta in cima a Irishtown  c’è la grande St. Canice’s Cathedral, eretta nel Duecento sul sito dell’omonimo monastero, all’interno della quale sono notevoli le numerose targhe funerarie. A fianco della cattedrale sorge una torre cilindrica, all’interno della quale è possibile arrampicarsi (e noi naturalmente lo facciamo) per godere dall’alto del panorama della città e della campagna intorno. Ritorniamo verso il centro e riattraversiamo le strade, dove gli storici negozi dalle cornici delle vetrine in legno laccato si alternano ai riferimenti al passato medievale, ma anche ai fieri colori della contea (giallo e nero), per raggiungere e visitare il severo Castello di Kilkenny, affacciato sul fiume Nore ed eretto nella pietra grigia chiamata marmo di Kilkenny. La famiglia proprietaria, Butler, conti di Ormond, lo possiede tra alterne vicende dal 1392. All’interno, oltre alla biblioteca e alla sala dei ricevimenti, è particolarmente interessante la Long Gallery: qui i ritratti dei Butler sono allineati sotto un delicato soffitto a cassettoni del XIX secolo, mentre un lucernario lungo quanto la galleria permette alla luce del giorno di rischiarare l’ambiente. Le scuderie settecentesche del castello ospitano oggi l’interessante Kilkenny Design Center, uno spazio circolare per una colorata vetrina dedicata alle produzioni moderne di tessuti, ceramiche, gioielli e mobili.

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Andiamo verso il mare, e sulla strada raggiungiamo Waterford: qui giovani studenti arrotondano cantando, e bene,  agli angoli delle strade. La città, fondata dai Vichinghi, conserva ancora parte delle sue mura. Il monumento più caratteristico è la Reginald’s Tower, circolare, che sorge vicino a The Mall, l’ariosa passeggiata sul lungofiume Suir. La città si sta preparando ad ospitare la Tall Ships Race, una regata con barche a vela di tutte le fogge ed epoche, e già se ne vedono diverse ancorate nell’estuario del fiume. Il nostro pranzo, oggi, è un cestino di gustose fragole. Waterford è particolarmente famosa per le sue cristallerie, che però noi snobbiamo. Continuiamo fino a raggiungere il mare, e arriviamo a Tramore, una città bella ed elegante.Irlanda - 2010 (96)

C’è la bassa marea, quindi la spiaggia di sabbia è particolarmente ampia, e intorno al golfo si stagliano le prime cliffs, rocce verticali, coperte di prati verde smeraldo che arrivano fino al mare. Lo spettacolo della bassa marea è qui molto intenso: anche se non guardiamo l’oceano Atlantico, la forza è quella, quindi il paesaggio mostra rocce emerse, barche in secca, spiagge infinite. I percorsi più interni si snodano subito in campagna, dove dobbiamo dare la precedenza a mandrie di mucche in spostamento. Raggiungiamo un altri sito monastico, pre normanno, di particolare bellezza e suggestione, Ardmore.

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Oltre alla consueta torre cilindrica, sono le rovine della cattedrale di St. Declan che meritano grande attenzione, e in particolare i pannelli in pietra. Sono incorniciati da una doppia fila di archi, e raffigurano un Arcangelo Michele alato che pesa sulla bilancia le anime dei defunti, Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso Terrestre e St. Declan che converte i pagani. Accanto alla facciata c’è l’oratorio del santo, e si dice che St. Declan sia arrivato in Irlanda intorno all’anno 400, ben prima di San Patrizio. Proseguendo verso il mare c’è ancora il pozzo di St. Declan, circondato da alcune croci celtiche. Continuiamo il nostro viaggio e arriviamo a Cork. Con qualche piccola difficoltà troviamo l’hotel, Hayfiels Manor (Small & Luxury Hotel), veramente chic, dove ci consegnano anche una piccola scheda con la traduzione di alcune frasi in gaelico. L’accoglienza è veramente british, con personale elegantissimo che ci aiuta con disinvoltura e chiacchiera, giustamente,del tempo. In camera troviamo addirittura un piccolo set per esercitarsi a giocare a golf! Ceniamo piuttosto bene nel bistrot dell’albergo.

14 agosto – Dopo un altro ottimo breakfast, partiamo alla conquista di Cork (bianco e celeste), ancora una città su un fiume, il Lee. Cork è piuttosto grigia nel suo insieme, ha un aspetto un po’ dimesso sebbene resistano ancora alcune dimore georgiane. Visitiamo l’austera cattedrale dedicata a St. Finbarr, sulla strada verso il centro della città, e scopriamo che si sta celebrando “The year of the constant reader”. Facciamo un giro per il centro, verso St. Patrick Street e l’English Market, gli spazi tradizionali dove i cittadini di Cork si incontrano.

 

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Irlanda - 2010 (148)Riprendiamo il viaggio verso una tappa davvero curiosa: Blarney Castle. Si tratta di una fascinosa roccaforte affacciata sul fiume Martin, dove è possibile salire fino in cima e baciare, in posizione un po’ precaria, la Blarney Stone: solo dopo questo rituale si ottiene, dice la leggenda, il dono dell’eloquenza. Noi siamo prudenti, poi non crediamo nelle favole, quindi ci limitiamo ad ammirare il panorama dall’alto. Scendiamo per fare una suggestiva passeggiata, dove storia e leggenda si intrecciano ancora una volta: tra un dolmen, una cucina della strega e un cerchio druido, godiamo del rigoglioso verde irlandese.

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Il nostro viaggio riprende verso ovest, all’interno di questo paesaggio umido, morbido e intimo: la prossima tappa è il famoso Rink of Kerry (giallo e verde). Intanto  seguiamo il fiume Lee fino a Macroom, attraversiamo il Killarney National Park, con i suoi laghi spettacolari immersi in un paesaggio di smeraldo, erbe, erica e torba, e arriviamo a Kenmare, caratteristica con le sue case di sasso e i locali di live music che si susseguono uno dietro l’altro, e dove inizia ufficialmente il Ring of Kerry.

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La giornata è particolarmente piovosa, e ci regala un paesaggio irlandese un po’ ingrigito, ma per fortuna la tappa odierna non prevede passeggiate a piedi, quindi poco male, il fascino dell’Irlanda risiede anche nel saper essere seduttiva con ogni tempo. Ci allontaniamo dal perimetro costiero per visitare Staigue Fort, una costruzione circolare datata 1500 a.c., posta all’interno di una splendida vallata circolare piena di fiori colorati, e dalla quale si gode l’ennesimo panorama mozzafiato.

Irlanda - 2010 (224)Irlanda - 2010 (243)

Continuiamo il perimetro del Ring of Kerry, ancora meravigliati della mutevolezza di questo paesaggio dove brillano i verdi dei prati, i colori sgargianti dei fiori e i movimenti continui delle nuvole in cielo. Non incontriamo cittadine o paesi, ma villaggi di poche case, e in serata arriviamo a Tralee., dove sostiamo al Ballygarry House Hotel.

15 agosto – Ci svegliamo in una splendida giornata di sole! Tralee si conferma una tranquilla, piacevole cittadina irlandese, con le sue case a due piani, colorate, e i tetti spioventi in ardesia. Le strade sono decorate con rose stilizzate, perché in questi giorni si svolge il concorso di bellezza “The Rose of Trallee”, che pare sia piuttosto famoso.

Irlanda - 2010 (259)Noi lo trascuriamo e andiamo a visitare Blennerville Windmill, un autentico mulino a vento che sorge vicino sia al fiume che a quello che resta delle ferrovia Dingle-Tralee, una via di comunicazione molto importante in passato. Il mulino è oggi un museo, ma si può visitare comodamente tutto, e godere dai piani superiori del bel panorama aperto.

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Riprendiamo il percorso e incontriamo Listowel, dove rimane un imponente e severo castello medievale, e attraversiamo una zona dove sono ancora presenti molti reperti preistorici, abitazioni di pietra con i tetti di paglia e monoliti. Ci dirigiamo a Tribert, sulla costa: per velocizzare il tragitto decidiamo di attraversare il golfo su un traghetto, nel nostro caso lo Shannon Breeze.  Fa caldo e finalmente ci ritroviamo in un corretto clima estivo, e ci godiamo la traversata in compagnia di un delfino.Entriamo nella contea di Clare, la prima tappa è il Bunratty Castle, che ci delude un po’, in quanto è molto ricostruito e rappresenta più un luogo di divertimento che di interesse storico.

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Riprendiamo la strada, siamo piuttosto nell’interno, ed è un’emozione godere di questo verde straordinario che brilla sotto il sole, in contrasto con i bianchi muretti a secco e i tanti fiori spontanei e multicolore. Non mancano i resti di vecchi castelli e monoliti disposti a cerchio: siamo nel Burren National Park e nel suo paesaggio lunare. La vallata è bellissima, aperta a vista d’occhio, i colori della natura scintillano al sole, le pietre di arenaria nascondono cimiteri preistorici e semplici costruzioni e segnali, i dolmen resistono al tempo, così come l’imponente Caherconnell Stone Fort, vecchio di oltre 1500 anni.

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Ritroviamo il mare e il suo profumo a Ballyvaghan, dove troviamo una vecchia torre, Newton Castle, che ospita il Burren College of Art;  proseguiamo tra mare e campagna fino alle famose Cliffs oh Moher. La splendida giornata ci permette di fare una straordinaria passeggiata in costa, lungo il perimetro di queste strepitose scogliere che si alzano per oltre 200 metri, in perfetto verticale, dal mare. La formazione stratificata della roccia offre rifugio per i gabbiani, che ci volano vicini. C’è un percorso appena rientrato e assolutamente sicuro, ma lo spettacolo risulta davvero impressionante! Non è possibile limitare il tempo con tanta bellezza, ci fermiamo fino al tramonto, e alla sera raggiungiamo lo Spanish Point. Dormiamo al Bellbridge Hotel di Milltown Malbay, e cerchiamo di dimenticarcelo subito.

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16 agosto – Ci svegliamo con l’alta marea. Riprendiamo il viaggio ed entriamo, a Kinvara, nella contea di Galway. Ci dà il benvenuto  Dunguaire Castle, una severa torre del sedicesimo secolo che non anticipa la vivacità della città di Galway. Nonostante il tempo sia di nuovo coperto, facciamo una bella passeggiata nella via pedonale: ai Four Corners c’è Lynch’s Castle, una fortezza del ‘400, continuando arriviamo al fiume dove stazionano numerosi gabbiani. La zona del porto è vivacissima, piccole case di pietra con le finestre colorate  e targhe decorate, locali e pub in fila, tanti fiori. Costeggiando l’acqua si incontrano le antiche mura e le case dei pescatori, sui prati verdissimi ancora antiche pietre .Irlanda - 2010 (421)

Sul ritorno incontriamo la Collegiata di San Nicholas, la chiesa più antica d’Irlanda ancora in uso. E’ curioso che la guida riporti il fatto che San Nicola è qui più conosciuto come Santa Claus, Babbo Natale, in ogni caso è il patrono dei marinai, e su un’isola è una bella responsabilità. Riprendiamo il viaggio verso una delle zone più intime, selvagge e belle d’Irlanda, il Connemara. Il paesaggio ritorna caratteristico, cielo grigio e pesante di nubi, erica e felci sui prati, rocce nere fin dentro l’acqua placida dei golfi, muretti a secco e fiori, tanti fiori colorati. Troviamo persino una spiaggia, Coral Beach, con tanto di capanno del bagnino. Arriviamo a Clifden, dove siamo attesi all’hotel Abbeyglen Castle, un vero maniero riadattato. Finalmente assaggio le famose ostriche irlandesi. E’ tutto molto lussuoso e davvero accogliente. Clifden ci accoglie con piccole casette colorate e la guglia della sua chiesa. E’ la settimana del Pony Show, ma noi non vediamo nemmeno un cavallo.

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17 agosto – Scegliamo la strada interna per ammirare il profilo dei Twelve Bens, la catena montuosa del Connemara, e raggiungiamo Kylemore Abbey, una gigantesca costruzione composta da castello, abbazia e chiesa gotica, che si riflette nell’omonimo lago e spicca nel rigoglioso sfondo verde del bosco che la circonda. Oggi è abitata da una comunità di monache benedettine, che ne curano la conservazione. Visitiamo l’interno, con gli arredi apparentemente pronti per l’accoglienza, il parco e gli incantevoli giardini fioriti, con le abitazioni degli antichi giardinieri.

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Riprendiamo la strada, entriamo nella contea di Mayo, raggiungiamo la Clew Bay e passiamo per Westport con i suoi ponti di pietra sul fiume Carrowbeg. Il mare della baia è disseminato di morbide isole, costituite da detriti di epoca glaciale; attraversiamo Newport e proseguiamo fino a Sligo. La città, molto bella, ci accoglie con le rovine di un convento medioevale. La parte centrale invita alla passeggiata, si percepisce la lontananza dal caos e dalla fretta dei grandi centri. Incontriamo la sinuosa statua di Yeats, che qui è nato e vissuto, l’omonimo Memorial Building, e anche qui godiamo della presenza dell’impetuoso fiume Garravogue. Pernottiamo all’hotel Radisson, un po’ decentrato ma con una strepitosa vista sull’oceano. Ceniamo molto bene in hotel, e poi facciamo un’inquietante passeggiata intorno, nel buio più profondo, costeggiando case vuote, mentre lontano scorgiamo le luci di Sligo.

18 agosto – Dopo un super breakfast ci avviamo verso il cimitero megalitico di Carrowmore, il più grande e antico sito d’Irlanda. Qui, in uno spazio verde aperto agli elementi, si passeggia tra dolmen e cavalli, in contatto con l’energia della natura.

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Lasciamo Carrowmore e l’oceano Atlantico per attraversare il paese e puntare direttamente verso Dublino. Facciamo una piccola tappa centrale sul Lough Owel e poi via, verso la capitale.

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Scendiamo all’hotel Paramount, con la classica struttura in mattoni, proprio al limite di Temple Bar, quindi facciamo subito una passeggiata esplorativa nella strada più famosa d’Irlanda. Costeggiamo il fiume Liffey fino al bellissimo Connell Bridge e diamo una prima occhiata alla parte più centrale della città. Scopriamo le case georgiane, il General Post Office, costruzione palladiana diventata monumento nazionale dopo l’insurrezione della Pasqua 1916, e il modernissimo Spire, una torre di acciaio riflettente,  la più alta nello skyline di Dublino. Salutiamo James Joyce appoggiato al suo bastone e cominciamo a notare alcune delle piastrelle in rame che raccontano il suo Ulisse. Rientriamo in Temple Bar per fare una foto alla signora Temple e, infine, cena nella Tea Room del Clarence Hotel, il ristorante di Bono Vox, dove però devo accontentarmi di una birra diversa dalla Guinness!

19 agosto – Inizia la scoperta di Dublino. La prima tappa è il Trinity College, una grande struttura naturalmente inserita nella città. Come si conviene a un college anglosassone, lo spazio esterno è molto vasto e piacevole, con un’architettura neoclassica. Visitiamo attentamente la strepitosa Long Library,  http://panoramicireland.com/arch/trinity.html costruita nel 18° secolo, che ospita più di 200mila libri, e la mostra “Turning darkness into light” dedicata al Book of Kells, il manoscritto miniato realizzato dai monaci irlandesi nel 9° secolo: contiene la trascrizione latina dei quattro Vangeli, oltre a numerose illustrazioni e miniature colorate.  Qui scopriamo l’arpa come simbolo di Dublino, e da questo momento la vedremo ovunque.

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Usciamo dal Trinity College e ci avviamo verso St. Stephen Green, un grande e splendido parco, e sulla strada incominciamo a notare i portoni colorati, anch’essi diventati simbolo della città. Sono di tutti i colori e tutti diversi, perfetti per le eleganti case georgiane con i mattoncini a vista e le ampie vetrate. Il parco è un vero punto di raccolta per il dubliners, in quanto offre la possibilità di immergersi nel verde più fitto, godendo delle fioriture e della tranquillità. Da qui percorriamo Grafton Street , una strada molto famosa, pedonale, piena di negozi. Pare che suonando in questa strada abbiano iniziato la carriera alcuni gruppi musicali diventati poi famosissimi … come gli U2! Lasciamo questa zona piuttosto elegante perché ci attende la visita dello stabilimento Guinness, la mia birra preferita. Irlanda - 2010 (697)Allontanarsi dal centro vuol dire attraversare strade più strette, un po’ solitarie, caratterizzate solo dalle case in mattoni rossi, senza decorazioni. Lo stabilimento è molto grande, quindi è posizionato in periferia, ma entrare lì dentro vuol dire lasciare tutto per attraversare un ambiente magico, dove il processo di produzione è presentato in modo spettacolare. Tutto è grande. Facciamo shopping, io mi guadagno il meritato diploma di spillatrice, e beviamo talmente tanta birra che alla fine non ce la facciamo più! Piove, aspettiamo che smetta guardando il panorama di Dublino dalle grandi vetrate all’ultimo piano. Per cena scegliamo Gallaghers Boxty House, un buon locale in Temple Bar. E poi ancora un giro in mezzo ai  musicisti di strada, che in ogni angolo offrono uno spettacolo diverso.

20 agosto – Dopo una mostra fotografica al National Photographic Archive in Temple Bar, che ci mostra un pezzo di storia dell’Irlanda attraverso le istantanee a molti sconosciuti protagonisti, visitiamo l’interessantissimo Dublin Castle.Irlanda - 2010 (735) Abbiamo una simpatica guida che ci permette di percorrere la storia della città attraverso questo monumento, sorto proprio sui primi insediamenti. Già il nome, Dubh Linn in gaelico, significa Stagno Nero, situato proprio dove oggi sorge il castello. La costruzione risale almeno all’anno 1100: la maggior parte dell’architettura è datata XVIII secolo, ma ancora ci sono sezioni del fossato originale, la Records Tower e le fondamenta di altre torri. Fino al 1922 la proprietà era inglese, e in quell’anno il potere è stato consegnato al nuovo Stato Irlandese. Oggi è un luogo di prestigio internazionale, perfettamente arredato con mobili settecenteschi, quadri e tappeti. Visitiamo la stanza di James Connolly, il più famoso sindacalista e rivoluzionario irlandese, la sala del trono con uno spettacolare lampadario in oro che commemora l’unione tra Gran Bretagna e Irlanda nel 1801, l’ampio salotto e la galleria dei ritratti. In chiusura, la più importante, la Sala di San Patrizio, centro di importanti funzioni statali. Molte stanze hanno un caminetto, e la guida ci spiega da dove viene il detto “perdere la faccia”: nel 1700 si usava talmente tanto trucco che, vicino al calore del caminetto, poteva sciogliersi rivelando una carnagione non perfetta. Dopo le stanze del castello ci spostiamo alle fondamenta medievali, che una volta prevedevano un sistema idraulico con un collegamento al fiume Liffey, e infine, di fronte al castello, la Cappella Reale con il suo straordinario organo.

Sul piazzale del castello troviamo una eccezionale sorpresa: le Irish Sand Sculture, strepitose sculture di sabbia, capolavori effimeri talmente perfetti da tollerare e forse migliorare anche con le trasformazioni che derivano dall’esposizione all’aperto, vento, pioggia. Le sculture rappresentano il progetto di un gruppo di quattro artisti che, con scadenze regolari e in diverse parti del mondo, propongono la loro interpretazione di temi e personaggi diversi. Sono davvero incredibili!

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Fuori dal Castello visitiamo ancora la Chester Beatty Library & Gallery of oriental Art, una collezione privata di capolavori orientali lasciata in dono alla città di Dublino. Dietro al Castello c’è un curioso prato dove è disegnato il percorso ideale di un fiume, e poco lontano l’ufficio del turismo, ubicato in una vecchia chiesa gotica. Salutiamo la statua di Molly Malone e ci avviamo verso il Joyce Centre, dall’altra parte della città. Nel percorso possiamo ammirare i moltissimi portoni colorati così tipici di Dublino, ma attraversiamo anche una zona piuttosto degradata. La casa di Joyce è interessante e celebrativa, all’interno da consultare le opere dello scrittore: naturalmente il libro più stropicciato è Dubliners, che si apre da solo nelle ultime pagine del racconto forse più toccante del libro, con I Morti: Counterparts. Irlanda - 2010 (753)Torniamo dall’altra parte del fiume per dedicarci a un’attenta visita della Cattedrale di San Patrizio, tempio della città. E’ un monumento straordinario, che riunisce la solennità religiosa alle caratteristiche storiche e folcloristiche. La costruzione, eseguita dai Normanni,  risale al XII secolo, con successivi rimaneggiamenti, e vanta la prima esecuzione, nel 1742, del Messia di Haendel, grazie al monumentale organo. Racchiude le tombe di Johathan Swift e della sua compagna, oltre ad altre tombe monumentali dedicate a scrittori irlandesi di tempi diversi, ben famosi in patria, meno fuori. La caratteristica più sorprendente dell’interno della Cattedrale di San Patrizio è rappresentata dagli stendardi dei Cavalieri di San Patrizio, in mostra sopra gli stalli del coro. C’è anche un curioso, antico portale di legno a cui mancano alcuni pannelli: nel 1492 serviva come porta della Sala del Capitolo nella Cattedrale; sul retro il Conte di Ormond vi si barricò per difendersi dal nemico, il Conte di Kildare. Ormond rifiutò di uscire, nonostante la promessa che non gli a sarebbe stato fatto alcun male, così Kildare ruppe con la lancia il legno della porta e vi infilò il braccio disarmato in segno di fiducia. Osmond strinse la mano, la pace fu fatta e da allora “changing one’s arm” significa correre il rischio. Nel parco davanti alla Cattedrale cerchiamo il leggendario Pozzo di San Patrizio, ma ne troviamo solo una moderna memoria. Finiamo la giornata a Temple Bar per cenare ancora da Gallaghers, e per godere dell’allegra vitalità di questo angolo di mondo.

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21 agosto – Dedichiamo l’ultimo giorno a Dublino per fare una lunga passeggiata sulle rive del Liffey, e raggiungere il porto. Nel tragitto, incontriamo il ponte disegnato da Calatrava, bellissimo, essenziale, geniale nel saper richiamare il disegno dell’arpa nella struttura. Incontriamo anche delle statue celebrative: da un lato un robusto pescatore intento nel suo lavoro, sul lato opposto, un gruppo di persone disperate che ricordano la grande carestia degli anni ’20, la fame, la disperazione, l’emigrazione in America. Continuiamo a incontrare le targhe in ottone fissate per terra, che propongono passi dell’Ulisse di Joyce … Torniamo verso l’hotel, e passando per Temple Bar incontriamo the Wall of Fame, un muro che propone tutte le tante celebrità irlandesi, tutte rappresentate giovanissime: U2, Sinead O’ Connor, Dolores O’ Riordan e i Cramberries … Allunghiamo la nostra passeggiata e troviamo lo scheletro di una nave vichinga in parte sotterrata, le antiche mura della città e, in un parco, una festa vichinga con la ripresa degli antichi mestieri e le persone in costume: tra dimensioni, capelli lunghi e costumi, sembrano tanti Obelix. Time to leave now …Irlanda - 2010 (780)

 

 

 

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An Irish Blessing

May the road rise to meet you

May the wind be always at your back

May the sun shine warm upon your face

May the rains fall soft upon your fields

And until we meet again

May God hold you in the palm of His hand

(12 agosto – 21 agosto 2010)