Auld Lang Syne Scozia

La Scozia è un paese quasi disabitato, dove piove moltissimo, pieno d’acqua e di boschi. Visitandola in un momento dove in Italia imperversa la siccità, viene da dire: Pensiamoci. Gli Scozzesi scrivono in inglese, ma parlano una lingua loro che se ne infischia della fonetica, quando non è celtico. Più semplice andare a intuito. Gli Scozzesi sono, comunque, estremamente gentili, tolleranti con i turisti e il loro improbabile inglese, e molto puliti. Peccato guidino a sinistra.
Questo è il diario di una settimana di vacanza

DSC01677

A hotel room with a view

25 luglio 2017
Con solo 45 minuti di ritardo ci solleviamo in volo da Milano e, alle 15,30 in punto ora italiana (ora locale 14,30) siamo a Edimburgo, Edinburgh.
Subito apprezziamo i disagi della Brexit o, semplicemente, la sospensione degli accordi di Schengen: ci tocca una coda lunga e lenta prima di passare la dogana ed entrare, veramente, nel Regno Unito.
Un comodo e non economico taxi ci porta all’hotel, Holiday Inn Express, in Queen Street; non è centralissimo, ma nemmeno così scomodo. Dati i tempi lunghi già impegnati in inutili convenevoli, ci mettiamo subito in marcia.

DSC01682.JPGLa città è interamente coinvolta nei preparativi per l’Edinburgh International Festival, un evento mondiale che richiama spettatori da tutto il mondo e che si svolge in agosto. Ma noi non ci facciamo impressionare e ci avviamo per il nostro giro. Appena usciti dall’albergo, davanti a noi cammina un signore in kilt. Non uno dei numerosissimi signori drappeggiati in tartan che incontreremo durante il nostro giro, a scopo turistico. No, questo signore ha proprio scelto di preferire la divisa tradizionale della Scozia. Ci capiterà di vederne altri.
La prima cosa da vedere, a Edimburgo, è senza dubbio il Castello, che sovrasta la città dalla cima della sua rocca. Già dal basso si intuisce che è una costruzione enorme, anzi, è formato da costruzioni diverse.Scottish gallery.JPG
Il percorso che ci porta al castello è affascinante e riserva molte sorprese: costeggiamo la Scottish Nationail Portrait Gallery, in un edificio color mattone dove, in facciata, compaiono statue tridimensionali di molte donne e sante dell’antichità.

DSC01687.JPG

 

 

 

 

 

 

Attraversiamo la piazza St.Andrew con il suo piccolo, ma verdissimo parco, raggiungiamo la Scottish National Gallery immersa nel verde, entriamo nell’infinito e verdissimo West Princes Park. Si tratta di un parco difficile da immaginare per noi italiani, tanto è grande, ben tenuto, fiorito, ricco di spazi erbosi dove giocare, grandi e piccoli.

DSC01718.JPG

Mi colpisce un teatro all’aperto: in una nazione dove piove quasi ogni giorno, un teatro all’aperto è un vero inno alla creatività e al desiderio di fare qualcosa ad ogni costo. Dopo l’attraversamento del parco, scaliamo un bella scalinata e, voila, ci siamo. Naturalmente ….è chiuso. Qui tutto chiude alle cinque, e noi non siamo per nulla abituati a questi orari anglosassoni!

DSC01717.JPG
Percorriamo un pezzettino del Royal Mile, quindi ritorniamo verso la città per ammirare il castello dall’esterno. In questo modo scopriamo un paio di passaggi stretti e nascosti tra le case, sotto voltini scuri, e collegano due vie parallele. Questa passeggiata ci porta ad attraversare un parco dopo l’altro, a scoprire la chiesa di St. Cuthbert e il suo suggestivo, antico cimitero, fino alle propaggini della città “nuova”, in quanto costruito intorno al 1700, e per distinguerlo dalla città “vecchia”, medioevale.

edinburgh-st-cuthberts-kirkyard-view-of-castle-4-large

Torniamo verso l’hotel passando per la lunga, accogliente e curiosa Rose Street: soprattutto il primo pezzo è molto poetico, per la presenza di antichi pub e per e decorazioni su muri e vetrine che riprendono liriche in inglese e, soprattutto, in gaelico.

rose street.jpg

DSC01734.JPG

Ci fermiamo a cena nel pub The Conan Doyle, dove incominciamo a prendere confidenza con le specialità locali: salmone scozzese, fish & chips, pie di carne.
Dopo cena, quella che dovrebbe essere solo una banale passeggiata digestiva ci porta in cima a Calton Hill, un punto panoramico aperto su tutta la città dove, data la serata meravigliosamente serena, si sono dati appuntamento in tantissimi per ammirare il tramonto. Così facciamo noi, oltre ad apprezzare un altro polmone verde lussureggiante, che regala respiro alla città.

DSC01770

26 luglio

La colazione dell’Holiday Inn non è male, un po’ disorganizzata. Dopo aver ritirato la macchina, una Opel corsa grigio metallizzato, partiamo per Inverness, sotto una pioggia battente. Il percorso è tutto immerso nella campagna scozzese, verde e rigogliosa che più non si può, dove ogni tanto si vedono greggi di pecore o mandrie di mucche al pascolo. Ci fermiamo per una visita al castello di Blair, dove per fortuna non piove.

DSC01789.JPG

E’ un castello molto elegante, sebbene privo dell’armonia di quelli francesi, tutto intonacato di bianco, ancora abitato, e un buon esempio per osservare come viveva, e riceveva, la nobiltà inglese nei secoli passati. L’arredamento è riconducibile al XVIII secolo, e direi comune ad altri esempi visti in altri paesi. Mi ha colpito, in alcune stanze, il campanello per chiamare la cameriera, le decorazioni a stucco nei soffitti, belle e insolite, e il fatto che molte sedie fossero rifasciate con tessuti ricamati dalle nobili proprietarie, segno che, nonostante il benessere, non amavano stare con le mani in mano.
Notevoli, in negativo, i palchi di corna di cervi uccisi e l’impressionante collezione di fucili e altre armi.


All’esterno i giardini sono enormi, e accolgono l’allevamento dei cervi, dei pony e delle pecore. Ci sono prati immensi e boschi con alberi di dimensioni gigantesche, segno della loro salute e della loro vetustà.

DSC01791.JPG
Riprendiamo la strada verso Inverness, in un panorama non diverso. Facciamo solo una tappa velocissima alla distilleria Tomatin, dove assaggiamo al volo un whisky squisito e impariamo che la qualità del whisky delle Highlands si deve alla dolcezza dell’acqua.

DSC01807.JPGFinalmente siamo a Inverness, nel gradevolissimo B/B The Gatehouse.
Abbiamo tempo per un giro panoramico della città: il castello, probabilmente ricostruito, la severa cattedrale, alcune vecchie massicce costruzioni, ma soprattutto deliziose casette singole in pietra grigia, con le finestre a bovindo e i giardini pieni di fiori colorati e rigogliosi, e naturalmente lui, Ness, il fiume vigoroso che taglia in due la città, che formerà il famoso lago, e che soprattutto la rende unica.
Buona cena nel pub The Den, sotto le fotografie dei più famosi personaggi scozzesi: Sean Connery, Rod Stewart, Annie Lennox, …… Io scelgo dei deliziosi muscoli in salsina piccante e una squisita zuppa di pesce e verdura.


27 luglio
Dopo una buona colazione, ci mettiamo in viaggio, lasciamo Inverness.

Costeggiamo a lungo l’impetuoso fiume Ness, e facciamo la prima tappa al castello di Urquhart, un maniero di sasso del quale ormai non rimangono che poche rovine, ma che conserva abbastanza struttura per capire come potesse essere in passato, quando serviva da abitazione e da luogo di appostamento e difesa verso eventuali invasioni dall’acqua.

Il castello si affaccia sul più famoso dei laghi scozzesi, Loch Ness, una estensione d’acqua imponente nella quale, ahimè, non vediamo spuntare nemmeno l’ombra di Nessie. Pare non sia stagione … Proseguiamo verso Fort Augustus, un microscopico paesino composto, anche lui (ma non mi stanco di guardarle) da deliziose villette monofamiliari intonacate di bianco e piene di fiori. L’attività più rilevante di Port Augustus consiste nel riempire e svuotare le chiuse, per permettere alle barche di arrivare al lago. I mari a est e a ovest della Scozia non sono allo stesso livello, e il percorso nel Canale Caledoniano non può essere diretto, deve essere modulato.

DSC01879.JPG
Proseguiamo verso il castello di Eilean Donan, che in gaelico vuol dire “Castello dell’isola di Donan”. La Scozia ha ancora moltissimi castelli, e guardando le immagini sono anche abbastanza diversi uno dall’altro, ma ahimè è impossibile visitarli tutti. Questo è ancora differente dai due già visti. L’interno è in parte ricostruito, con ambienti addirittura “abitati” da figure ad altezza naturale, l’esterno ha un delicato colore rosa arancio che lo rende perfetto nella tavolozza azzurra e verde tutta intorno. L’accesso tramite un ponte di pietra rende il castello ancora più suggestivo.

donan.jpg
Continuiamo finalmente verso Skye, ci siamo quasi. Intorno a noi campi di velluto verde, piccoli laghi, cascatelle. Attraversiamo l’aereo ponte che oggi unisce l’isola alla terraferma, e il panorama solitario prosegue, anche più intenso. Prati verdi, pecore e mucche che brucano, pioggia che va, viene, torna il sole e ricomincia, qualcosa impossibile da immaginare sotto altri cieli.

Raggiungiamo Portree, un minuscolo borgo raccolto su una insenatura naturale, caratterizzato soprattutto da una sfilata di case tutte colorate che guardano il mare.

DSC01927.JPG

Qui facciamo una bella sosta fotografica. Continuiamo verso Uig, la nostra tappa finale per oggi, e raggiungiamo l’albergo, Uig Hotel. La struttura è bellissima e perfettamente inserita nell’ambiente, il servizio ottimo, e la cena del ristorante interno, di cui approfittiamo, è squisita (chowder e salmone al vapore con salsa bernese). La nostra camera guarda il mare ed è una vera “camera con vista”. Questa parte della Scozia, quest’isola, ne raccolgono tutto il fascino, e rispondono all’immagine più caratteristica di questo Paese: pochissime le case, tutte bianche immacolate, tutte con il tetto di ardesia grigia, pochi servizi essenziali, solo il porto sembra essere un posto dove si intreccia qualche attività, ma sempre con molta calma. Una situazione fuori dallo spazio e dal tempo da apprezzare in silenzio.

DSC01941.JPG

28 luglio
Ci svegliamo e, in meno di mezz’ora, il cielo davanti a noi cambia colore tre volte. L’incomparabile variabilità del cielo a queste latitudini.

ug.jpg

 

DSC01954.JPGPartiamo subito perché ci aspettano lunghe ore di guida. Il vero obiettivo, oggi, è raggiungere le Silver Sands di Morar, le spiagge sulla costa occidentale della Scozia, note per la loro sabbia finissima e brillante.
Lasciamo l’isola di Skye da dove siamo venuti, ritroviamo i grandi laghi, ci dirigiamo verso l’estrema costa ovest. Durante il tragitto siamo attratti dal Glenfinnan Monument, una colonna eretta in memoria di alcuni valorosi Highlander morti in battaglia. Il monumento è tutt’altro che bello, ma sorge proprio sul lago e, subito dietro, in pochi passi si arriva abbastanza in alto da godere di un panorama aperto ed emozionante. Scattiamo le solite fotografia e riprendiamo verso le spiagge d’argento, che sono davvero così. Ampie distese di sabbia bianca e brillante al sole, di consistenza finissima, dove verrebbe voglia di sdraiarsi e godere di tanta morbidezza, se solo non fosse così freddo. Ci godiamo allora un po’ il paesaggio, una baia silenziosa, immobile, dove il mare acquista mille sfumature diverse, e poi torniamo verso l’interno e verso l’hotel di stasera.

Siamo al Corriegour Lodge hotel, una dimora storica arredata con molta eleganza (very british, fiori ovunque!), dove ci riservano una cordiale e raffinata accoglienza. Ci fermiamo per la cena, all’altezza delle premesse, sebbene assai costosa: piccolo timballo di verdure grigliate, trancio di haddock in salsa al curry.
Sul dépliant dell’hotel leggo che è situato in una delle più belle aree del Great Glen, tra Sprean Bridge e la punta occidentale del Loch Ness. Il Great Glen è una delle aree geologiche più interessanti della Scozia, una spaccatura che corre da Inverness a Fort Williams. Approfittando di questo spazio naturale, è stato costruito il Canale Caledoniano, che mette in comunicazione i mari a est e a ovest del paese. Un tempo era molto utile in quanto le navi erano più fragili delle attuali, e navigavano in acque meno profonde. Oggi non è più così, ma il canale rimane. Qui l’acqua si divide in più laghi, ognuno con il suo nome preciso, come Loch Ness o il piccolo Loch Lochy, di fronte all’albergo.

DSC01995.JPG

29 luglio
Sotto una pioggia battente, lasciamo il Corriegour Lodge per visitare Fort William. Qui il tempo ci concede una breve tregua, più che sufficiente a dare un’occhiata a una cittadina che non ha nulla di particolare salvo il lago, a portata di mano, moltissimi hotel e la natura lussureggiante che la circonda. Leggiamo che questo è, in effetti, il punto della Scozia più piovoso, ma che mantiene una posizione strategica e interessante per gli escursionisti, attratti dalla possibilità di poter praticare sia gli sport acquatici che le arrampicate sul Ben Nevis, la cima più alta della Gran Bretagna. In effetti è divertente pensare a un posto dove ci si può portare indifferentemente il costume da bagno o la picozza. Da Fort William parte un treno a vapore che arriva a Mallaig, la zona delle silver sands, e che pare sia stato reso famoso da un racconto o un film di Harry Potter: un’esperienza che ci è sfuggita.


Lasciamo Fort William, il prossimo obiettivo è attraversare Glen Coe, una vallata famosa per il suo fascino selvaggio e un po’ inquietante. Nell’omonimo paese troviamo il Visitor Centre, un interessante punto di partenza prima di inoltrarci nel Glen Coe.

geologia

DSC02025.JPG

Qui viene spiegato in modo chiaro ed esauriente l’origine della Gran Bretagna, che milioni di anni fa era all’altezza dell’Equatore, nonché di questa zona, un tempo vulcanica e soggetta a eruzioni esplosive, poi modellata dai ghiacci dell’era glaciale. Nel Ben Nevis si riconosce ancora la Caldera. Il Glen Coe mantiene le promessa: poco dopo averlo imboccato, ci si trova in una gola stretta, circondata da cime alte e incombenti, coperte del velluto verde che qui sembra rivestire tutto. Sono le Three Sisters da un lato e l’Anoach Eagach dal’altro.

Poi lentamente la vallata si apre in una alternanza di spazi aperti, laghi e laghetti con piccole isole piene di vegetazione, cascate scroscianti, mentre le nuvole giocano a coprire e scoprire le cime. Non è facile raccontare una sensazione: qui, oltre alla bellezza, si respira l’armonia con l’universo e con le tante cose diverse che ci circondano.


Appena usciamo dal Glen Coe entriamo nella diversissima, ma altrettanto bella, zona del Loch Lomond e della riserva naturale del Trossachs. Il lago è il più grande della Scozia e si distende con sponde molto mosse, che formano piccole baie e apparenti cambiamenti di direzione. La riserva, più bassa di quanto visto fin’ora, non è meno bella, con una vegetazione più collinare, ma rigogliosa e variegata.

DSC02054.JPG
Raggiungiamo il nostro Bed & Breakfast, una piccola villa bianca che ci ha riservato una cameretta semplice, ma deliziosa, e subito ripartiamo verso nuove avventure.
La prima tappa è Balloch, con il suo bel castello in pietra, purtroppo chiuso, e soprattutto il suo parco naturale che si stende fino al lago. Credo di non aver mai visto prima alberi così imponenti per altezza, grandezza del tronco, rigoglio della chioma, prati così ben curati, e un’estensione impressionante. Approfittiamo per dare un’occhiata anche al paese di Balloch, abbastanza banale, mentre per la cena andiamo a Drymen, posto più carino e divertente. Qui ceniamo molto bene al pub The Clachan Inn, uno dei più antichi di Scozia. Prendo zuppa di pesce scozzese e funghi alla crema.

DSC02052.JPG
30 luglio
La prima tappa è Stirling, una cittadina non poco importante situata più o meno in mezzo tra Glasgow ed Edinburgo. A Stirling c’è il castello, consueto maniero in pietra che guarda la città dall’alto, e che serenamente decidiamo di non visitare, e soprattutto il quartiere medioevale, che corre con le vecchie mura di difesa “contro gli inglesi” e si arrampica fino al castello stesso. Dall’alto è bello ammirare la città e il suo panorama, e tra le targhe poste nelle strade, che raccontano la storia della città, ci sono alcuni aneddoti del passato davvero divertenti.


Lasciamo Sterling per giungere a Glasgow, penultima tappa del nostro tour scozzese. Grazie all’autostrada, arriviamo in poco più di mezz’ora, parcheggiamo l’auto e ci avviamo subito per visitare la città. Sono interessata alle opere di Charles Rennie Mackintosh, l’architetto ch ha saputo interpretare il rigore dello stile scozzese con la fantasia leggera dell’Art Nuveau. La città ha diversi esempi del suo lavoro, come The Willow Tea Room, the Glasgow School of art, e soprattutto The Lighthouse, una costruzione seminascosta che scopriamo quasi per caso (per fortuna ero preparata!).

L’edificio è stato ideato da Mackintosh come sede per un quotidiano, l’Herald, ma dopo che il giornale ha chiuso, è stato lanciato un concorso per la conversione dell’edificio, che oggi ospita mostre d’arte moderna, ma soprattutto un po’ di storia e di spiegazione dei progetti di Mackintosh, a Glasgow e fuori, e la possibilità di approfittare della sua forma, un faro, per arrampicarsi sulla cima e guardare la città dall’alto.


Dopo questa visita mi dichiaro soddisfatta per quanto riguarda l‘architettura Art Nuveau. Proseguiamo verso il fiume Clyde, perché in ogni città dove c’è un fiume, questo va visitato, poi verso il Glasgow Green, un enorme e bellissimo parco che i cittadini amano molto. Oltre ai bellissimi prati e agli alberi secolari, il parco ospita il People’s Palace, che ospita il museo della storia di Glasgow e un piccolo orto botanico, e l’ex fabbrica di tappeti Templeton, oggi non più usata come tale, un edificio in mattonelle policrome, quantomeno curioso.


Dal Green, a sud, ci portiamo a nord per una visita alla Cattedrale dedicata a Saint Mungo, patrono della città. E’ l’unica cattedrale scozzese sopravvissuta alla Riforma, e ben si apprezza il valore della sua età originale. L’interno è scandito da archi a sesto acuto che corrono per tutto lo spazio, dalle vetrate dipinte, alcune molto belle, dall’altare posto in posizione sopraelevata e quasi staccato dal resto della chiesa, fino alla cripta, dove riposa il santo. Una visita molto interessante.


La città è piccola, in pochi minuti rientriamo verso l’hotel, il deludente Rab Ha’s, e ci prepariamo per la cena, al pub dell’albergo. La cena è ottima (muscoli e tacos, scozia e messico), così come è ottima la birra Tennents, ma abbiamo la sgradita sorpresa di vederci addebitare 10 pounds come sostegno della festa del quartiere! Finiamo la giornata con un’ultima passeggiata per Glasgow, a conferma che è veramente molto piccola.

31 luglio
Lasciamo senza rimpianti Glasgow e ci mettiamo subito in viaggio verso Edimburgo, l’ultima tappa. Troviamo l’albergo (Sherwood Guest House), riconsegniamo l’automobile che ci ha fedelmente scorrazzato, e ripartiamo in visita. Entriamo nella Scottish National Gallery dove, a discapito del nome, di artisti scozzesi ce ne sono davvero pochi. In compenso, molti italiani (Raffaello, Lotto, Tiziano, Canaletto, Guardi, Tiepolo, persino Leonardo), molti francesi, e olandesi, alcuni impressionisti. Scopro delle vere chicche, quadri spesso citati, di autori sommi, sono qui: La cuoca di Bernardo Strozzi, I covoni di Manet, un ritratto di Gian Lorenzo Bernini fatto dal genovese Baciccia (!), la famiglia Lomellini, noto nome genovese, opere di Luca Cambiaso, Procaccini e altri. La visita è lunga, ma davvero piacevole, forse ci richiede un po’ più tempo del previsto, perché qui tutto chiude presto ed è meglio correre.

DSC02143raffaello.JPG

Ci dirigiamo al Castello, dove entriamo appena, e solo per scattare qualche fotografia, poi scendiamo lungo il Royal Mile. La strada più nota di Edimburgo ha ben ragione della sua fama, non solo per i numerosi negozi di lane e tartan, ma per i numerosi monumenti che vi si incontrano. Ci fermiamo alla cattedrale, dedicata a St. Gilles: la facciata e il campanile gotici introducono a un interno meraviglioso, con archi a sesto acuto che si rincorrono, vetrate bellissime, e le bandiere dei vari clan scozzesi appesi alle pareti laterali.

 

DSC02158

William Wallace

Proseguendo lungo il Royal Mile si incontrano numerosi palazzi di sicuro interesse, dimore storiche oggi sede di musei, dell’Università, di raccolte per il pubblico.

DSC02168.JPG

Nel percorso ci imbattiamo nel Fudge shop, negozio di cui avevo sentito parlare, che vende SOLO fudge. Impossibile resistere, ne comperiamo un congruo assaggio. Continuiamo fino alla sede del Parlamento Scozzese, purtroppo visitabile solo a porte chiuse. Una curiosità per capire un po’ dell’amministrazione locale e del progetto architettonico di Enric Miralles e Benedetta Tagliabue datato 2004.

Di fronte al Parlamento si aprono due scenari completamente diversi: da un lato la città si interrompe completamente e diventa una verdissima collina, e dall’altra si apre Holyroot House, la residenza della Regina quando è in visita a Edimburgo. La visita è accurata e molto interessante, vediamo le stanze interne fino alle camere da letto del re e della regina, e infine gli appartamenti di Maria Stuarda. Gli arazzi, i soffitti decorati a stucco, gli arredi sono, inutile dirlo, grandiosi, ma penso che la cosa più interessante e divertente sia proprio immaginare qui la famiglia reale, impegnata nelle attività consuete, e riconoscere gli ambienti dove si sono svolti alcuni momenti famosi (la visita di Papa Benedetto XVI, l’investitura di cavaliere a Sean Connery e Gordon Ramsey). Intanto impariamo che l’ordine più importante in Scozia è quello del cardo, fiore che si incontra spesso anche nei giardini di Edimburgo.

DSC02200.JPG
Quando usciamo, la dimora è chiusa. Rientriamo in albergo per una doccia, e ceniamo bene in un altro pub storico, The Old Bell Inn (io, Ceasar Salad poco scozzese con salmone molto scozzese, e patatine fritte).

DSC02207.JPG

1 agosto. Con calma e tranquillità raggiungiamo il centro di Edimburgo e, con il comodo ed economico autobus n. 100, arriviamo in aeroporto.heathers.jpg

(25 luglio – 1 agosto 2017)

 

Annunci

La Maremma di ieri e di oggi

 

IMG_0119.JPG

La riunione di un gruppo di “vecchi” compagni di viaggio (vecchi solo perché già avvezzi alla precedente, reciproca compagnia) ha visto come sfondo la Maremma toscana.

E’ indispensabile essere più precisi, e mi piace esserlo: in Italia la concentrazione di cose belle, interessanti, tesori artistici, paesaggi esclusivi, è così alta, in pochi chilometri si trovano così tante cose da visitare che la definizione “Maremma toscana” non è corretta. Per tre giorni abbiamo girato in lungo e in largo la zona prospiciente al mare, i paesi medioevali che sorgono sulle alture, per difendersi dalla malaria, le abbazie adagiate tra gli ulivi, e la costa affacciata sull’Arcipelago Toscano. Pochi chilometri quadrati, tanta storia e arte.

IMG_0124.JPG

L’incontro con Carla e Franco è cordialissimo: non ci vediamo da un anno e mezzo, ma non sembra proprio. Ci accolgono nella loro bella casa immersa nel verde, tra gli ulivi e i fiori, e non solo ci riservano uno spazio esclusivo, ma ci fanno trovare una succulenta cena di benvenuto innaffiata da uno squisito Brunello di Montalcino.

La mattina dopo la compagnia si riunisce al gran completo: Gianfranco e Anna, Christiane e Franco, Carla e Franco, noi, i due Paoli. Teatro dell’incontro è Massa Marittima che, a scapito del nome, è ben lontana dalle spiagge. Dopo l’abbraccio collettivo, ci perdiamo nell’ammirazione di questa bellissima località: elegante, austera, perfettamente conservata, ha il suo fulcro nella piazza dove si affaccia la Cattedrale, insolitamente non allineata con gli altri edifici. Gli antichi edifici contribuiscono a dare solennità e armonia all’insieme, ma la vera star è proprio la cattedrale, grandissima, sopraelevata, con una piazza nella piazza che diventa palcoscenico naturale. L’interno è spoglio come si conviene a una chiesa gotico-romanica, salvo una dolcissima Madonna di Duccio da Boninsegna.

Dalla Cattedrale ci avviamo verso la parte alta della città, per arrampicarci sulla Torre del Candeliere e osservare dall’alto il panorama che si stempera nella campagna fino a raggiungere il mare. La caratteristica di questa costruzione, la cui parte inferiore, originale, risale ancora al XIII secolo, è il possente Arco Senese, oggi passeggiata panoramica, ma in origine costruzione dominante sulla città sottomessa.

Proseguiamo poi con una bella e rilassante passeggiata intorno alle antiche mura difensive, già immersi nel morbido verde della Toscana. Massa Marittima ci saluta con l’immagine dell’albero della fecondità, un dipinto che non ha bisogno di spiegazioni.

IMG_0191.JPG

Sulla strada per Montesiepi incontriamo vecchie miniere di ferro in disuso, dove il materiale rimasto si mostra nelle diverse combinazioni di ossidazione e in combinazione con altri elementi. Il risultato è una collina stemperata in tante tonalità diverse: grigio, rosso, verde, giallo …

 

IMG_0196.JPG

 

Prima di raggiungere la prossima meta culturale, ci concediamo un piccolo break mangereccio in mezzo alla campagna, dove assaggiamo squisiti crostini su pane toscano.

 

IMG_0207.JPG

Galgano Guidotti era un nobile cavaliere della zona che, nel lontano 1180 (circa) improvvisamente decise di rinunciare alla vita mondana. A suggello di questo fatto, prese la sua spada e la piantò nella roccia, dov’è rimasta fino ai nostri giorni. Successivamente, intorno a questa Excalibur italiana è stata costruita una cappella di forma cilindrica, circondata da una originale cupola a fasce cromatiche alternate: la Rotonda di Montesiepi. La cappella adiacente, datata 1300, conserva degli affreschi, molto deteriorati in verità, attribuiti ad Ambrogio Lorenzetti.

IMG_0210.JPG

Dopo questa chiesina raccolta e intima, ci spostiamo a San Galgano. Come si può raccontare una basilica medioevale interamente in pietra e mattoni, grandissima, che ancora conserva perfettamente la sua struttura perimetrale, le navate interne, le colonne, la facciata imponente, le finestre a sesto acuto, ed è completamente vuota e senza tetto? Conserva la solennità dell’edificio religioso, e ha insieme la magia di qualcosa che, nel perdere la sua funzione originaria, si è trasformata in un monumento che sembra non appartenere a questo mondo. Le aperture sembrano cornici al paesaggio esterno, mentre gli aspetti decorativi sono curiosamente molto ben conservati. Intorno, l’ordinata campagna toscana con i suoi olivi secolari, i cipressi, le viti. Per osservarla ancora meglio e dall’alto, ci spostiamo sulla rocca, strategico punto panoramico. Scendere dalla rocca è ancora un tuffo nel medioevo, in mezzo a percorsi pedonali, scale acciottolate e giardini fioriti.

La prossima tappa è Roccatederighi, dove hanno casa Christiane e Franco: un rifugio tranquillo che esplode in un grande giardino soleggiato, pieno di alberi e fiori.

E’ un paese medievale dove le case mantengono la struttura originale in sasso, e alcune costruzioni sembrano sorgere direttamente dalla roccia, rivelando un’insolita perizia nei costruttori. Il percorso nel centro è solo pedonale, su vicoli lastricati in pietra e in mezzo ai giardini fioriti. E’ un posto molto tranquillo, salvo durante l’annuale festa denominata “Medioevo nel Borgo”, durante la quale le tre contrade si incontrano e si scontrano. L’evento attira migliaia di persone che affollano le strade.

IMG_0276.JPG

Il giorno successivo abbiamo appuntamento a Civitella, un borgo che conserva quattro porte di ingresso. Nonostante siano solo quattro, riusciamo a non centrare il punto di incontro … poco male, grazie ai telefoni cellulari, ormai non si perde più nessuno.

Assaporiamo la bellezza di Paganico, elegante centro posto in uno strategico punto panoramico (forse un tempo si sarebbe detto, difensivo) e proseguiamo per S. Angelo in Colle e il suo straordinario castello. Siamo ormai a Montalcino, quindi l’enoteca all’interno offre, oltre a una bella selezione di vini diversi, una grande quantità e varietà di Brunello e Rosso. Altrettanta varietà sta nei prezzi, che arrivano a diverse centinaia di euro.

Montalcino ci accoglie con la sua altissima torre che pare appoggiata alla costruzione un po’ asimmetrica a fianco.

IMG_0304.JPG

Facciamo un bel percorso nel centro storico, in mezzo a botteghe artigianali e vinerie, sotto gli austeri palazzi medievali. E’ una cittadina vivace, posta anch’essa un po’ in alto, e dalla quale si occhieggia, tra le case, scorci della campagna intorno, fatta di ulivi e cipressi.

IMG_0299.JPG

 

Per pranzo scegliamo dei semplici ma gustosissimi panini, che mangiamo in un improvvisato pic nic davanti all’Abbazia di S. Antimo. Ancora una volta ci troviamo davanti a un monumento imponente e di grande bellezza che si erge, solitario, in mezzo alla campagna. La chiesa romanica risale al XII secolo, sebbene molti interventi siano stati fati nei secoli successivi, e il santo a cui è dedicata l’abbazia è un martire cristiano vissuto nel IV secolo. Qui però non c’è abbandono: S. Antimo è abitato e vissuto da una comunità di monaci che ne seguono il canone, si dedica alla preghiera e alla cultura del Canto Gregoriano, che qui è praticato e insegnato. Il giardino e l’uliveto sono perfettamente curati, mentre i giovani sono i benvenuti e hanno spazi dedicati.

La campagna intorno è di una bellezza quasi struggente, forse dovuta anche alle tante tonalità di verde, mai eccessivo, ma intenso e spesso virato al grigio e all’argento. L’interno della chiesa è spoglio, solenne, austero, un invito al raccoglimento e alla contemplazione. Di fronte all’Abbazia, un piccolo giardino con alcuni ulivi secolari, delle sculture viventi, con i tronchi contorti e nodosi.

IMG_0333.JPG

 

 

 

 

 

 

 

IMG_0337.JPG

Ci spostiamo a S. Quirico d’Orcia, e la località è annunciata da un piccolo girotondo di cipressi. Qui, ahimè, ci sorprende la pioggia. Per fortuna i paesi medievali sono ricchi di portici e arcate, abbiamo così modo di ripararci e aspettare che il tempo migliori. In centro visitiamo la Collegiata, che ha un bell’altare barocco, ma soprattutto la chiesa di Santa Maria Assunta, un vero capolavoro di equilibri architettonici, con i bei portali. Il paese è noto anche per gli Orti Leonini, bei giardini curati dove, al momento, sono esposte alcune installazioni contemporanee. Percorriamo tutta la strada principale, dove si affacciano numerosi edifici che conservano molto della loro origine medievale, fino alla chiesetta di S. Francesco

L’ultima tappa della giornata è Bagno Vignoni, dove una sorgente leggermente sulfurea e calda, già nota ai Romani, alimenta ancora oggi percorsi acquatici che sfociano in piccole, ma ripide cascatelle fino a valle, e a un grande bacino allagato all’interno del paese, attorno al quale si affaccino bellissimi edifici storici. E’ davvero insolita questa piscina naturale che, con le sue acque placide, fino a non molto tempo fa offriva a tutti la possibilità di un bagno terapeutico nelle sue acque. Poco lontano, i depositi calcarei hanno dato origine a una piccola Pammukale.

IMG_0360.JPG

Ci allontaniamo da questa zona più interna per tornare verso il mare, dove tutti abbiamo la base. La campagna toscana ci abbraccia ancora con i ritmi ordinati delle sue colture, e mentre il sole tramonta e il cielo si tinge di rosa, i tanti borghi sulle alture cominciano ad accendere le luci, diventando tanti piccoli presepi illuminati.

IMG_0404.JPG

La serata si chiude con un’ottima cena a Braccagni, dal simpatico Re Sugo.

Oggi, ultimo giorno insieme (ma già due protagonisti ci hanno abbandonato: Anna e Gianfranco, rientrati a casa per festeggiare il compleanno della figlia), vista la bellissima giornata, decidiamo di comune accordo di andare in spiaggia, e precisamente a Cala Violina, un angolo raccolto che si raggiunge dopo una breve passeggiata in mezzo ai pini e ai lecci. Potevamo chiedere di più? Acqua trasparente, sabbia morbida, sole splendente, temperatura perfetta. Tante chiacchiere e ancora il piacere di stare insieme.

IMG_0422.JPG

Alla prossima, presto!

IMG_0396.JPG

 

Favignana, la prima volta alle isole Egadi

13 settembre 2016 – La sveglia è alle quattro, ma dopo il tragitto fino a Bergamo, il volo Bergamo-Trapani con Ryanair, un po’ di transfer e l’aliscafo, arriviamo a Favignana al villaggio Punta Longa all’ora di pranzo. Il posto è molto accogliente, poche casette nel verde ben affacciato sul mare.DSC00452.JPG

Per una prima esplorazione in zona ci fermiamo a mangiare in un piccolo chiosco proprio sugli scogli. La scelta dei piatti non è entusiasmante, il conto salato. Assaggiamo il mare della splendida baia di Marasolo, dove i colori dell’acqua hanno tutte le sfumature dell’azzurro, poi in bicicletta tentiamo di raggiungere Cala Azzurra, ma è troppo lontana. Andiamo nel paese di Favignana a fare qualche acquisto alimentare, e ci torniamo la sera per la cena nel ristorante La Lampara: porzioni abbondantissime, qualità un po’ deludente.

DSC00470DSC00480

DSC00463

 

14 settembre – Dopo una buona e abbondante prima colazione, decidiamo di passare la mattinata nella spiaggia di Marasolo. Le sue acque trasparenti, turchesi e cobalto, leggerissime, sono un invito a tuffarsi continuamente. In più, forse grazie al livello di salinità, l’acqua è di straordinaria leggerezza. Un pranzo leggero, poi ci attende la barca di Vito Sinagra per portarci a fare il tour dell’isola. Favignana è un’isola molto varia, le coste alternano strapiombi a picco sul mare dove si riconoscono le vecchie cave di tufo, microscopiche spiaggette nascoste in mezzo a scogliere impervie, lingue di roccia che si allungano sul mare. Il fondo sabbioso e chiaro permette alla luce di giocare con tutte le tonalità’ dell’azzurro e del blu, e il mare è irresistibile.  Il giro dell’isola dura circa quattro ore, intervallato da numerosi tuffi nelle baie piú belle. Alla sera, cena sul terrazzo a base di arancini, una prelibatezza!

DSC00515.JPGDSC00539.JPG

 

 

 

DSC00552.JPG

DSC00613.JPG

15 settembre – Mi alzo presto per fare una passeggiata in zona, esplorare i dintorni e vedere l’alba. Il sole si apre un varco tra le nuvole e l’umidità notturna, e comincia a splendere. La giornata sarà poi delle più variabili, anche con una spruzzata di pioggia, ma ancora pienamente estiva.

Dopo colazione facciamo tutti insieme una tappa nel paese di Favignana dove assaggio il latte di mandorla. L’approfondimento gastronomico rientra nella vacanza! Ci spostiamo dietro gli stabilimenti della tonnara per fare il bagno … in porto. C’è una piccola e incantevole baia protetta, quasi inaccessibile per l’irregolarità degli scogli, dove l’acqua è molto calma e i colori stupendi.DSC00630.JPG

Lasciamo il gruppo degli amici, facciamo un po’ di spesa in paese e torniamo a casa per un pranzo veloce. Dopo pranzo c’è tempo per un bel bagno e sole sugli scogli di Calamone.

Nel tardo pomeriggio ci attende la visita della tonnara. Per molto tempo gli abitanti dell’isola si sono sostenuti solo con la pesca del tonno rosso, vera e rara prelibatezza. La tonnara di Favignana è la versione industriale di questa pesca: costruita e fondata nel XIX secolo dalla famiglia Fiorio, è stata per circa 150 anni un simbolo noto in Italia e all’estero e un’attività in grado di dare lavoro a tutti gli abitanti dell’isola, uomini e donne. Dopo la caduta in rovina della famiglia la tonnara è stata acquistata dalla famiglia Parodi di Genova, che è riuscita a farla funzionare fino al 1982, anno della chiusura definitiva. Di questa gestione mi piace ricordare l’iniziativa della moglie del titolare, che aveva pensato a creare asili nido all’interno della struttura, per permettere alle operaie di lavorare senza troppe difficoltà anche con bimbi molto piccoli. Ovviamente erano previsti i permessi per allattare.

 

Oggi la pesca del tonno rosso si fa con metodi più sofisticati e invasivi, al limite della sostenibilità. Basta pensare che vengono preferiti animali giovani perché più piccoli, mentre qui si pescavano pesci adulti che già si erano riprodotti molte volte. Il tonno rosso va quasi tutto in Giappone e nei ristoranti giapponesi per la preparazione del sushi, mentre quello che troviamo comunemente in scatola è il meno pregiato pinna gialla.

Oggi la tonnara è stata convertita in un museo, dove si possono visitare gli ambienti un tempo destinati alla preparazione del tonno, dal rimessaggio delle barche utilizzate per la pesca a tutti i passaggi necessari dalla cattura all’inscatolamento. Molto toccante e interessante è il filmato finale, un inedito dell’Istituto Luce datato 1926-1934 che illustra tutte le fasi, dalla posa delle reti della tonnara alla mattanza, all’arrivo dei tonni in fabbrica.

DSC00656

Cena leggera sulla terrazza del nostro piccolo bilocale, per finire con la gradita visita di Mrs and Mr Puppi che passano a fare due chiacchiere.

16 settembre – Già dal mattino abbiamo voglia di provare la Praia, ovvero la bella spiaggia di sabbia del paese di Favignana. Porto per porto, tanto vale stare comodi. Prima però attraversiamo il litorale del paese per raggiungere palazzo Fiorio e visitarlo.

DSC00482.JPG

Oggi questa elegante e imponente dimora ospita l’info-point di Favignana, ma è permesso fare un giro in una parte degli spazi interni, dove sono allestite mostre diverse (tra tutte, Un mare di colori), e nel bel giardino piantumato che si affaccia sul mare. Ritorniamo alla spiaggia, di sabbia morbida e dorata, piacevole sulla pelle. Tira un bel vento di scirocco che rende facile sopportare il sole torrido. Nel primissimo pomeriggio affrontiamo la salita del Monte S. Caterina, in cima al quale c’è una costruzione diroccata che denuncia un passato variegato. Si trova sulla cima più alta di Favignana, ed è raggiungibile molto facilmente, sebbene un po’ faticosamente, attraverso un percorso che alterna le scale e i percorsi in salita. Il vento ci aiuta a non sentire il calore, e nello spazio di circa un’ora siamo finalmente in cima. Da lassù la vista è, come si dice, mozzafiato. Si identifica bene la forma a farfalla dell’isola, le baie che ormai conosciamo, con sullo sfondo i profili di Levanzo e della più lontana Sicilia. Discendiamo, non senza fatica, appena in tempo: la cima sta per nascondersi in mezzo alle nuvole. Rientriamo a metà pomeriggio per cambiarci e prepararci, in vista della cena al ristorante La Bettola: ottimo cous cous di pesce.

DSC00667.JPGDSC00669.JPG

17 settembre – Ho voglia di visitare il Lido Burrone, la spiaggia di sabbia più grande dell’isola. In effetti è abbastanza grande e ci sembra molto affollata, visto che ormai abbiamo tarato gli occhi con le splendide solitudini degli scogli. In realtà c’è posto per tutti, e ci godiamo anche un bel bagno nel mare un po’ mosso, dove l’acqua è resa meno trasparente dalla sabbia sbattuta dalle onde.

DSC00702.JPG

Il pranzo è a Cala Cavallo, in una piccola trattoria nascosta nel verde, gestita da toscani. Io assaggio la parmigiana di tonno, buona ma non molto originale. Il pranzo ci condiziona per molte ore, ma prima di rientrare facciamo un tuffo nell’incantevole piccola baia di San Nicola, dietro al cimitero. Proseguiamo verso il paese per qualche spesa, e poi a casa. Lo splendido tramonto ci invita a fare un ultimo, veloce tuffo a Marasolo. Per cena, un arancino molto goloso, con tonno, pistacchio e pomodoro fresco.

18 settembre – La giornata comincia serena, poi si rannuvola, poi si rasserena ancora. Meglio per me passare la mattinata a Marasolo, in splendida solitudine (o meglio, in compagnia della lettura) con frequenti nuotate rinfrescanti. Dopo un pranzo veloce a base di frutta, mi sposto su una splendida spiaggetta tra Calamoni e Lido Burrone, sabbiosa, poco frequentata e con un mare trasparente, turchese. Il pomeriggio si conclude con un aperitivo al Kiosco di Marasolo, dove mi innamoro del panino “Cala Azzurra”, farcito con pesce spada affumicato, melanzane e pistacchi. Divino si può dire di un panino?

DSC00689.JPG

La serata si conclude in bellezza, con l’allegro e virtuoso concerto all’aperto offerto dalla Banda di Favignana presso la vecchia tonnara.

19 settembre – Oggi la giornata è particolarmente ventosa, sebbene abbastanza serena. Faccio la mia corsetta mattutina che mi permette di vedere l’alba, quindi facciamo un giretto per il centro del Paese per rivedere bene quanto già noto e provvedere a un po’ di spesa. Rientriamo a “casa” e andiamo subito sugli scogli davanti a Punta Longa, abbastanza comodi perché piatti, dove l’acqua è ancora una volta bellissima, leggera e trasparente. L’aria comincia a non essere più così calda, meglio approfittare dell’ora centrale della giornata per fare qualche tuffo. Dopo un pranzo leggerissimo preferisco terminare il pomeriggio sulle sdraio della piscina, più comode e più calde. Alla sera ci accoglie per la seconda volta il ristorante La Bettola, dove continuo il mio approfondimento gastronomico: busiate con pesto alla trapanese, ottime, e caponata di melanzane, superlativa. Prima però facciamo un giro nella Favignana “vecchia” con le case di tufo e i giardini ipogei spontanei.

DSC00683.JPG

20 settembre – Oggi affittiamo uno scooter, per poter fare comodamente il giro di tutta l’isola e ammirarne ogni angolino. La prima tappa è Cala Azzurra, affollatissima (ma come fanno in piena estate?), poi le scogliere impervie del Bue Marino con le sue grotte che sembrano tempi egizi, e Cala Rossa. Il mare qui non finisce di incantarmi. Le parole non bastano per descriverne i colori. Purtroppo, le possibilità di accesso sono poche e molto impervie.

 

 

DSC00775.JPG

Riprendiamo il percorso litoraneo dallo Scalo Cavallo, e da lì arriviamo in paese, per una spesa veloce. Dopo un leggero spuntino ci avviamo verso il Faraglione, dove ci aspetta il resto della compagnia e dove facciamo il bagno in una microscopica, incantevole baia ben riparata. Rientriamo dalla costa orientale con una tappa al faro di Punta Sottile, poi la Cala Grande con la sua vasta pineta, fino alla meravigliosa Cala Rotonda. Un ultimo sguardo alla spiaggia Pirreca prima di ripassare sotto il Monte Santa Caterina e rientrare.

 

Il mare rappresenta il punto di forza di Favignana, per i suoi colori mai uguali e per il fascino di una costa aspra, forte, ricca delle tracce del reciproco rapporto. Forse, quando si visita l’isola, si pensa meno al suo interno, che è altrettanto difficile, ma vario e molto particolare. Favignana è ricca di acqua, e questo aiuta le colture, in particolare della vite e del fico d’India, e l’insediamento urbano. Nei vasti spazi pianeggianti delle due ali della farfalla sono numerose le case di tufo, dalla forma squadrata e spesso a un solo piano, intonacate di bianco, con giardini rigogliosi e fioriti di bouganville viola e plumbago azzurri. Nella parte occidentale sono numerosissimi i giardini ipogei, molti spontanei, altri più condotti, che nascono all’interno delle vecchie cave di tufo, oggi abbandonate: piante fiorite e frutteti nascosti agli occhi meno attenti. Uno spettacolo inatteso e affascinante, una immagine forte di vita che nasce e cresce dove meno te lo aspetti.La cena è a casa, formaggio locale, olive, pomodori, fichi d’India e dolci siciliani, cena da re.

alba

alba e finocchietto selvatico

21 settembre –  Oggi è il primo giorno di autunno, ma qui siamo ancora immersi nell’estate piena. Se non fosse per le giornate un po’ più corte e l’aria che incomincia appena a rinfrescarsi, potremmo illuderci di essere in luglio. La fine della vacanza però si avvicina, è il caso di dare un’occhiata in giro: andiamo a Levanzo.

 

La piccola isola è ben visibile dalle coste di Favignana, sembra di toccarla, bastano infatti dieci minuti di aliscafo per raggiungerla. Ci accoglie incantevole, una piccolo presepe di casette bianche, ordinate e pulite, che guardano il piccolo porto dove, sull’acqua cristallina, dondolano piccole imbarcazioni. Chiediamo qualche informazione per capire come muoverci: andiamo a sinistra, in direzione del faraglione. Scopriamo una bella passeggiata un po’ in alto rispetto al mare schiumeggiante, in un percorso prima asfaltato, poi sterrato, infine in un sentiero pietroso che si arrampica dolcemente e, a un certo punto, rientra un pochino per passare in mezzo ai pini, senza però mai perdere di vista il mare. La passeggiata è piuttosto lunga, ma non faticosa, anzi, molto piacevole, e quando meno ce lo aspettiamo arriviamo all’altezza della Grotta del Genovese.

DSC00835.JPG

Da qui la strada per il ritorno al paese è facile, ben lastricata, e in discesa. Quel poco del territorio interno di Levanzo che vediamo ci mostra un’isola arsa, ricca di macchia mediterranea, con qualche isolata e bella costruzione. Rientriamo in paese per prendere una granita e continuare poi la passeggiata litoranea nell’altra direzione, fino a Cala Fredda, dove godiamo della vista, ancora una volta, di un angolo roccioso che si tuffa nel mare meravigliosamente trasparente.

DSC00841.JPG

Purtroppo ci aspetta l’aliscafo per il ritorno, faremo un bagno dagli scogli a Favignana. Alla sera, ottima cena al ristorante Due Colonne, con Danila e Paolo.

22 settembre – E’ l’ultimo giorno che passiamo a Favignana, domattina l’aliscafo ci aspetta poco dopo le 10 per portarci a Trapani, sulla terraferma, a casa … L’isola ci saluta con una giornata perfetta, serena, calda, appena ventilata, e il mare è calmo e così azzurro che sembra non volerci fare andare via. Mattina e pomeriggio sono dedicati a lunghi bagni e nuotate e ad altrettanto lunghe ore in spiaggia o sugli scogli a prendere il sole. E’ anche la giornata della raccolta del finocchietto selvatico, speriamo di riuscire a conservarlo e a usarlo. La cena consiste in un aperitivo e un panino “Cala Azzurra” al kiosco di Marasolo, ma l’ospite d’onore è il meraviglioso tramonto che si propone, come uno spettacolo inedito e irripetibile, e accompagna la nostra ultima serata, tutti insieme, a Favignana.

DSC00851.JPG

23 settembre – Sorpresa! La vacanza non è finita: abbiamo ancora una giornata a disposizione, visto che l’aliscafo ci deposita a Trapani alla mattina, e il nostro aereo partirà stasera tardi. Ci dirigiamo subito verso la funivia che, da Trapani, ci porta sul Monte San Giuliano, a Erice. Ci troviamo in una cittadina medioevale costruita in sasso e protetta dalle Mura Ciclopiche. Incontriamo subito il Duomo dell’Assunta, eretto in stile gotico trecentesco, nel quale entriamo attraverso il portale di ispirazione catalana. L’interno, che a prima vista sembra una scultura di crochet, a un più attento sguardo rivela la scarsa armonia con il contesto, è un’aggiunta recente. Molto bello il grande altare marmoreo che raffigura scene della vita di Cristo.

 

La nostra passeggiata prosegue tra stradine strette e case più o meno patrizie, ma la meta è la famosa pasticceria “Maria Grammatico”, nota per la qualità delle specialità siciliane.Rifocillati, proseguiamo arrampicandoci fino alla piazza dove si affacciano nobili palazzi, e dove spicca il ristorante Nuovo Edelweiss, un nome che non mi aspetterei di trovare qui.Accanto a semplici case in sasso dalla forma squadrata e tozza, ci sono case affascinanti con sinuosi balconi fioriti e portali sontuosi. Tra tutti il Palazzo Burgarella, dell’omonima famiglia di imprenditori. Furono importatori del tonno rosso, commercianti in sale marino, e tra i fondatori del Banco di Sicilia.Incontriamo il noto Centro di Cultura Scientifica intitolato a Ettore Majorana, e finalmente arriviamo al punto panoramico dove la vista è, come si dice, mozzafiato. Sotto di noi, il mare della Sicilia settentrionale e San Vito Lo Capo.

DSC00895.JPG

Lentamente scendiamo, dobbiamo raggiungere la fermata del bus che ci porterà a Trapani.

Anche il capoluogo siciliano ci incanta per la sua bellezza. E’ una città piuttosto grande, purtroppo in buona parte allargata con un’edilizia dall’estetica poco curata, ma il centro storico è bellissimo. Chiese e palazzi barocchi si alternano, magnifici e imponenti, mentre il mare ricorda spesso la sua presenza.Ci fermiamo per assistere alla celebrazione di un matrimonio: si attende la sposa in una coreografia altrettanto barocca e ridondante.

Entriamo nella chiesa di San Giuliano, che vede la prima costruzione nell’XI secolo. All’interno, gli originali gruppi scultorei dei “Misteri”, che rappresentano la morte e la passione di Gesù Cristo, ognuno dei quali dedicato, e sostenuto, dai rappresentanti di una professione.

 

A Trapani si respira un’aria elegante e nobile come solo i popoli del sud sanno esprimere, e coniuga la bellezza ridondante del barocco con la riservatezza di ampie finestre ben protette dagli scuri e cortili fioriti nascosti dietro enormi portoni.

Non potevamo lasciare la Sicilia senza un ultimo arancino … e mentre ci avviamo verso l’aeroporto, il sole che tramonta sulle saline ci regala le ultime, meravigliose immagini di questa terra benedetta.

saline

(13 settembre – 23 settembre 2016)

 

 

Σαντορίνη, Κρήτη (Santorini e Creta)

Cattura

Ci sono uomini, in Grecia, con un profilo che sembra ricalcato da quelli incisi su affreschi dell’epoca minoica. Ci sono donne, in Grecia, con capelli così lunghi e folti, portati raccolti in trecce voluminose, che sembrano statue di marmo improvvisamente animate.
E’ una terra bellissima e sorprendente, che ho lasciato con il rimpianto di non averle dedicato abbastanza tempo, almeno questa volta.

25 giugno 2017
Dovevamo partire alle sei del mattino e avere già praticamente da goderci tutta la giornata a Santorini. Invece il volo è stato spostato di 12 ore, con ulteriore ritardo. L’aereo è piccolo e vola basso nelle perturbazioni, ma alla fine ce la facciamo: Santorini, eccoci!
L’hotel Tamarix del Mar a Kamari, è un sorprendente borgo bianco e azzurro appena dietro la strada, raccolto intorno alla piscina. In camera troviamo una fresca insalata e una bottiglia di vino a darci il benvenuto.


La camera è una mini suite molto bella e fresca, e dopo una notte un po’ breve, ma riposante, ci alziamo contemplando la luce esplosiva della Grecia, la leggerezza dell’aria, il caldo torrido del sole, il rigoglio delle bouganville.
26 giugno

DSC01099.JPG
Santorini è tutta nera o rossa, nel caso qualcuno si dimenticasse che sta seduto su un vulcano attivo. Dai rubinetti esce acqua salata, è chiaro che il vulcano non prevede sorgenti di acqua dolce. Il contrasto tra i suoi colori scuri e quelli squillanti della vegetazione, l’azzurro del cielo, il blu del mare, oltre a questa energia silente nel profondo, ne fanno un luogo di insolito fascino e, obiettivamente, grande bellezza.
Oggi la giornata è interamente dedicata alla visita e perlustrazione dell’isola. Affittiamo una macchina (rossa) e partiamo subito. La prima tappa dovrebbe essere la visita della vecchia Thira, che tra l’altro è molto vicina a Kamari, ma oggi è lunedì ed è chiusa. Pazienza. Proseguiamo per la spiaggia di Perissa, un litorale lungo, nero e bollente con alle spalle una roccia verticale brulla e arida.

La spiaggia è un vero problema, già al mattino alle dieci è così calda che risulta quasi impossibile stare in piedi o sdraiati. In compenso il mare è trasparente e leggero, lì ci rinfreschiamo con un bagno dopo l’altro.
In verità a Perissa non c’è altro che la spiaggia, proseguiamo quindi verso Akrotiri per vedere la spiaggia rossa. Qui lo spettacolo comincia a farsi difficile da raccontare, tanto è suggestivo. La spiaggia rossa, che deve il nome al colore delle rocce che la compongono e la circondano, si raggiunge dopo un sentiero discretamente lungo, ma agevole, e si stende sotto una parete verticale rosso-nera, nella quale ancora si indovina il vulcano. Il mare, inutile dirlo, è trasparente e placido come un cristallo, e sembra quasi intimorito da questa roccia che conserva la forza del fuoco vulcanico.

DSC01102.JPG

L’altro versante del promontorio che accoglie Akrotiri si affaccia sulla caldera, dalla quale spuntano i tre isolotti: Thirassia, Nea Kameni, Palea Kameni. Scopriremo poi che, contrariamente a quanto dicono tutte le guide, questo è il miglior punto di osservazione per questa voragine piena d’acqua che, dice la leggenda, forse ha inghiottito la mitica città di Atlantide.

DSC01094
Proseguiamo il nostro giro verso Fira, la città più importante dell’isola. Bella e suggestiva con le sue case immacolate dalle pareti arrotondate, ma caotica e vanamente lussuosa come non ci saremmo mai aspettati.DSC01106.JPG

Facciamo un doveroso giro giusto per avere qualche termine di confronto, ma scappiamo volentieri in direzione di Oia. Siamo sulla punta più settentrionale dell’isola e, senza volerlo, cogliamo un momento magico: la cittadina è quasi deserta. Scopriremo verso sera che può riempirsi esattamente come Fira, ma nel frattempo la giriamo in lungo e in largo in compagnia di pochi turisti come noi. Case bianche, tetti azzurri esattamente come il cielo, piscine nascoste, scale e gradini, porte antiche e bellissime, bouganville rigogliose e invadenti, Oia è anche molto elegante.
Una birra in un piccolo bar ci permette di guardare un po’ il passeggio e goderci la caldera dal versante opposto rispetto ad Akrotiri. Passeggiamo ancora perlustrando altri angoli, scendendo e salendo molti altri gradini, qualche volta insieme agli asini, legittimi abitanti di questi percorsi, e finalmente viene l’ora di cena. Ci fermiamo in un piccolo ristorante con una bella terrazza panoramica e assaggiamo la zuppa di pesce di Santorini, mussaka e sarde al forno, tutto ottimo. E’ quasi l’ora del tramonto: andiamo a godercelo pienamente a Emeravigli, sopra Fira: siamo in prima fila per uno spettacolo che non dimenticheremo.

DSC01169.JPG
Rientriamo verso Kamari, non è tardi e ci sta ancora una bella passeggiata sul lungomare.
27 giugno
Possiamo permetterci di non approfittare di questo mare perfetto? La spiaggia di Kamari è nera, ampia, molto ben attrezzata. Ci stiamo tutto il giorno, alternando lunghi bagni nell’acqua, che è fresca, leggera e molto salata, e soste al sole bollente che asciuga via tutta l’umidità dei mesi passati. Ci sono 42 gradi, ma non si sentono. La brezza soffia costante e misurata, un piacere continuo sulla pelle.
Ceniamo alla Taverna Sellada, un posto semplice, dall’aria tradizionale, con ottima cucina speziata. Torniamo poi sul lungomare per scoprire una Kamari notturna e modaiola, fatta di locali dalle luci soffuse e musica dal vivo spesso di scarsa qualità. Una forma di divertimento molto globalizzato ma, se funziona, hanno ragione loro. Del resto, per queste isole il turismo è l’unica risorsa. Detto questo, il bilancio è ampiamente positivo.
28 giugno
42 anni, e non posso dire di non sentirli. Anche ultime ore a Santorini, dedicate più possibile alla spiaggia e a infinite nuotate. Alle 15 lasciamo puntualmente il Tamarix del Mar e con il taxi raggiungiamo il porto di Athinios. Arrivarci è emozionante: dopo esserci arrampicati fino a Pyros, in vetta all’isola, si entra nella caldera e si scende per una ripida serpentina fino al mare, con la vista magnifica del piccolo arcipelago rimasto dopo l’eruzione e l’inquietante effetto nuvola del mare che, per il gran caldo, evapora, facendo immaginare ebollizioni profonde.

DSC01202.JPG
La sala d’attesa del porto è costituita da lunghi muretti sui quali sedersi, posti sotto una tettoia per ripararsi dal sole e dal gran caldo. Non c’è quasi nessuno e si sta anche bene, ma siamo molto in anticipo, e piano piano arrivano pullman e taxi che scaricano altri viaggiatori, sia quelli diretti a Creta come noi, che i crocieristi attesi nei palazzi galleggianti che stazionano in rada. Per qualche attimo temo di non cavarmela in mezzo a tanta confusione, ma all’improvviso echeggia una voce, Iraklion! L’aliscafo sta arrivando e ci fanno raccogliere nella zona dell’imbarco. Questo si svolge in modo ordinato e tempi rapidissimi, ripartiamo con solo 15 minuti di ritardo sull’orario. Il mare, nonostante la fama delle Cicladi, è piatto, e alle sette sbarchiamo nel grande porto di Iraklion, nella grande isola di Kriti, tutt’altro contesto che la piccola Santorini. Già l’aria, pervasa da un’umidità tutta continentale, ci fa capire che, anche se un’isola, Creta non lo è così tanto. Dopo la sosta in hotel, il Capsis Astoria, sulla piazza della Libertà, la più centrale, facciamo un primo giro perlustrativo nella zona pedonale, sufficiente a orientarci, e mangiamo mussaka e pesce davanti al mare.
29 giugno
Grande festa a Roma, oggi, è San Pietro, e anche San Paolo, quindi tanti auguri a noi. Devo dire che ne sono arrivati tantissimi. Appena pronti, prendiamo il bus n. 2 che ci porta al palazzo di Cnosso. Credo che, a parte qualche pietrone qui e là, ci sia più ben poco di originale: molto è stato ricostruito dall’inglese Arthur Evans, che ne ha scoperto le rovine, mentre gli affreschi sono stati sostituiti con delle copie, gli originali sono al museo archeologico di Iraklion. DSC01225.JPGMa la ricostruzione in cemento armato, ben riconoscibile, aiuta moltissimo la fantasia nell’immaginare come doveva essere questo palazzo magnifico che oggi compie circa 3700 anni. La società Minoica, vera culla della civiltà europea, era molto evoluta sia dal punto di vista tecnico (le case erano fresche e arieggiate, l’acqua potabile arrivava all’interno, le fognature funzionavano perfettamente, l’igiene era una priorità) sia dal punto di vista politico e sociale. Il re Minosse (un titolo più che un nome proprio) aveva capito che un popolo che sta bene è pacifico e non si ribella, e quindi distribuiva equamente le risorse, assicurandosi pace e prosperità.DSC01238.JPG
Da Cnosso rientriamo a Iraklion e adiamo subito al museo archeologico: vogliamo vedere gli affreschi e i mosaici originali. Ci sono, ma la vera sorpresa è rappresentata dall’enorme quantità di oggetti di uso comune, e dai gioielli esposti. Arrivano da Cnosso, e da molti altri palazzi minoici sparsi nell’isola. Moltissimi pezzi potrebbero ancora valorizzare le nostre case, oggi, tanto sono eleganti ed essenziali, così come i gioielli, raffinatissimi.

DSC01251.JPGDedichiamo il tempo che ci rimane per capire meglio Iraklion. E’ una città abbastanza grande che, al di fuori del centro storico, è costituita da innumerevoli palazzetti non più alti di due o tre piani, dalla forma praticamente cubica, tinteggiati di bianco o di beige, e accatastati l’uno sull’altro senza un ordine preciso. In mezzo a questo caos, i monumenti ancora intatti costruiti dai veneziani intorno al 1500 spiccano senza fatica per bellezza ed eleganza.
Cominciamo da Koulé, la fortezza veneziana che guarda il mare, al limitare del porto. Una costruzione massiccia iniziata poco dopo l’anno mille, e recuperata dai Veneziani dopo la conquista della città, nel XVI secolo. La ristrutturazione da parte della Serenissima ha impiegato 15 anni prima di essere terminata (1525 – 1540), e conserva la possenza di un monumento voluto da una grande Repubblica Marinara, con elementi di delicata eleganza. Rientriamo in centro per ammirare la Loggia veneziana, oggi sede del Comune, la chiesa di Ayios Tio, patrono dell’isola, con un interno magnifico e la facciata nel più puro stile veneto, alla fontana del Morosini, e ci spingiamo fino alla chiesa di Santa Caterina, cattedrale della città, dove scopriamo che ci sono, prospicienti la stessa piazza, altre due chiese.DSC01282.JPG

DSC01277
Ora c’è solo il tempo di rientrare per una doccia, andare a cena (sempre pesce!).

 
30 giugno – Oggi si cambia! Affittiamo una macchina (ancora rossa) e ci spostiamo verso ovest, a Rethymno. Lo consideriamo un punto di partenza per visitare l’estremità occidentale di un’isola lunga e stretta come appunto è Creta. Purtroppo l’albergo scelto ci delude un po’: è lontano dal centro, ha piscina e spiaggia private, ma della prima non so che farmene, mentre la spiaggia è poco attraente. Non solo, la nostra stanzetta porge sul retro, verso una strada di grandissimo traffico, molto rumorosa. Scopriremo poi che poche centinaia di metri più avanti comincia l’autostrada. Fa molto caldo, un caldo umido e appiccicoso, e nemmeno il mare aiuta, perché ha una temperatura mai sentita prima, tanto è elevata, e un aspetto stagnante, dovuto a frangiflutti posti al largo, che lo rendono ancor meno piacevole. Alla sera facciamo un giro nella città vecchia, che si riscatta con la sua bellezza caratteristica e i suoi negozietti, alcuni davvero originali e di qualità. Merita un approfondimento. Delizioso il vecchio porto, un angolino caratteristico con le casette dei pescatori tutte colorate che si riflettono nell’acqua.

DSC01307
1 luglio
Eccoci in luglio! Lo accogliamo andando a visitare la spiaggia di Elafonissi, una delle più famose di Creta. Ci vogliono circa due ore, di cui una abbondante sull’autostrada che corre in riva al mare, offrendo scorci meravigliosi, e la seconda tagliando la montagna. Proprio quest’ultima parte, pur lunga per la situazione della strada piena di tornanti, è bellissima: si entra nella Gola di Deliana, dove la roccia si apre in verticale e la si attraversa tutta, in mezzo a fioriture spontanee, pinete festanti di cicale e macchia mediterranea. Alla fine, quando si rivede il mare, si percorre l’ultimo tratto in mezzo a migliaia di ulivi. E finalmente Elafonissi. Non ci sono le parole. La spiaggia bianca, il mare turchese in ogni gradazione, l’acqua placida e fresca, nemmeno una barca. C’è molta gente, ma lo spazio è tanto e ci stiamo tutti. Troviamo un ombrellone e due lettini dove stare comodi, e ci godiamo questo paradiso che sembra portarci direttamente ai tropici. Rientriamo pieni di sale e di sole. Alla sera ceniamo in camera, sul terrazzino rumoroso, e ci ristoriamo con tanta verdura e frutta fresca … e un goloso bombolone.

DSC01334.JPG
2 luglio
Dedichiamo la mattinata alla visita di La Canea (per i veneziani del 1500), Xania (per i greci), Hania (per i turchi) la capitale morale dell’isola. E’ una città estesa, ma l’area interessante è quella antica, del porto e della zona immediatamente retrostante. Mi conquista subito, con i suoi vicoletti pieni di locali e negozi, ma anche tanti fiori che riempiono di colore e si affacciano da ogni angolo. L’area del porto, se da un lato rivela ormai la presenza di hotel senz’altro lussuosi, dall’altra mantiene la caratteristica di una corona di edifici affollati e attaccati uno all’altro, con facciate di diversi colori e tante finestre aperte alla luce. All’estremità c’è la fortezza, chiamata Firkas, oggi sede del museo navale, di fronte il faro veneziano, dall’altra parte la straordinaria Moschea dei Giannizzeri, Kioutsouk Hasan, la più antica di Creta. Oggi è sconsacrata e ospita mostre d’arte, ma all’interno si vede ancora chiaramente il mirhab.

DSC01352.JPGDSC01350.JPG
Arrampicarsi nel dedalo di stradine permette di scoprire sia l’influenza araba, riconoscibile dalle architetture geometriche e prive di ornamenti, sia quella, magnifica, veneziana, con porte e portali finemente modellati e ampie finestre incorniciate da modanature in pietra. Visitiamo anche l’interessante Sinagoga, Etz Hayyim, da poco ricostruita, e una bella chiesa ortodossa.
La mezza giornata è sufficiente per conoscere Xania, torniamo a Rethymno e terminiamo il pomeriggio placidamente in spiaggia. Peccato per il mare così caldo!
La sera, ottima cena da Lemonokipos, dove si mangia all’aperto sotto gli alberi di limone
3 luglio
Abbiamo dedicato l’intera giornata alla visita della laguna di Balos e della fortezza di Gramvoussa. Siamo andati fino al porto di Kissane dove, alle 10 e 40, ci siamo imbarcati non su una barchetta o un catamarano, ma una vera nave, che ha costeggiato tutta la penisola di Gramvoussa e ci ha scaricati, come prima tappa, nella laguna di Balos. La giornata è stata molto ventosa e il mare molto mosso, quindi i tempi di navigazione sono stati più lunghi rispetto alla regola, ma abbiamo fatto tutto. La laguna di Balos è, appunto, una piccola laguna di acqua salata che si raccoglie tra due spiagge bianche aperte, ma protette da una insenatura naturale. Il forte vento ha rinfrescato l’aria e reso possibile la permanenza e il passeggiare al sole per molte ore.

DSC01387.JPG
La seconda tappa è stata dedicata alla fortezza di Gramvoussa, una costruzione di probabile origine turca posta in cima a un costone di roccia, su una isoletta pietrosa del piccolo arcipelago. Forse qualcuno ha raggiunto la cima e la fortezza, forse. Io sono rimasta tranquillamente seduta a bagnarmi nell’acqua trasparente e scaldarmi al sole nella piccola, bellissima spiaggia sabbiosa.
Il percorso di ritorno è stato anche più ballerino che all’andata, un po’ emozionante e anche molto divertente.
A conti fatti, siamo stati in giro per 12 ore. Alla sera, pomodori freschi e olive Kalamata mangiati sul terrazzo, piacevolissimo.

DSC01446.JPG
4 luglio
Oggi è l’ultimo giorno a Rethymno, è il momento di visitare la città con un po’ di raziocinio. E’ una città universitaria, quindi con una parte nuova e anonima, ma la città vecchia è suggestiva e accogliente, con il dedalo di vicoletti che si incrociano uno nell’altro. Naturalmente è una città aperta ai turisti, e i negozi sono praticamente tutti dedicati a offrire souvenirs o prodotti locali. Come a Xania, la contaminazione tra architettura veneziana e araba è continua e senza regole: portali patrizi che si aprono su cortili meravigliosi, finestre grandi con terrazzi fioriti, o cubi di spessa pietra, freschi e razionali. Tra tutto questo, i monumenti più significativi sono la fontana Rimondi, con le teste di leone, la bellissima loggia, il museo archeologico con il magnifico portale e, a fianco, un arco decorato e, sulla grande piazza Andistasis, la moschea di Nerandzes, con il suo minareto altissimo.

DSC01455.JPG
DSC01458.JPGAcquistiamo delle olive Kalamata da portare in Italia, e per puro caso, ci troviamo in un negozio ricco di storia: una ragazza albanese che parla perfettamente l’italiano ci racconta che, durante la ristrutturazione, è emerso uno spazio occupato in passato da una chiesa veneziana e, prima ancora, da un magazzino che i turchi usavano per olio e vino.
Ci dirigiamo verso il mare per rivedere il delizioso porto, quindi proseguiamo per costeggiare l’imponente costruzione della fortezza veneziana, posta sopraelevata, a guardia della città, contro i pirati e gli invasori dal mare. La fortezza sembra emergere dalla roccia, ed è curioso trovare su un lato a metà altezza, una piccola cappella ortodossa completamente scavata in una grotta.

DSC01479.JPG
Nel pomeriggio, meritato riposo in spiaggia, a goderci la mareggiata, e a cena ancora sul terrazzo. Facciamo un’ultima passeggiata per riempirci gli occhi dell’ora del tramonto.
5 luglio
Eccoci arrivati all’ultima tappa del nostro viaggio. Siamo a Elounda, raggiunta dopo circa due ore e mezzo di auto in mezzo a piantagioni di ulivi, montagne di argilla e macchia mediterranea. Arriviamo dall’alto, con un panorama mozzafiato del doppio mare, diviso dalla sottile lingua di terra che caratterizza questo angolo. Elounda è tutta bianca, nuova, e si fatica un po’ a trovarne l’anima, ma è molto carina e vivace. Ha un grazioso porto turistico, una bella passeggiata in mezzo all’acqua, una bellissima spiaggia e tanti locali e negozi.DSC01480.JPG
Per oggi abbiamo girato abbastanza. Il nostro hotel, Elounda Krimi, è molto bello, e ci hanno riservato una stanza con una bellissima vista sul mare. La sera ceniamo molto bene alla Taverna Paradiso, con vista sull’acqua e silenzio totale.
6 luglio
Iniziamo la giornata con una bella colazione all’aperto. Andiamo poi al porto di Elounda per salire su una barca e visitare la fortezza di Spinalonga. C’è molto vento e il mare è un po’ agitato, ma la gita in barca è piacevole. La barca si chiama Margarita, ed è una piccola imbarcazione old style, tutta in legno. La fortezza si rivela una discreta delusione, non fosse altro per il prezzo di ingresso, esoso e inaspettato. Siamo ancora una volta dentro una costruzione fatta dai veneziani, poi occupata dai turchi, che presenta una particolarità recente, datata nel secolo scorso: fino al 1957 è stata zona di confino per i lebbrosi. La fortezza è possente, per quello che ne rimane e che è visitabile, e ci si chiede come e con che mezzi abbiano potuto realizzare una costruzione simile su un’isoletta come questa. La parte che ancora ricorda il soggiorno dei malati è piuttosto triste: piccolissime abitazioni, ormai semi distrutte, una piccola chiesa.
Rientriamo a Elounda e, con mio grande piacere, mi spalmo sulla bellissima spiaggia, davanti al mare incantevole (fresco, trasparente, calmo) e resto lì fino al tardo pomeriggio in pace e riposo assoluto.DSC01496.JPG
Alla sera decidiamo di cenare in albergo, ma non è una buona idea, sembra la cena di un villaggio turistico! Per fortuna la bella passeggiata fino al porto, costeggiando i laghi salati, ci riporta il buonumore

7 luglio
Se sul lato occidentale di Creta la spiaggia più nota e più bella è quella di Elafonissi, da questa parte si visita Vai: un angolo sabbioso preceduto da un fitto palmeto spontaneo, il più grande d’Europa. Si ha quasi l’illusione di essere ai tropici! Raggiungere Vai non è né breve né veloce: si percorre l’autostrada fino a Sitia, poi la strada incomincia a diventare più stretta, mentre il percorso aumenta il suo fascino: si entra letteralmente in mezzo ai monti, rigogliosi di vegetazione e, tra uno scorcio e l’altro verso l’azzurro, finalmente si ritorno al livello del mare, si incontrano le prime palme, ed eccoci!
Mare magnifico, perfetto per lunghe nuotate, sole bollente, brezza fresca e intensa, folla contenuta, una giornata perfetta, che suggelliamo con un’altra ottima cena alla deliziosa Taverna Paradiso.DSC01541.JPG

8 luglio
A parte il vento, ancora un po’ forte, la giornata è perfetta, e ce ne stiamo sulla spiaggia di Elounda godendoci il sole e tante nuotate. A metà pomeriggio ci prepariamo, vogliamo visitare Ayos Nicolaos, il centro più importante di questa zona. Purtroppo si rivela una delusione: completamente sparita ogni traccia di storia, oggi è infestato da costruzioni nuove, spesso molto alte, alberghi vistosi, negozi costosi con brutta merce, automobili e moto che sfrecciano ovunque, anche dove ci si aspetterebbe un po’ di tranquillità. Peccato, perchè paesaggisticamente è davvero bello e particolare, una specie di collinetta circondata per tre quarti dall’acqua, acqua che si insinua a formare un laghetto proprio al centro della cittadina.
Ceniamo molto bene al ristorante Pelagos, in un bel giardino riparato e sotto l’ombrello naturale di un’enorme bouganvillea.
Al ritorno verso Elounda, il mare scintilla sotto la luna piena.

DSC01619.JPG
9 luglio
Siamo agli sgoccioli della vacanza, e il desiderio più forte è quello di godersi le ultime ore sulla bella spiaggia di Elounda. Ma c’è ancora qualcosa che dobbiamo vedere, l’antica città sommersa di Olous. Si trova proprio al di là del breve istmo di terra che collega Elounda con la brulla montagna di fronte. Tutto valorizza la visita: la passeggiata in riva al mare, i vecchi mulini in parte ristrutturati, i resti delle mura della città immersi nell’acqua, una piccola chiesetta ortodossa, e il bel mosaico con i delfini conservato all’interno di una basilica paleocristiana. Tutto questo in un contesto tranquillo e silenzioso, davanti al mare, circondato da pini marittimi e ulivi, dove le cicale non smettono di cantare. Scopriamo un piccolo ristorante sull’acqua, Kanali, e prenotiamo un tavolo per la sera.

DSC01654.JPG

DSC01644.JPG

 

 

 

 

 

La giornata trascorre in spiaggia, o meglio, in acqua. La serata, un po’ ventosa, è però ricca di soddisfazione: Kanali è un’eccellente scelta, il menu a base di pesce è ottimo, e il servizio è essenziale, ma perfetto. Non potevamo essere più fortunati durante la nostra ultima serata a Elounda.
Rientrando in albergo, la luna piena ci illumina la strada.

DSC01674.JPG
10 luglio
Oggi incomincia il viaggio di ritorno. Salutiamo l’hotel Elounda Krini, che ci stupisce con un piccolo omaggio di prodotti greci. Ci siamo organizzati e passiamo la mattina in spiaggia, ma nel primo pomeriggio ci mettiamo in marcia verso Iraklion. Salutiamo la nostra fida macchinina rossa, ci facciamo una doccia e torniamo a mangiare un’ottima cena greca in riva al mare, davanti a un tramonto che più bello non potrebbe essere.

tramonto
11 luglio
Ready, steady, go!

aereo1.jpg

aereo2.jpg

aereo3.jpg

aereo4

(25 giugno – 11 luglio 2017)

 

København

COPENHAGEN
5 settembre 2011 – Atterriamo puntuali da Linate all’aeroporto Kastrup, poi con un comodo treno arriviamo in città. L’albergo, Scandic Palace Hotel, è sulla piazza del Comune, Radhuspladsen, ma soprattutto è astutamente vicino alla stazione, e all’estremità delle strade che portano in centro, Così possiamo liberarci presto delle valigie e iniziate l’esplorazione di Copenhagen. L’hotel è molto lussuoso e panoramico, possiamo così dare IMG_2323una prima occhiata ai tetti della città. Inoltre, in perfetto stile scandinavo, la stanza ci accoglie con un bel cestino per i rifiuti impostato per ricevere la raccolta differenziata.
Di fronte all’hotel sorgono i giardini Tivoli, all’interno dei quali c’è un grande luna park (che non ci interessa). Più interessanti le statue sulla piazza, con i suonatori di corno dall’aspetto decisamente vichingo, la fontana del drago, la statua di Hans Christian Andersen e soprattutto un curioso termometro sormontato da due immagini femminili, una con l’ombrello, l’altra in bicicletta. A seconda delle previsioni del tempo, le due “signore” si affacciano o si ritirano. Anche Copenhagen è una città dove, nonostante le temperature e l’umidità, le biciclette sono diffusissime.

IMG_2340IMG_2345
Imbocchiamo subito lo Strᴓget, la strada pedonale più famosa di Copenhagen, sia per lo shopping che per incrociare e unire i punti più belli. In realtà la definizione di Strᴓget riguarda tutto il lungo percorso di quasi due chilometri, diviso in tratti con denominazioni precise. Iniziamo da Frederiksberggade, primo tratto ricco di negozi curiosi. Tra tutti, vale la pena di ricordare Lego, per le sue costruzioni davvero geniali, e le Sorelle Grene per i deliziosi accessori per la casa. La sede dei magazzini H&M è un esempio interessante di art nouveau danese.

IMG_2356

IMG_2350Raggiungiamo Gammeltorv, la piazza vecchia, caratterizzata dalla Fontana della Carità, ma per me più interessante per il razionale palazzo progettato dal famoso architetto Arne Jacobsen; immediatamente adiacente c’è Nytorv, ovvero la piazza nuova. Tutta la passeggiata è comunque resa interessante dagli edifici storici e patrizi che si affacciano sul percorso, tutti accomunati dallo stile razionale e nordico.
La passeggiata, purtroppo disturbata dal tempo un po’ piovoso, prosegue fino ad Amagertorv, decorata da un’altra bellissima fontana con tre maestose cicogne in bronzo. In realtà pare siano aironi, ma i danesi amano molto le cicogne e quindi preferiscono credere che siano loro gli uccelli rappresentati. IMG_2365La piazza è splendida, un ampio slargo circondato da palazzi del 1600 e del 1700, tra i quali si distingue la sede delle porcellane Royal Copenhagen. E’ doveroso fare un acquisto.

L’ultimo tratto prima di raggiungere la zona del porto è denominato Ostergade. Qui sorge la chiesa sconsacrata dedicata a San Nicola: ha origini antichissime, medievali, ma un incendio l’ha praticamente distrutta del tutto ed è stata ricostruita in più riprese.

IMG_2361

 

Oggi è sede di eventi ed esposizioni. E’ in questo tratto che incontriamo una pattuglia di guardie reali, con il caratteristico colbacco, reduci dal quotidiano cambio della guardia.
Siamo finalmente a Nyhavn, la vivace e colorata zona del porto, con un continuo via vai di barche e le allegre facciate delle case che si specchiano nell’acqua. Ci regaliamo subito uno spuntino a base di smorrenbrod, il tipico pane integrale danese.

IMG_2381
Riprendiamo il percorso e incontriamo Amalienborg, residenza reale: si tratta di quattro armoniose costruzioni del 1700 che si affacciano su una enorme piazza ottagonale. L’insieme è davvero molto elegante e ci fermiamo un po’ ad ammirarlo. IMG_2400Attraverso i giardini reali raggiungiamo il mare, il tipico mare nordico placido come un lago. E proseguiamo la passeggiata fino a incontrare la famosa Sirenetta. Questo personaggio, che da lontano sembra essere il simbolo della città, in realtà si rivela una piccola statua abbastanza insignificante sistemata su uno scoglio, in un angolo un po’ estremo della città.

IMG_2412
Il percorso stesso ci conduce al Kastellet, ovvero quanto resta di un’area fortificata messa, nel lontano 1600, a difesa della città, dal mare. Oggi l’area mantiene la sua forma pentagonale, e si cammina sui prati, in mezzo al verde, respirando l’aria placida del mare vicino, che alle volte si insinua tra la vegetazione. All’interno, alcuni edifici originali e l’ultimo mulino a vento di Copenhagen.IMG_2420
Appena lasciato il Kastellet, e rientrando verso il centro della città, si attraversa il quartiere Nyboder, eretto nel XVII secolo nel piano di espansione della città, e voluto dal re Cristiano IV per il personale della Marina. Le case sono molto particolari, evidentemente mantengono le caratteristiche originali, e si alternano a spaziosi capannoni. Tutto il quartiere è nello stesso tempo vivo, ma molto tranquillo, con biciclette disinvoltamente in attesa del proprietario, piante e rami fioriti che si arrampicano sulle facciate, ampie finestre spalancate alla luce.

IMG_2431
Accompagnati dal verde diffuso raggiungiamo l’ampia area di Rosenborg Slot. E’ un austero castello in stile rinascimentale olandese, costruito nella prima metà del 1600, e poi ampliato e rimaneggiato, circondato da un parco lussureggiante. Custodisce i gioielli della corona; noi decidiamo di non visitare l’interno, ma di approfittare dello spazio esterno, con i giardini e lo storico fossato.IMG_2436
Poco lontano ci aspetta la Rundetaarn, uno dei simboli della città. Anch’essa nata nel XVII secolo per volere del re Cristiano IV, presenta tutt’ora la bellissima rampa elicoidale con il pavimento in mattoni, grazie alla quale raggiungiamo la cima della torre. Il panorama è aperto su tutta la città, sebbene l’altezza non sia così elevata. I tetti rossi si alternano alle cupole in rame, ormai verde per l’ossidazione, oltre a qualche costruzione più moderna e squadrata. Copenhagen non è, da qui, una città suggestiva.

IMG_2451
Praticamente proseguo della Rundetaarn è la Trinitatis Kirke, con una accogliente facciata in mattoni rossi e un interno gotico, molto solenne, dove le navate sono scandite da bianche colonne e le numerose finestre assicurano una bella luce diffusa. Sull’altare barocco una statua del Cristo guarda i fedeli da una nicchia, dietro una bellissima cancellata in ferro battuto. Nella facciata di fronte, un imponente organo barocco, e al soffitto splendidi lampadari del XVIII secolo.
Ci allunghiamo fino al sobrio ma imponente palazzo di Charlottensborg e diamo una prima occhiata all’area dei musei, in attesa di visitarla meglio domani. E’ ora di cena e scegliamo un ristorante con cucina rigorosamente danese. Prima di rientrare in albergo ci fermiamo a salutare Hans Christian Andersen, comodamente seduto in piazza.

6 settembre 2011 – Dopo un’ottima colazione, attraversiamo il canale e ci avviamo verso Slotsholmen, l’isola dove sorgono i principali musei e alcuni dei palazzi più belli della città. Gli ampi spazi aperti contribuiscono a mitigare l’aspetto maestoso e un po’ severo di queste costruzioni, peraltro tutte di forte equilibrio architettonico e spesso ingentilite da cupole e torrette molto graziose. Alcuni palazzi ricordano lo stile olandese, e tra tutti il più interessante e curioso è quello della Borsa (Borsen), uno dei più antichi e pregevoli della IMG_2501città. Ha una riconoscibile torretta a spirale che lo rende anche molto simpatico, e diventa un riferimento per orientarsi in città. Incontriamo anche vecchie case in mattoni e legno, sicuramente meno preziose, ma altrettanto interessanti. In quest’area sorge il castello di Christiansborg, riferimento molto significativo in quanto sorge dove, nel 1167, venne eretta la fortezza che ha rappresentato il nucleo fondativo di Copenhagen.
Tutta l’area è davvero bella ed elegante, e ammirandola piano piano ci portiamo ancora una volta a Nyhavn, per fare in barca un giro delle isole e del porto.
La prospettiva dall’acqua è sempre coinvolgente, e abbiamo la fortuna di avere una giovane guida italiana, che ci spiega tutto senza, da parte nostra, la fatica della traduzione. Lasciamo il canale in mezzo alle imbarcazioni a vela, mentre da terra ci guardano i colorati palazzi, alti e stretti, che si specchiano nell’acqua. Rivediamo Slotsholmen da una prospettiva diversa, mentre sulla riva si alternano abitazioni tradizionali e altre molto moderne, costruzioni avveniristiche, magazzini. IMG_2538Fronteggiamo Christiania, l’area colonizzata nel 1971 da un gruppo hippy, che per molto tempo ha mantenuto il suo valore sociale e oggi si avvia a una pacifica integrazione, osserviamo le costruzioni e gli strumenti indispensabili all’interno di un porto, costeggiamo Amalienborg, davvero regale da questa prospettiva, ci allontaniamo verso il mare aperto per rivedere la Sirenetta, mettiamo a fuoco la posizione dl famoso ristorante Noma, il migliore del mondo, e ci godiamo il panorama di una città totalmente protesa sull’acqua. Se i palazzi nuovi sono rigorosi parallelepipedi in vetro e cemento, quelli antichi non finiscono di farsi ammirare per le loro proporzioni, alti e stretti, le forme tondeggianti dei tetti, le facciate in mattoni o in sgargianti colori pastello. Il giro si completa con un tour nei canali del centro, per un’ulteriore immagine della città.

IMG_2614
E’ la settimana del design, quindi decidiamo di visitare una mostra dedicata alle nuove idee danesi. “Can design save the world? No, but it can help”, così si presenta l’esposizione di oggetti e arredi di chiaro spirito scandinavo, pulito e lineare.
Rientriamo verso l’hotel e scegliamo, per cena, il Brewpub, una fabbrica di birra, tranquilla e deliziosa. Ci resta il tempo per un ultima occhiata a Radhuspladsen, dove è iniziato, e ora finisce, il nostro breve, intenso viaggio a Copenhagen.

(5 – 6 settembre 2011)

Paradiso Seychelles

IMG_0851

All’Equatore, proprio in mezzo al mondo, dove il giorno e la notte hanno sempre, esattamente la stessa durata. Qui, la vegetazione lussureggiante corre fin quasi al mare, accarezza la sabbia bianca delle spiagge, quasi si tuffa nell’acqua trasparente e calda. Qui il tempo perde la sua dimensione, o forse quella che noi gli diamo, e sembra voler imporre ritmi diversi, indifferenti alle esigenze degli umani. Qui ho vissuto una sensazione di pienezza e di equilibrio con l’Universo che non ricordo di aver provato in altri posti del mondo.
Insomma il Paradiso.
27 aprile 2015  – Siamo pronti alle 10 del mattino e ci mettiamo in marcia per fare tutto con calma. Infatti arriviamo comodi comodi a Malpensa dove, ignari che sull’aereo ci rimpinzeranno, facciamo uno spuntino nel corner di Davide Oldani. L’aeroporto è molto più accogliente, ordinato e “nuovo” rispetto a quanto ricordassi, probabilmente per merito dell’Expo, che aprirà dopo pochi giorni.
2015-04-27 12.26.28Voliamo con Air Emirates, una garanzia di puntualità e comodità, per quanto possibile in classe economica. Abbiamo ampia scelta di film, filmetti e fiction, ma soprattutto abbiamo la telecamera esterna che ci permette di vedere quello che vede il pilota, è che è molto divertente al decollo e all’atterraggio. 2015-05-05 22.03.25
Ci servono un discreto pasto e abbondanti liquidi reidratanti.
La prima tappa, lo scalo è Dubai. Sorvoliamo in parte la città, prima dell’atterraggio, ma dalla nostra posizione non si vede nulla delle più note opere architettoniche, quindi né l’hotel vela né l’arcipelago artificiale. L’aeroporto di Dubai è una specie di enorme lombrico lungo e stretto in mezzo al deserto, e questa conformazione fa sì che in pochi passi si arrivi nell’area centrale, il non-luogo fatto di negozi, corner, spazi di ristoro comuni a tutti gli aeroporti, dove si può trovare tutto quello che in genere non serve. 2015-05-05 13.11.49Abbiamo ben quattro ore di attesa, quattro ore che ci porteranno anche al giorno successivo, visto che è quasi mezzanotte.
2015-05-05 13.22.38

 

 

Ci prendiamo una macedonia francese Chez Paul, e approfittiamo delle numerose chaise long a disposizione, cercando abbastanza inutilmente di dormire un po’. Siamo nella penisola arabica e il pubblico è adeguato: almeno la metà degli uomini è vestito come Lawrence d’Arabia, e la stessa percentuale di donne è totalmente velata. Hanno vesti nere e severe che le coprono da capo a piedi, con una sottile fessura per gli occhi, se non addirittura una reticella. L’età si indovina dal modo di muoversi, leggero e veloce nelle più giovani, più incerto nelle più anziane. Sotto questo “abito” si indovinano spesso scarpe grintose dal tacco alto, e borse preziose e griffatissime. Nonostante queste donne si nascondano così meticolosamente, nei bagni dell’aeroporto di Dubai ogni lavabo è dotato dello specchio ingranditore per rifarsi il trucco con precisione.2015-04-27 22.17.41
Siamo ormai arrivati al 28 aprile, alle 2 di notte ripartiamo per l’isola di Mahè. In aereo ci offrono una colazione molto british, omelette con piccole salsicce e funghi, e nonostante l’ora notturna, io mangio anche quelle. Finalmente il cielo comincia a schiarire, e un’alba di fuoco si accende a levante.
La pista dell’aeroporto di Victoria inizia (o finisce) esattamente sulla riva del mare, ed è bellissimo sfiorare l’acqua con le grandi ali di acciaio del nostro Boeing 777, prima di atterrare dolcemente sull’isola principale dell’arcipelago delle Seychelles.

IMG_0582Ci accoglie un paesaggio già molto definito, una vegetazione lussureggiante fatta di palme giganti e alberi takamaka che erompono dalle rocce brune e levigate. Ma il nostro viaggio non è finito, c’è ancora un breve volo fino a Praslin che faremo, con una decina di altre persone, su un piccolo aereo a elica: l’ebbrezza di un volo di uccello.IMG_0588
Arriviamo a Praslin di prima mattina, abbastanza provati da circa 20 ore di viaggio e di tempo trascorso in spazi chiusi e condizionati. Un pulmino ci porta velocemente all’hotel, sulla Cote d’Or, e immediatamente capiamo di aver fatto la scelta giusta. Davanti a noi la spiaggia è lunghissima, bianca di sabbia corallina, praticamente deserta, bagnata dal mare turchese, trasparente. Le palme ombreggiano tutto lo spazio, insieme a rigogliose piante di ibiscus dai fiori colorati gialli e rossi. La camera è un buffo bungalow rotondo piuttosto spazioso. L’umidità tropicale è percepibile, ma non opprime.2015-04-30 09.57.08
Il primo pranzo in hotel è ricco e un po’ troppo italiano … non vediamo l’ora di stenderci sulla spiaggia, rosolarci al sole e tuffarci nel mare trasparente e, come scopriremo, caldissimo. La lunga spiaggia invita alla scoperta, e facciamo una passeggiata per percorrerla (quasi) tutta.
29 aprile – Con un taxi raggiungiamo Anse Lazio, una delle spiagge più famose di Praslin, non solo per la sua bellezza: qui, nel 2011, un turista inglese perse la vita azzannato da uno squalo.
Una caratteristica delle Seychelles consiste nel fatto che non tutte le spiagge sono protette dalla barriera corallina. Se lo è la spiaggia di Cote d’Or, che infatti presenta un mare molto tranquillo, con modesta variazione data dalle maree, diversa è Anse Lazio, che si apre direttamente sull’oceano. Qui le onde sono potenti, dopo pochi metri il mare è profondo, si percepisce la forza dell’acqua e delle correnti. Riusciamo comunque a fare un tuffo, ma molto bello è ispezionare il posto nel suo aspetto naturale, rigoglioso. La fresca spiaggia bianca si alterna con le rocce a panettone morbidamente levigate dal vento e dall’acqua. Un piccolo e placido lago appena rientrato riflette come uno specchio la vegetazione lussureggiante. Percorriamo un tratto di un sentiero non difficile, che si arrampica verso l’interno, ma lo abbandoniamo perché, purtroppo, non ci siamo documentati e non sappiamo né quanto sia lungo né dove arrivi. Del resto, il desiderio di godere pienamente del posto, dove il mare quasi lambisce le foglie degli alberi takamaka, è sufficiente ad accontentarci. Pranziamo al ristorante Le Chevalier, che propone squisita cucina creola, e visitiamo l’Honesty Bar, dove non c’è nessun controllo, semplicemente si paga la consumazione lasciando il denaro in una scatola apposta.

2015-04-29 11.29.09

2015-04-29 13.32.14

 

 

 

 

 

 

 

Al pomeriggio rientriamo: qui la marea è forte e nelle ore pomeridiane l’acqua copre quasi tutta la spiaggia. Dall’albergo andiamo, a piedi, in paese, per un giretto perlustrativo e acquistare dell’acqua delle sorgenti locali.

30 aprile – L’ho detto che il posto è stupendo? Infatti oggi non ci spostiamo: sole, mare, contemplazione della bellezza intorno, facciamo solo un giro in canoa per ispezionare le spiaggette vicine accessibili solo dall’acqua.
1 maggio – Oggi, mentre pensiamo (poco) all’apertura di Expo, restiamo ancora sulla spiaggia dell’albergo a causa di una piccola indisposizione. Il mare, però, è talmente bello e invitante, con tutta la tavolozza degli azzurri e dei verdi, che sappiamo di non perdere proprio nulla. Non ci sono pesci tropicali, ma numerose razze, e capita di vederle nuotare sfiorando il fondo.

2015-04-29 18.00.50
Alla sera ci sintonizziamo sulle notizie italiane e scopriamo che alcune strade di Milano sono state invase dai Black Block. Per contestare l’apertura di Expo hanno sfasciato vetrine, bruciato automobili, sporcato e danneggiato in giro. Per il tempo delle notizie, siamo costretti a tornare a casa. Mentre qui la natura dominante ci mette al posto, e nella dimensione giusta, siamo costretti a ricordare gli sforzi immani che si fanno per fare, e per disfare, qualcosa che comunque non durerà.
2 maggio – Con Marta e Fabio affittiamo una piccola auto e facciamo il giro dell’isola. Fabio se la cava brillantemente nella guida a sinistra e, gentilmente, ci trasporta tutto il giorno. La prima tappa è la riserva naturale della Vallée de Mai, dove cresce il Coco de Mer, una palma gigantesca esclusiva delle isole di Praslin e Curieuse. I suoi frutti, dalla caratteristica e insolita forma di un ventre femminile, possono arrivare a un diametro di 50 cm. e pesare circa 20 chili. Il seme interno è il più grande del regno vegetale. Proprio queste dimensioni e soprattutto il peso spiegano come mai questa noce di cocco sia presente solo qui: non galleggia e non può quindi diffondersi via mare.IMG_0772
La visita della foresta, dal 1982 patrimonio dell’Umanità con la protezione dell’Unesco, è sconcertante ed emozionante insieme: ci si sente delle formichine a passeggiare sotto foglie larghe diversi metri, così fitte da rendere tutto in ombra, avvolti in una umidità surreale, morbida, ovattata. La visita è molto agevole, i percorsi sono ben indicati e molto comodi, e ci meravigliamo di non vedere né animali né insetti, nonostante la dovizia di vegetazione e la segnalata presenza del pappagallo nero, anch’esso endemico.
Terminata la visita al parco, riprendiamo l’auto e ci spostiamo a nord dell’isola, per visitare un’altra spiaggia molto famosa: Anse Georgette. Si raggiunge attraverso gli spazi, anzi, IMG_0775attraverso i campi da golf del resort Lemuria, una struttura molto lussuosa e molto grande, tanto che la passeggiata verso la spiaggia si rivela abbastanza sfiancante, vuoi per la distanza che per i continui dislivelli. Il tempo è un po’ instabile e ci tocca anche un po’ di pioggia, ma ci consoliamo con una golosa e ricca macedonia di frutta tropicale gustata sulla meravigliosa spiaggia bianca. Anse Georgette è bellissima,uno spicchio bianco sull’oceano circondata dalle rocce laviche e dalle foglie rigogliose dei takamaka.

IMG_0788Dopo la sosta e il bagno, completiamo il tour dell’isola, prima con un percorso verso sud e la zona del porto, infine con una sosta e un bel bagno nelle acque cristalline e tra le onde oceaniche di Anse Lazio. Qui un simpatico ragazzo rasta ci racconta un po’ della vita in un paese equatoriale, dove non ci sono stagioni e si va in spiaggia tutto l’anno, ma ci dice anche degli attacchi mortali di squali, abbastanza frequenti (e non eccezionali, come vogliono farci credere) su questa spiaggia. Sono le femmine di squalo, gravide, che nuotano vicino a riva per avere un rifugio sicuro, affamate e aggressive (they are hungry and they are angry) data la loro condizione. Lo squalo non mangia la carne umana, si limita a mordere, ma le ferite dei denti sono così profonde che spesso incidono vasi sanguigni importanti, causando in poco tempo la morte della vittima.
Per fortuna anche nell’acqua relativamente bassa il bagno è molto piacevole, e sicuro!

IMG_0804
3 maggio – Con una piccola barca, oggi andiamo a La Digue, la piccola isola proprio di fronte alla nostra spiaggia, dove non ci sono automobili, ma si gira solo in bicicletta. La corsa in barca è veloce, e appena arrivati troviamo subito dove noleggiare le bici. Ci dirigiamo subito verso la spiaggia più caratteristica, Anse Sourse d’Argent, ma il percorso per raggiungerla è già bellissimo e pieno di sorprese. C’è un gigantesco monolite, ai piedi del quale sono insediate numerose tartarughe, solenni e maestose nella loro placida indifferenza. IMG_0831Percorriamo vialetti sinuosi in mezzo alla vegetazione e alle palme, dove si affacciamo villette dall’aria un po’ retro, ben inserite nell’ambiente. Costeggiamo una piantagione di piante di vaniglia e finalmente arriviamo alla spiaggia, un altro, meraviglioso angolo di paradiso. I piedi affondano nella sabbia candida e fresca, le acque del mare, qui protette dalla barriera, sono tiepide e appena increspate. I colori del mare raccolgono tutte le tonalità del verde e dell’azzurro, mentre sulla spiaggia i monoliti in granito si alternano con le palme e la vegetazione lussureggiante. Non ci facciamo mancare un assaggio di frutta prima di spostarci verso Grande Anse, la spiaggia battuta dalle onde tumultuose dell’oceano. Il percorso, da pianeggiante, si fa un po’ più faticoso, si alternano salite, qualche volta ripide, e discese, ma siamo ricompensati ancora una volta dalla bellezza della natura davanti a noi. Il tempo non è stabile, e in lontananza sul mare si indovinano temporali e acquazzoni. Quando decidiamo di rimetterci in bicicletta per tornare verso il porto, la pioggia ci raggiunge: una doccia decisa, ma tiepida e quasi piacevole, che ci bagna completamente e ci accompagna per tutta la strada del ritorno. Quando la pioggia cessa, dopo pochi minuti siamo incredibilmente già asciutti. Facciamo ancora una passeggiata nella zona più centrale di La Digue, quella immediatamente vicino al porto, in attesa della barca che ci riporterà alla nostra spiaggia, Cote d’Or. In cielo, i pipistrelli della frutta volano instancabili da un albero all’altro.

IMG_0900Per cena ci attende una sorpresa: è stato apparecchiato in spiaggia e mangiamo proprio in riva al mare, tra chiacchiere e relax.

 

4 maggio – L’ultimo giorno di vacanza non può che trascorrere sulla “nostra” splendida spiaggia, in pieno godimento della natura perfetta che ci circonda, del mare tiepido e calmo. Troviamo il tempo per un ultimo giro nelle piccole boutique del paese, dove compriamo qualche regalo e soprattutto qualche ricordo che ci riporti tangibilmente a questo paradiso. Anche oggi pranziamo e ceniamo in spiaggia, con la sensazione di essere tutt’uno con la perfezione millimetrica dell’universo. Domattina partiremo prestissimo, lasceremo l’albergo con il buio e al buio inizieremo il viaggio di ritorno con il breve volo verso Mahè. Ma le sorprese non sono finite: grazie alla luna piena, il mare brilla sotto di noi e la luce ci premette di indovinare l’itinerario.

2015-05-04 21.52.32

2015-05-05 05.42.18 (2)

 

 

 

 

Appena atterrati, si apre l’alba, e i raggi di sole arancioni squarciano il blu della notte, con una tavolozza incantevole. Facciamo ancora tappa a Dubai, ma l’aereo che ci riporterà a Milano è un Airbus A380, dotato
di tail camera, grazie alla quale ci sembra di volare seduti sulla coda. …

Una vacanza perfetta, con qualche raccomandazione: gli squali ci sono, e azzannano, quindi meglio fare il bagno dove l’acqua è bassa, o dove ci sono le reti di protezione. Evitare i tuffi nell’oceano, là dove non è protetto dalla barriera corallina: la forza delle onde è inimmaginabile. Infine, sulle spiagge ci sono i sandflies, che pizzicano molto, ma basta spalmarsi bene con l’olio di cocco, che si trova ovunque.

(27 aprile – 4 maggio 2015)

Cuba

Cuba_map Cuba, un’isola lontana, apparentemente senza altra storia che quella della sua rivoluzione, oppure della sua musica trascinante. Mentre prepariamo il viaggio, mi accorgo che di questa terra ho assimilato solo pochissimi aspetti, molto superficiali. Insomma, non ne so quasi niente. Andiamo.

24 marzo 2014  – Partiamo alla mattina molto presto, a Milano il tempo è sereno ma freddino, il primo breve volo ci porta a Parigi e lì abbiamo giusto il tempo di trovare l’imbarco per il Boeing 777 che ci porterà a Cuba. Il volo parte puntualmente, ma impiega oltre 10 ore per arrivare. Quando atterriamo a La Habana (questa è l’esatta denominazione in castigliano antico) è l’ora del tramonto, e dopo aver sbrigato tutti i passaggi per l’ingresso nel’isola, ormai è buio. Una macchina ci raccoglie all’aeroporto e ci porta all’Hotel Panorama, un palazzone abbastanza anonimo con il solo pregio di essere sul mare, il Mar dei Caraibi. Durante il percorso, ecco la prima sorpresa, inaspettata: le strade sono buie, non esiste l’illuminazione pubblica. Le uniche luci vengono dalle finestre delle case, piccole costruzioni apparentemente costituite da un’unica stanza, un solo piano, un piccolo spazio davanti, aperto, e il vezzo di belle inferriate in ferro battuto alle finestre. In giro, pochissime automobili, e alcune sono proprio i classici modelli degli anni ’50, così affascinanti, ma realmente vecchi.IMG_7714
IMG_772125 marzo – Lasciamo La Habana, che visiteremo alla fine del tour, e ci dirigiamo verso la Peninsula de Zapata. La strada è molto scorrevole, le automobili sono rarissime, passa qualche camion, in alternativa ci sono carretti trainati dagli asini o dai cavalli, del tutto indifferenti al passaggio del nostro grande pullman, che cambia spesso di corsia per evitare le numerose buche del fondo strada. Guardandosi intorno, si leggono scritte inneggianti alla Rivoluzione. IMG_7747Numerose le persone che fanno l’autostop, e la nostra guida, Carlos, ci spiega che è molto diffuso e regolamentato a Cuba, per garantire la sicurezza di chi viaggia. Intorno a noi ci sono prati verdi con una ricca vegetazione tropicale, in alcuni punti davvero fitta. In cielo volteggiano grandi avvoltoi, che hanno da quaggiù un aspetto molto leggero ed elegante. IMG_7899Numerose le mucche che pascolano libere, ma nonostante l’abbondanza di vegetazione, alcune sono davvero magrissime. Per la prima volta nella mia vita, credo, vedo contadini arare i campi spingendo due buoi che trascinano un aratro tradizionale. Per noi l’aratro di legno è ormai solo un elemento di decoro nelle case di campagna.IMG_7739 Durante il percorso Carlos ci racconta un po’ di Cuba, delle sue eccellenze, scuola e sanità, e non insiste sui difetti, come la diffusa povertà, la mancanza di quanto non sia essenziale, come capiremo da soli durante il viaggio. La prima tappa oggi è nel Gran Parco Natural de Montemar, dove sono allevati i coccodrilli, e possiamo vederne di tutte le età, dalla dimensione e di una grossa lucertola, al formato “due metri”, dall’apparenza pacifica e sorniona ma, ci dicono, durante la caccia, velocissimi e astuti. L’unico modo per sfuggire, in caso di attacco, è quello di correre a zig zag o in tondo, in quanto non sono capaci di seguire queste traiettorie. Inutile, invece, rifugiarsi su un albero: la pazienza del coccodrillo è molto superiore a qualunque possibilità di resistenza umana. IMG_7787Con una lancia raggiungiamo un’isola nella Laguna del Tesoro, dove è stato ricostruito un villaggio taìnos, e dove sorgono statue scolpite dalla scultrice cubana, Rosa Longa, che riproducono momenti di vita primitiva. In un piccolo locale aperto ci viene offerto il primo cocktail a base di rum, il Sauco, con latte di cocco e servito all’interno di una vera, e pesantissima, noce di cocco. La gita sull’acqua continua divertente e interessante, vediamo da vicino le mangrovie e alcuni enormi nidi di termiti appesi agli alberi. IMG_7808 Al ritorno sulla terraferma, durante il pranzo, ci vene proposta la carne di coccodrillo: è tenerissima, ma ha un retrogusto dolciastro che non mi convince del tutto. Siamo vicini alla famosa Baia dei Porci, dove si è sviluppata la crisi con gli Stati Uniti, le cui conseguenze ancora affliggono l’economia di quest’isola che comincio a trovare meravigliosa, accogliente, a cui comincio ad affezionarmi. Il nome della baia deriva dall’intenso allevamento di maiali che un tempo si conduceva in questa zona. Proseguiamo per Cienfuegos, la città che prende il nome da Camilo Cienfuegos, il governatore che ne promosse la ricostruzione dopo un uragano. Il tempo è pienamente estivo: ci fermiamo per percorrere una larga strada piena di negozi, Punta Gorda, qualche centro commerciale, molte proposte per i turisti, e tanta gente che la percorre. C’è anche un parrucchiere, per uomini e donne: un’enorme stanza con il perimetro allestito di semplici sedie e specchi. Le case sono molto eleganti e ben conservate, in elegante stile coloniale: sono basse, colorate di tonalità pastello delicate e allegre, con ampi terrazzi sul tetto, segno inequivocabile del clima mite di quest’isola. L’impatto con questo centro è positivo, ci raccogliamo sulla piazza principale, Parque Martì, dedicata all’amato eroe cubano José Martì, uno dei primi personaggi a combattere per l’indipendenza di Cuba. IMG_7861IMG_7866L’edificio forse più bello è il

 

 

 

 

 

Teatro Tomas Terry, costruito nel XIX secolo, dalla cui entrata si intravede un elegante interno. Sulla piazza si affaccia anche la Cattedrale intitolata alla Purissima Concezione, dalla facciata bianca, neoclassica, e due luminose cupole rosse. Infine, di fronte, il Palacio Ferrer, curiosa costruzione voluta dal proprietario di una piantagione di canna da zucchero. Sul tetto di un palazzo d’angolo, l’immagine di Che Guevara e una scritta che inneggia alla rivoluzione sembra sottolineare il fatto che qui non esiste la pubblicità, almeno dal punto di vista delle affissioni nelle strade. L’impatto con i problemi dell’isola avviene proprio mentre ci guardiamo intorno e godiamo della fastosa bellezza di questa città: in molti ci avvicinano, ci chiedono se possiamo regalare penne o saponette. Abbiamo la consapevolezza che qui non manca nulla, ma non c’è nemmeno niente di più del minimo indispensabile. Lasciamo Cienfuegos e ci allontaniamo dalla costa per percorrere la parte centrale, collinare, dove vediamo molte coltivazione di mango, oltre al proliferare di un arbusto dall’aspetto invasivo, del quale Carlos ci spiega l’utilizzo come combustibile. Ritorniamo verso il mare, lo costeggiamo e cominciamo a vedere le mitiche spiagge di sabbia bianca, corallina: stasera arriviamo a Trinidad del Mar. IMG_7894Veniamo alloggiati in un villaggio che, in prima battuta, ci lascia molto delusi, in quanto sarebbe stato molto meglio poter dormire a Trinidad. La città festeggia i 500 anni dalla fondazione, e lo fa con una grande festa musicale che frequenteremo in modo molto limitato.IMG_7921 26 marzo – Eccoci pronti la mattina per visitare Trinidad. Arriviamo in questa piccola, sorprendente città, divenuta patrimonio dell’Unesco affinchè non vada perduta la sua antica storia. Come ovunque a Cuba, si alternano zone ripristinate, ristrutturate, più ordinate, con altre dove il degrado e l’incuria sembrano sovrani. Diventa difficile dare a questi posti una valutazione di bello-non bello, nuovo-non nuovo, secondo i nostri consueti parametri. Intanto cominciamo la giornata con la visita a un laboratorio di ceramica. Avendone già visto moltissimi, in altre occasioni, non mi sento particolarmente interessata, ne approfitto per dondolarmi su una delle numerose sedie a dondolo che si trovano vicino all’entrata, e che sono un’altra caratteristica di questo Paese. All’uscita, un gruppo di donne ci propone l’acquisto di collane artigianali, fatte con semi diversi, diversamente accostati. Sono davvero belle, mi dispiacerà poi non averne acquistate di più. IMG_7910 Ci spostiamo verso le vie centrali di Trinidad, dove le aree recuperate sono più numerose. Le strade non sono asfaltate, ma mantengono caratteristici ciottoli, e molte abitazioni riflettono un passato di lusso e benessere, sia quelle recuperate e tinteggiate con i consueti colori luminosi, che altre ancora fatiscenti, ma ricche di fascino. Trinidad è stata fondata nel 1514 dallo spagnolo Diego Velazquez, e festeggia il suo 500° anno con un grande festival musicale che coinvolge un po’ tutti i locali. La musica è comunque destinata alle ore notturne, sebbene qua e là si incontrino gruppi spontanei di musicisti che interpretano la musica latino americana. Noi turisti del giorno ci dedichiamo a visitare il Palacio Cantero, dal nome della famiglia che vi abitò nel XIX secolo.IMG_7944 E’ un luogo splendido, con un cortile interno luminoso e fiorito, dove sono riproposti esempi di arredi dell’epoca, sebbene di originale ci siano solo due specchiere e un orologio. Dal palazzo stesso si sale al Mirador, una torre dalla quale si gode la vista della città, con i caratteristici tetti attrezzati di serbatoi d’acqua, e si vede fino al mare.IMG_7950 Ci raccogliamo poi sulla Plaza Mayor per osservare la Chiesa della Santissima Trinità, che ha una facciata neoclassica e, all’interno, presenta dei begli altari in legno intagliato, oltre al prezioso Cristo de la Vera Cruz, sempre in legno. IMG_7971 La chiesa attuale risale al XIX secolo, perché è stata costruita sulle rovine di un’altra, distrutta da un ciclone tropicale. Tutto intorno, le strade acciottolate, il traffico quasi inesistente, le persone che camminano con passo un po’ indolente, i mercatini dell’artigianato presenti in quasi tutte le strade, danno un insieme del carattere di questa città, che sembra ferma al passato. Ci concediamo un momento di riposo e di degustazione alla Canchànchara, locale storico che propone il suo caratteristico cocktail a base, indovinate un po’, di rum. Anche qui non manca la musica e, per molti, il piacere di ballare.IMG_7993 Ma il vero simbolo di Trinidad è la chiesa e il convento di San Francesco, una costruzione dalle forme morbide e dai colori pastello, che sembra fatta di zucchero. Il campanile è visitabile, e naturalmente ci arrampichiamo in cima, fino alla famosa campana: da qui il panorama è ancora più ampio che dal Mirador. IMG_8002             IMG_8008Dopo il pranzo, ci regaliamo un buon caffè sulla Plaza Mayor, e poi ci perdiamo ancora tra le deliziose stradine di Trinidad. Rientriamo in albergo e abbiamo il tempo di fare un graditissimo bagno, il primo nel Mar dei Caraibi. Qualche ora in spiaggia e, alla sera, aragosta a cena: una delusione, è troppo cotta, asciutta e poco gustosa. Ma siamo a Caraibi! 27 marzo – Oggi è la giornata dedicata alla visita di Santa Clara e al pellegrinaggio per gli eroi della rivoluzione cubana. Ripartiamo con il pullman e attraversiamo altra terra, altra foresta tropicale. Ai lati della strada, ogni tanto, capita di vedere una o più lapidi, là dove sono stati giustiziati alcuni dei combattenti. Durante il tragitto Carlos ci parla un po’ dell’economia di Cuba, che vede coinvolti sia gli abitanti e le loro piccole imprese, sia gli stranieri per i progetti più importanti, ai quali possono partecipare anche i, pochi, cubani ricchi.IMG_8059               E ora è il momento della storia della rivoluzione, e soprattutto del suo grande eroe, il Che.Ernesto Guevara de la Serna era un medico argentino, particolarmente generoso e sensibile ai problemi dei popoli oppressi. Il sopranome Che (pronuncia Cie) deriva dall’abitudine della parlata argentina di iniziare ogni frase con questa espressione, “che”, ed era stato dallo stesso Guevara talmente interiorizzato da diventare parte della propria firma.Nel 1956 incontra Fidel Castro e il fratello Raoul, ancora adolescente, e si unisce alla loro lotta per liberare Cuba dalla dittatura di Fulgencio Batista. La rivoluzione attraversa tutta l’isola, da est a ovest, da Santiago, passando per Santa Clara al centro, a La Habana a ovest. L’esercito rivoluzionario attira la classe poverissima dei contadini, che si uniscono ai combattimenti. Nel 1958 Fidel e il Che combattono insieme per la prima volta, ma è nella battaglia di Santa Clara che la rivoluzione e la liberazione di Cuba si compiono.Un treno blindato carico di armamenti destinati a rinforzare l’esercito di Batista era atteso di passaggio vicino a Santa Clara. Qui il Che e gli uomini la suo comando sferrano un attacco potente e riscono a far deragliare il treno. Da questo momento la rivoluzione di Cuba può dirsi conclusa e Ernesto Guevara ne diventa un artefice e un eroe. Il 30 dicembre 1958 Batista scappa da La Habana, Fidel e Che proclamano uno sciopero generale, bloccano i contatti con gli Stati Uniti e danno vita al Governo. In qualità di medico, il Che avrà il Ministero della Salute, oltre ad altri Ministeri, ma la sua integrità morale è così forte che, appena si rende conto della piega meno nobile che prende il regime di Fidel Castro, nel 1967 abbandona Cuba per portare il suo aiuto ai popoli oppressi della Bolivia. Ormai noto per il suo coraggio, ma anche per il suo carisma, l’anno successivo viene assassinato dalla Cia, e gli vengono amputate le mani, come messaggio simbolico della sua fine definitiva. Ernesto “Che” Guevara de la Serna muore a 40 anni. A Santa Clara, nel 1984, gli è stato dedicato un monumento imponente e intensamente di regime, con una statua in bronzo di rara bruttezza. Da questo momento il Che diventa “Figlio illustre” di Cuba. All’interno però ci sono moltissime foto di Che Guevara, di Fidel e Raoul Castro, dei numerosi compagni di avventura, dei figli e della famiglia, e una documentazione completa e interessantissima. Nella parte retrostante, quasi nascosto, si apre il tempio laico che lo celebra, e con lui celebra molti altri eroi caduti durante la rivoluzione, tutti indicati con il nome di battaglia. Per ognuno di loro, ogni giorno, un garofano fresco viene posto vicino alla lapide, e un fuoco eterno ricorda il Che e le sue imprese. Raramente ho visitato un luogo di culto dall’atmosfera tanto intensa e suggestiva. Non c’è però sicurezza che le spoglie del Che riposino veramente a Santa Clara: solo nel 1998 la Bolivia ha permesso che venissero fatte ricerche in questo senso, e quanto trovato non convince pienamente. Ma non importa, perché il simbolo è comunque fortissimo. Oggi la memoria del Che è conservata dalla primogenita dei suoi quattro figli. Dopo la visita a mausoleo di Santa Clara, ci spostiamo a visitare quanto rimane, e quanto è stato ricostruito, del treno blindato: sette vagoni con immagini dell’epoca, abiti, reperti, ritratti. IMG_8085 Siamo più o meno nel centro dell’isola, ci aspetta un lungo viaggio di ritorno a La Habana. Arriviamo che è ancora chiaro, passiamo forse da un quartiere particolare, ma è uno shock: le case non sono vecchie, sono fatiscenti, puntellate in modo precario; su terrazzi semi distrutti sventolano bucati miseri, quanto si intravede all’interno non è meglio di quello che c’è fuori. Nessuno sembra sofferente, ma le condizioni di vita sembrano molto difficili e misere.IMG_8104 Ci appoggiamo ancora una volta all’hotel Panorama, che ora, a confronto con il villaggio di Trinidad, mi sembra lussuosissimo, e dopo cena ci lanciamo per un primo incontro con la tradizione. Prendiamo un taxi, e andiamo al mitico Floridita, il bar più bello de La Habana, dove gustiamo un ottimo Daiquiri e assistiamo a uno spettacolino musicale di qualità. Ci lanciamo poi a piedi tra le strette strade dell’Habana Vieja, fino a trovare la Bodeguita del Medio, troppo affollata per una sosta, e la splendida Cattedrale, perfettamente illuminata. 2014-03-27 22.23.23 28 marzo – In una splendida giornata calda e piena di sole, cominciamo il giro a La Habana moderna, in particolare dedichiamo un bel po’ di tempo al quartiere Miramar, dove si raggruppano i palazzi delle Ambasciate. Qui le costruzioni sono molto belle e molto ben tenute, eleganti, fronteggiate da rigogliosi giardini. Ci fermiamo in un piccolo parco dove si stagliano numerosi Ficus Elastica, la pianta che cresce anche in larghezza moltiplicando le sue radici verso terra. Carlos ci dice giustamente che i bambini della zona non resistono e si appendono a queste radici, danneggiando un po’ le piante stesse. Ci riempiamo gli occhi con il mare sul quale si affaccia il Malecom, la bellissima passeggiata a mare de La Habana, il Palazzo del Campidoglio, oggi non visitabile perché in restauro. Di fronte, verso il mare, diamo un’occhiata veloce al monumento dedicato al generale Maximo Gomez. IMG_8113 Raggiungiamo la Plaza de la Revolucion, uno spazio enorme e un po’ squallido, dove su un lato sorge il Memorial José Martì, un monumento verticale particolarmente anonimo, di fronte sono rappresentate le enormi effigi di Che Guevara e di Camilo Cienfuegos e, intorno, altri edifici squadrati che sono sede di alcuni ministeri, del Palazzo del Governo e della Biblioteca Nazionale. In questa piazza si sono proposti alla folla due papi, Giovanni Paolo II nel 1988 e Benedetto XVI nel 2012. Oggi per noi è un ottimo punto di osservazione per le vecchie auto anni ’50, ancora molto presenti sull’isola, sidercar, moto taxi e altre amenità.IMG_8137 La tappa successiva è l’approfondita visita della fabbrica del rum Legendario, visita moderatamente interessante, dove possiamo degustare rum di diversi livelli di invecchiamento, oltre a un delizioso cocktail di caffè, rum e cioccolato che viene incendiato con una cerimonia molto coreografica. Il costo del rum è davvero basso e, nonostante la difficoltà a viaggiare in aereo con bottiglia di vetro, ognuno di noi fa scorta. Ritorniamo verso il centro della città, che ormai mi ha pienamente conquistata con il suo fascino decadente, e raggiungiamo il Castillo della Real Fuerza, possente monumento difensivo, purtroppo piazzato nel posto sbagliato. La prima costruzione risale al XVI secolo, e successivamente la fortezza è stata distrutta e ricostruita, perché comunque importante dissuasore per i nemici. Oggi è una galleria d’arte permanente. Ci spostiamo per dare un’occhiata a El Templete, o Piccolo Tempio, un monumento neoclassico che vuole ricordare il Partenone di Atene e sorge sotto un vecchio albero di ceiba. E’ un monumento molto caro ai cubani, che ogni anno, il 19 dicembre, data di fondazione della città, fanno alcuni giri intorno all’albero chiedendo che i proprio desideri vengano esauditi. IMG_8188 Ci addentriamo nella Habana Vieja, dove le ristrutturazioni sono completate, i palazzi si presentano nel loro pieno splendore, forti della loro antica storia. Partiamo dalla Plaza Vieja, con i suoi eleganti palazzi e i freschi portici, continuiamo per le caratteristiche stradine: una per tutte, la Strada de lo Opisco, o del Vescovo, dove hanno sede Ministeri e palazzi governativi. Ritroviamo finalmente la Cattedrale, nell’omonima piazza, splendida nel suo ricco stile barocco modulato dalla misurata tonalità della pietra grigia. La piazza, che ieri sera era vuota e silenziosa, di giorno è piena di gente e bancarelle piene di oggetti per i turisti. L’interno della cattedrale è ampio e chiaro, con l’immagine della Madonna sull’altare maggiore. La chiesa è intitolata all’Immacolata Concezione. cattedrale bodeguita2Ci allontaniamo dal mare, ritorniamo verso il centro de La Habana Vieja, e ci fermiamo davanti alla Bodeguita del Medio, dove c’è musica e si balla, anche in pieno giorno. Troppo affollata per riuscire a entrare, rimandiamo la visita e ci regaliamo un cocktail all’hotel Ambos Mundos, che ha avuto l’onore di ospitare, nelle sue stanze, lo scrittore Ernest Hemingway: le pareti sono piene delle sue fotografie. Continuiamo la passeggiata per l’Avana Vecchia, riempiendoci gli occhi con le case a colonne, i colori pastello, gli antri fioriti e arricchiti da opere d’arte. Ogni angolo è motivo di interesse e di stupore. La stessa città che ieri si era presentata cadente e fatiscente, oggi si mostra elegante e splendente, orgogliosa della sua storia.

gallo

La tappa successiva è la bella chiesa dedicata a San Francesco d’Assisi, affacciata sull’omonima piazza dal perimetro irregolare. s francescoSul percorso, osserviamo l’acquedotto della città, denominato Zanja Real. La chiesa non è visitabile, ci dobbiamo accontentare di una sbirciata veloce, e di ammirare le pesanti campane poste all’esterno dell’ingresso. Prima di pranzo riusciamo ancora a vedere il palazzo della Borsa, per poi salutare la maggior parte dei nostri compagni di viaggio, in quanto ognuno di noi proseguirà con un itinerario diverso. La nostra guida ci accompagna all’Hotel Inglaterra, vero monumento storico oltre che albergo, situato proprio al centro della città, a pochi passi dal Campidoglio e dal Gran Teatro.

hotel anglaterra

 

Purtroppo ci fermeremo qui solo poche ore, in quanto la partenza per domattina è fissata davvero molto presto, ma è comunque un piacere e un’emozione poter vivere questi spazi così lussuosi, portatori di una storia coloniale piena di eventi. Abbiamo alcune ore libere nel pomeriggio, e ci lanciamo a una visita della città secondo le nostre preferenze: incominciamo tornando al Floridita, tanto per dargli un’occhiata anche di giorno, e riprendiamo il percorso tra le strade della Habana Vieja, fino a incontrare la “Farmacia francese”, oggi museo oltre che negozio, bellissima da vedere con gli arredi di legno, i contenitori in ceramica decorata ordinatamente posati su tutti gli scaffali, e alcuni oggetti e documenti, ricordi del passato. framacia

Facciamo una breve tappa in un altro locale storico, il Café Paris, e continuiamo fino alla casa più antica de La Habana, la Casa de Obispo. Il nostro obiettivo è la Bodeguita del Medio dove, vista l’ora – siamo a metà pomeriggio – ci auguriamo di poter entrare senza problemi. E così succede: ci accomodiamo a un tavolino all’ultimo piano, con vista sui tetti, e beviamo il mojito più buono del mondo, senza trascurare di incidere i nostri nomi in mezzo alle migliaia di altri già presenti sulle pareti. Le pareti del locale sono un’infinita galleria fotografica dedicata a tutti i personaggi famosi che sono passati di qui.

bodeguita3
Dopo il cocktail, facciamo una piccola deviazione sul mare e rientriamo verso l’hotel attraverso il Paseo del Prado, una delle strade più belle de La Habana, dove si affacciano edifici storici come l’Hotel Sevilla, e dove lo spazio centrale della strada, pedonale, è pavimentato e frequentato dai ragazzi che corrono sui pattini a rotelle e sugli skateboard. Le numerose panchine di pietra invitano a qualche sosta riposante. Alla fine del percorso, mentre siamo ormai in vista dell’hotel, ci viene incontro una sfilata di automobili anni ’50, coloratissime.

auto epoca

 

29 marzo – Alle quattro e mezzo del mattino, con solo un caffè in corpo, siamo prontissimi per volare a Cayo Largo. gaviotaUn pullman ci porta nel piccolo aeroporto di Playa Baracoa, dove ci aspetta un piccolo aereo delle linee Aerogaviota, dedicato a questo breve viaggio. Il mio posto è lontano dai finestrini, e vivo la strana sensazione di non riuscire a capire se l’aereo è fermo o si muove, se vola o è ancora a terra, non vedendo nulla all’esterno. Il volo è comunque tranquillo e comodo, e ci viene offerto un delizioso caffè.
L’arrivo a Cayo Largo è surreale: all’aeroporto ci accoglie un gruppo musicale che esegue ritmi cubani, ma appena fuori, nell’aria limpidissima del primo mattino, quello che colpisce è lo straordinario silenzio, rotto solo dal canto degli uccelli. Un pullman scoperto ci porta al nostro hotel, Sol Pelicano, e dobbiamo subire una piccola delusione, il mare è molto mosso. Non me lo aspettavo, ai Caraibi! caio2Per fortuna sarà solo un problema limitato al primo pomeriggio. Abbiamo comunque abbastanza da fare ad apprezzare la sabbia corallina, bianca e incredibilmente fresca nonostante il sole cocente, e ad assaggiare i cocktails a base di rum che ci vengono offerti. Anche se avevamo già fatto una buona conoscenza durante il tour, è qui che la nostra amicizia con Lucia prende piena forma.IMG_8444

30 marzo – Per quanto la spiaggia e il mare davanti al nostro hotel siano bellissimi, sappiamo che a Cayo Largo ci sono due delle spiagge più belle del mondo. Per raggiungerle, prendiamo un buffo trenino che in mezz’ora ci scarica sulla prima, la Playa Paradiso.treno Ed è in effetti un paradiso di sabbia bianca, palme, silenzio e un mare lagunare che vistiamo con una lunga passeggiata attraverso le secche sabbiose, dove l’acqua ha tutti i colori dell’azzurro e del verde mescolati o alternati insieme: una cartolina! Gli spazi sono talmente ampi che la presenza di altre persone è quasi inavvertita.

playa paradiso

Dalla Playa Paradiso ci spostiamo a piedi per raggiungere Playa Serena, attraverso un percorso fatto di sabbia bianchissima, arbusti spontanei e curiosi uccellini che beccano nella sabbia umida. L’arrivo a Playa Serena è la scoperta di un angolo di mondo indescrivibile. La spiaggia, bianchissima, è immensa, con un boschetto di palme verso l’interno. L’acqua è del più puro turchese e invita a bagni lunghissimi.playa serena


Poco distante, una recinzione trattiene due (poveri) delfini, che nuotano in questo spazio ristretto per offrire, a chi lo desidera, l’opportunità di fare il bagno insieme. Il mare è talmente bello e trasparente che si vorrebbe non uscire mai. Invece prima o poi bisogna rientrare.delfini In albergo, ci arrampichiamo su una torre panoramica, per vedere il panorama dell’isola, e ceniamo nel ristorante che propone cucina cubana. Io scelgo il piatto che si chiama “roba vieja”, fatto con straccetti di carne conditi con spezie molto aromatiche, davvero buono. Dopo cena ci avviciniamo alla spiaggia e, grazie al buio quasi totale, possiamo osservare il meraviglioso spettacolo delle stelle in cielo. Proprio sopra di noi ci sono Sirio, e la costellazione di Orione, mentre spostati verso est si riconoscono l’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore, in una posizione leggermente diversa rispetto all’ Italia.

31 marzo – Oggi ci organizziamo per fare una gita in catamarano. Anziché scegliere la proposta dall’albergo, andiamo alla Marina di Cayo Largo e ci imbarchiamo sul Cococlub, che ci porterà a visitare la laguna e il reef. La gita in barca è sempre molto divertente, e anche se il catamarano non alzerà mai le vele, preferendo l’andatura a motore, sarà comunque una bellissima esperienza. Ci allontaniamo dal porto passando in mezzo alle mangrovie, e la prima tappa è l’isola delle iguana.

iguanaNonostante millantassi che mai sarei scesa in mezzo a quei rettili, non resisto e, con Mara, ci uniamo al gruppo che scende dalla barca per raggiungere l’isolotto. Irresistibili sono il paesaggio intorno, il mare trasparente e turchese, l’isola di sabbia bianchissima. Gli iguana si rivelano innocui lucertoloni inespressivi, come tutti i rettili del resto, alcuni con una corazza dalle belle tonalità grigio-blu, completamente indifferenti alla nostra presenza, e poco sensibili anche al cibo che qualcuno gli ha portato, evidentemente hanno sufficiente nutrimento o sufficienti turisti che ci pensano. Riprendiamo la navigazione in questo mare cristallino dai colori meravigliosi, per fermarsi nella cosiddetta piscina, un’area vasta e poco profonda dove, ci dicono, è possibile trovare ricci di mare, stelle marine e conchiglie. Io mi sento fortunatissima perché trovo la mia personale stella, bellissima, verde, che prendo in mano per pochissimi istanti, abbastanza per avvertire sul palmo le sue tenere ventose che cercano di aderire, la mia lucky star.

stella rossa1

stellaverdePaolo ne trova una enorme, rossa, molto meno simpatica della mia. Ora ci dirigiamo verso il mare aperto, verso la barriera corallina dove faremo il bagno con le maschere e potremo osservare i fondali tropicali. Il mare diventa più profondo, e quindi più blu. Non troviamo, qui immersi, la vivacità e la concentrazione faunistica del mar Rosso, dove sembra davvero di essere dentro un acquario, ma ci sono tantissimi pesci e alcuni molto grossi. Il ritorno è una piacevole crociera al sole.crociera

Scendiamo a Playa Serena, dove i delfini ci danno il benvenuto, e ci dirigiamo subito in spiaggia: Lucia ci aspetta con una fresca bibita al cocco.cocco

Un’ultima passeggiata sulla battigia ci regala la sorpresa di una terza stella marina, grande, gialla, bellissima. La teniamo fuori dal’acqua solo il tempo di fare la fotografia! E’ il saluto più bello e più vivo che ci regala questa isola da sogno.

stella gialla

 

1 aprile – Stamattina riprendiamo il nostro piccolo aereo e torniamo a La Habana. Ci dispiace molto andare via, siamo stati conquistati dalla dolcezza di queste persone, dalla musica vivace e malinconica, sempre presente in sottofondo, dalla bellezza della natura. Durante il volo di ritorno ho la fortuna di sedere vicino a uno dei pochissimi finestrini, e mi diverto a fotografare l’arcipelago sotto di noi, con l’Isola della Gioventù, che si riconosce perfettamente. La partenza tempestiva ci regala quasi una giornata per visitare La Habana con i nostri tempi. Dopo aver lasciato i bagagli nell’albergo di appoggio, ci dirigiamo subito verso il porto, per dare un’occhiata al mercato coperto dell’artigianato, una vasta zona dedicata rigorosamente ai turisti. Da qui raggiungiamo la bellissima chiesa di San Francesco d Paola, un monumento insolitamente isolato che pare sorgere dal nulla. Questo si spiega perché la chiesa barocca, costruita nel XVIII secolo, era destinata alla demolizione, e si è salvata solo grazie all’intervento di un privato che ha acquistato l’area dove sorge.

san francesco

Guardandola, si capisce che alcune parti sono state abbattute e perdute, ma quanto resta è sufficiente per comprenderne la bellezza originale e la maestosità. Ci tuffiamo ancora una volta nell’irresistibile dedalo di stradine assolate de la Hanana Vieja, fino a raggiungere un’altra volta la Chiesa di San Francesco d’Assisi, e sederci sulla panchina dedicata sorprendentemente a Chopin. Ci perdiamo tra le strade, in mezzo a questa bellezza decadente e affascinante che riempie gli occhi e tutti i sensi, fino al cuore. Capisco che non bastano le immagini a descrivere pienamente questa terra, perché le sensazioni che rimanda sono tante, e vanno dalla colonna sonora, dai ritmi lenti e morbidi degli abitanti, dalla luce e dall’aria leggera, dai colori vivaci e puliti. Hasta siempre, Cuba.

(24 marzo – 2 aprile 2014)

 

habana vieja

 

(24 marzo – 2 aprile 2014)