Una giornata di fine estate in Piemonte

Sono gli amici di sempre, quelli che “dai, facciamo qualcosa” e, senza sforzi, si organizza una giornata bella sotto tutti i punti di vista.

Santa Maria di Vezzolano
Il punto di contatto è un anonimo autogrill in autostrada, la prima vera tappa è l’Abbazia di Santa Maria di Vezzolano. Le prime notizie di questo luogo di culto risalgono all’XI secolo, come Canonica dell’ordine regolare di S. Agostino. La chiesa era evidentemente molto attiva, come testimoniano la ricchezza di donazioni risalente a quegli anni, ma ebbe il suo massimo sviluppo tra il XII e il XIII secolo. Seguì un lento declino che si protrasse fino al 1800 quando, sotto Napoleone, fu ridotta a cappella campestre della parrocchia di Albugnano. Oggi è considerata un gioiello architettonico curato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Il complesso ecclesiale è immerso nella campagna, in mezzo a boschi di querce e pioppi. La facciata si presenta maestosa, con tre ordini di logge e sculture disposte in schema gerarchico.

Santa Maria di Vezzolano

Al centro, in un’ampia bifora, la statua del Cristo benedicente tra gli Arcangeli Raffaele e Michele.
Nell’ordine superiore, due serafini appoggiati a due ruote sono sovrastati dal busto di Dio Padre.
Bellissima è la lunetta che sovrasta il portale d’ingresso, l’Annunciazione: la Vergine è seduta in trono mentre lo Spirito Santo, in forma di colomba, le parla all’orecchio.

Santa Maria di Vezzolano, Annunciazione
L’interno presenta la pianta basilicale, con pareti in arenaria e mattoni. Appena superato l’ingresso si viene catturati dalla vista del Pontile, realizzato in arenaria grigia del Monferrato dipinta, ed è costituito da una serie di cinque campate di archi a sesto acuto retti da colonnine in pietra con capitelli fogliati: un doppio registro di bassorilievi policromi raffigurano le scene della Dormitio, Ascesa al cielo ed Incoronazione della Vergine, e dalla serie degli antenati della Vergine assisi e recanti in mano un cartiglio con il proprio nome.

Santa Maria di Vezzolano
L’eccezionalità del valore artistico di questa opera – cui contribuisce anche la preziosità delle coloriture, con l’uso del costoso lapislazzuli proveniente dalle montagne del Caucaso (per il manto della Vergine e del Cristo) – induce a supporre un committente di grande autorevolezza (forse l’imperatore Federico Barbarossa). La verifica della originalità delle coloriture, mai ridipinte, che il restauro del 2003 ha messo in luce rimovendo lo strato di sporco che le appannavano, indica questa opera come un rarissimo esempio di scultura policroma medievale.
Superato il Pontile, ci si affaccia alla navata, dove l’attenzione è attratta dalle sculture che ornano l’altare. Sotto un pizzo di legno lavorato, una terracotta policroma raffigura la Vergine e il bambino con, ai lati, S. Agostino e Carlo VIII in ginocchio.Santa Maria di Vezzolano, altare
Santa Maria di Vezzolano, affreschi del chiostroIl chiostro, lussureggiante di verde e di fiori, presenta alcuni affreschi ancora in fase di recupero: si riconoscono i tratti medioevali della devozione rivolta alla Madonna, a Cristo e ai Santi.
La visita prosegue con un intermezzo scientifico: in una piccola sala è possibile visionare come la chiesa di Vezzolano, e in generale tutte le chiese dell’epoca, fosse stata costruita secondo precise indicazioni astronomiche, che permettevano l’ingresso della luce all’alba in determinati periodi dell’anno.
Infine, dietro alla chiesa c’è un ricco frutteto di mele, tante varietà di mele, molte delle quali non più presenti sui nostri mercati. Con una piccola offerta è possibile averne un sacchetto per gustarle fresche e apprezzare le differenze.


Da Vezzolano raggiungiamo Piea, un piccolo paese della provincia di Asti dove si trova un magnifico castello, oggi residenza privata, visitabile su appuntamento.
Ci accoglie la padrona di casa, una bella signora molto cordiale che sembra perfettamente a suo agio nel vivere in una dimora storica costruita intorno all’anno Mille come fortezza, e trasformata in dimora gentilizia nel 1700.Castello di Piea


Entriamo in un corridoio con i ritratti di alcuni dei proprietari precedenti del castello, e insieme visitiamo le stanze del pianterreno, arredate con mobili d’epoca ancora in funzione.
Un magnifico scalone realizzato su progetto di Filippo Iuvarra ci conduce al primo piano. Qui la bellezza è ovunque, dai magnifici soffitti affrescati nel 1762 dai pittori Bernardino Fabrizio e Giovanni Galliari, ai lampadari in vetro di Murano, con decori e intrecci esclusivi creati per il castello.
Da un balcone possiamo ammirare il giardino all’italiana, perfetto per cerimonie e matrimoni, ma tutto il parco intorno è ricco di alberi secolari e piante fiorite.

 


È ormai ora di pranzo: scegliamo la trattoria Tre Colli a Montechiaro d’Asti. Il locale ha una gestione totalmente femminile, e la sala da pranzo, all’aperto se pure al coperto, ha una splendida vista sulle colline del Monferrato. Purtroppo non assaggiamo il tartufo, specialità della casa, in quanto pare che la stagione non sia ancora giunta. Mangiamo comunque molto bene, specialità piemontesi preparate quasi esclusivamente con i prodotti locali.

ristorante
Ci spostiamo ad Asti, il cuore del Monferrato, città elegante e tranquilla che ancora conserva profondamente il valore delle sue tradizioni. Arriviamo durante la manifestazione della Douja d’Oro, concorso enologico dedicato ai migliori vini del territorio: in città sono numerosi gli stand dove è possibile degustare i vini in concorso.
Visitiamo subito la Collegiata di San Secondo, nel cuore della città, intitolata al Santo Patrono. La chiesa si affaccia sull’ampia piazza, alla quale rivolge la facciata in stile romanico-gotico. L’interno è sobrio e austero, con il prezioso coro in legno, i cui stalli intagliati risalgono al XII secolo.

Asti, Collegiata di San Secondo

asti vicolo

 

Ci avviamo lungo la via Vittorio Alfieri, snodo principale della città medievale, sulla quale si affacciano numerosi vicoli, in questo periodo rallegrati da decorazioni appese in omaggio alla buona cucina.
Sulla stessa via non mancano i palazzi prestigiosi ricchi di storia e oggi sede di istituzioni. Tra tutti la casa natale di Vittorio Alfieri, oggi sede del Museo Alfieriano.

 

 

Ci fermiamo alla Cattedrale, dedicata a Santa Maria Assunta, con una bella facciata semplice, nello stile romanico-gotico, ma impreziosita nelle pareti laterali da magnifici portali e finestre a ogiva incorniciate da lavorazioni preziose in cotto e arenaria, tali da rappresentare uno degli esempi più significativi del gotico lombardo.

 

Asti, Cattedrale


Abbiamo la fortuna di trovare aperta la cripta e museo di S. Anastasio, “dove si trovano testimonianze archeologiche che risalgono dal I – II secolo d.C. fino all’inizio del ‘900. Sono visibili resti di pavimentazione del foro romano, tracce di abitazioni, tombe risalenti al VII – X secolo, il muro di fondazione della prima chiesa di Sant’Anastasio (VII secolo), resti della successiva chiesa romanica, e una parte del muro perimetrale della chiesa seicentesca barocca demolita nel 1907. Le testimonianze archeologiche, presenti nella parte ovest del museo vanno dal I-II secolo d.C. fino all’inizio del ‘900.

La chiesa di Sant’Anastasio faceva parte dell’omonimo monastero femminile benedettino documentato già nel 1008, ma di probabile origine longobarda, che fu per secoli non solo centro di spiritualità, ma potenza economica e politica per suoi vasti possedimenti fondiari e per legami con l’aristocrazia astigiana, da cui provenivano di solito le sue badesse. Nel periodo napoleonico, fu privatizzato e acquistato dai conti Cotti Ceres, che lo donarono, nel 1835, al comune di Asti che lo utilizzò per attività didattiche fino alla demolizione del 1907. Molto suggestiva è la cripta della chiesa risalente al XI-XII sec, a pianta basilicale con tre navate con volte a crociera, in cui si possono ammirare colonne e capitelli di recupero di età romana e altomedievale. Nella parte est del museo sono conservati elementi lapidei appartenenti al sito di S. Anastasio, pietre cantonali e stemmi provenienti da casseforti e palazzi signorili della città ed altri reperti risalenti prevalentemente al periodo tra VIII e XVI secolo” (Wikivoyage.org).


L’ultima tappa della nostra passeggiata, prima dei saluti, è dedicata al bel complesso di San Pietro in Consavia, ormai ai margini della città. Si compone di quattro edifici, dove la parte più antica è la Rotonda del Santo Sepolcro, copia del luogo santo dedicato a quei fedeli che non potevano permettersi un viaggio in Terrasanta. “L’edificio in mattoni e arenaria, esternamente ha un perimetro poligonale, mentre all’interno è a pianta circolare, con un vano centrale circoscritto da otto colonne, con capitelli cubici ad angoli smussati, collegate tra loro da archi a tutto sesto. Fu adibito a battistero solo alla fine del XIII sec: al centro della Rotonda vi è un fonte battesimale marmoreo di fattura cinquecentesca. A questo primo edificio, si aggiunse tra XIII e XIV, una chiesa composta da tre corpi di fabbrica, disposti ad “U” a formare un chiostro interno, suddiviso in Ospedale dei Pellegrini e Casa Priorale. Nel XV sec vi fu un nuovo ampliamento con l’aggiunta di un edificio a pianta quadrata sul lato orientale, la cappella di San Pietro in Consavia, detta anche cappella Valperga dal nome del committente, con volta a crociera decorata da un complesso apparato di formelle figurate in cotto, il più ricco esempio di questa tecnica ornamentale conservato ad Asti” (Wikivoyage.org).
Ci salutiamo che è ancora chiaro, e con la soddisfazione di esserci riempiti gli occhi di cose belle, e il tempo di piacevole compagnia.

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Le città della Lega Anseatica

Intorno al 1200 alcune città dell’Europa settentrionale si riunirono in gruppo (Hansa) per sostenersi a vicenda, difendersi e potenziare i traffici con il Mare del Nord e il Mar Baltico. Siamo andati a visitarne tre, Amburgo, Brema e Lubecca, ovviamente nella loro versione del terzo millennio.
13 giugno – Sfidando il detto che impone “di venere e di marte non si sposa né si parte”, oltre al fatto che è il giorno 13, partiamo indomiti alla volta di Amburgo. Germanwings, puntualissima, ci scarica all’aeroporto internazionale Fuhlsbüttel e qui, con un comodo e veloce treno che passa in mezzo ai boschi, arriviamo alla Central Banhof di Amburgo. Un attimo per orientarci, poi a piedi, con una passeggiata di circa mezz’ora che ci porta a costeggiare il più piccolo dei laghi Alster, raggiungiamo il nostro sciccosissimo hotel: Grand Elysée.

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L’albergo si trova in una zona residenziale al centro di aree verdi molto ampie, parchi e prati. Il tempo di appoggiare le valigie in camera, e ci avviamo per una prima scoperta della città. E’ ora di pranzo, quindi facciamo tappa da Leopold’s, una birreria molto simpatica dove divoriamo una porzione, ottima, di salsicce con crauti e purè, innaffiata dalla birra Paulaner.IMG_9349

Ritorniamo verso il Binnenalster, che nel mezzo è caratterizzato da un alto spruzzo d’acqua. Capiremo poi che questo spazio lacustre è quasi solo decorativo, mentre nell’adiacente lago gemello, ben più grande, si naviga con passione. Come un po’ tutti i popoli nordici, qui l’amore per la natura e per lo stare all’aperto è lampante. Le temperature che a noi paiono ancora troppo fresche, per chi abita a queste latitudini sono già estive.

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Percorriamo le strade più eleganti di Amburgo, quella con i negozi più belli e costosi: Colonnaden, Jungfernstieg. Mentre l’Alster si allunga in un canale dove nuotano i cigni, scopriamo il Rathaus, imponente edificio neorinascimentale sormontato da un’alta torre, riccamente decorato ma secondo un certo qual rigore nordico, con un ampio cortile che ospita la fontana eretta in occasione della fine di un’epidemia di peste.

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Lasciamo il Rathaus, che a quest’ora è chiuso, e proseguiamo la passeggiata verso il porto. Vediamo una città che alterna classico con moderno, molto attenta agli spazi verdi, che sono numerosi e curati, e una forte voglia di rivalutare quello che fa la storia del luogo. E’ il caso di ricordare che questa città è stata quasi rasa al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale, quindi onore al merito per quello che si è costruito di nuovo e quello che si è recuperato.IMG_9369.JPG
Dopo aver attraversato il quartiere portoghese, raggiungiamo il porto sul fiume Elba. L’ ampiezza del fiume è tale da far pensare di essere sul mare, sebbene gli odori siano molto diversi, e ancora più incredibile è pensare che mancano ben cento chilometri prima della foce del fiume. Ci imbarchiamo sul traghetto numero 62, una linea di trasporto metropolitano, e ci facciamo portare in giro per il porto, dove non vediamo solo container, ma anche spiagge, belle case e ancora tanti giardini. Dalla costa ci guardano il famoso Mercato del pesce, gruppi di tipiche case alte e strette, con i tetti molto spioventi, mentre intorno viaggiano le imbarcazioni più diverse: navi da crociera, porta container, traghetti privati, barche a vela.

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Dopo questo momento di relax, torniamo verso il centro e visitiamo la St. Michaeliskirche. Si tratta della più grande chiesa protestante della Germania settentrionale, e l’interno è davvero grandioso, con la bellezza di quattro organi, stucchi dorati e in delicati colori pastello, ampi spazi per accogliere i fedeli. Affrontiamo coraggiosamente i 468 gradini che ci conducono alla cima.

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Qui, in mezzo a un vento forte (ma non troppo freddo) prendiamo visione di una città che ancora non conosciamo, dove l’edificio più curioso è quello, ancora da terminare, della Elbphilarmonie e della quale l’aspetto più attraente rimane quello acquatico, siano i laghi Alster o il fiume Elba.

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IMG_9438Dietro la chiesa, quasi per caso troviamo la Krameramtsstubem, una vecchissima stradina, con casette a graticcio che sono state, nel passato, rifugio e abitazione per le vedove dei commercianti, e sono oggi per lo più trasformate in piccoli negozi e ristoranti. Il posto è ancora affascinante e pieno di piccole curiosità.

Ci avviamo per rientrare, e spostandoci di poco scopriamo un altro aspetto di Amburgo: la zona dei vecchi magazzini, ancora integri e solenni, con le facciate di mattoni rossi e i piedi nell’acqua dei canali, di modo da accogliere direttamente le merci portate dalle navi. Attraversiamo vari ponti, da alcuni dei quali la vista è quasi “veneziana”, per la caratteristica delle case che sorgono direttamente dall’acqua.

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Il rientro verso il centro ci porta a rivedere il Rathaus, e ceniamo, molto bene, al ristorante Franziskaner, dove i nostri impareggiabili compagni pretendono una foto con una bella bionda locale, dal sorriso dolcissimo.IMG_9477

Tornando verso l’hotel, la città illuminata ci regala un’emozione nuova e diversa, e la voglia di socialità degli abitanti di Amburgo emerge chiaramente.

14 giugno – Prima di partire avevamo acquistato il biglietto ferroviario per Brema, approfittando di una favorevole offerta del fine settimana. Eccoci quindi sul treno. La stazione di Brema, Hautbahnhof, è molto bella, in mattoni rossi, con il caratteristico tetto a botte che la rende subito riconoscibile.

Mentre ci avviamo verso il centro, attraversiamo un parco con un bel mulino a vento, ai piedi del quale una vasta aiuola fiorita riprende il disegno della Germania. Anche Brema, come Lubecca che visiteremo poi, è un’isola circondata dalle acque del fiume Weser, quindi la zona dell’Altstadt si raggiunge necessariamente passando su uno o più ponti.

IMG_9496.JPGBrema ci accoglie con la pioggia e con la curiosa statua di un incantatore di maialini. Il viale centrale che attraversiamo è ampio, piacevole, fiancheggiato da belle case bianche dai tetti spioventi. In cima, appena prima di arrivare al Markt (piazza principale), tante bancarelle piene di fiori. La piazza è davvero enorme, bellissima, dove il duomo, dedicato a San Pietro (St. Petri Dom) troneggia con i due altissimi campanili dal tetto di rame, circondato dalle belle case alte e strette, dalle facciate impreziosite con decori architettonici. E’ una chiesa evangelica, con un interno spoglio e solenne, oltre a una piccola parte museale che visitiamo, sebbene sia di limitato interesse, salvo un antico testo amanuense.

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Di fronte al Duomo sorge il Municipio, un edificio bellissimo, forse il più prezioso della piazza, che risale ai primi anni del 1400. Lo stile è gotico, con successive aggiunte tardo rinascimentali. Davanti al Municipio c’è la curiosa, altissima statua di Rolando, e quasi di fronte quella dedicata ai Musicanti di Brema, dalla fiaba dei fratelli Grimm.

 

IMG_9550.JPGRacconta la fiaba che un giorno quattro vecchi animali, un asino, un cane, un gatto e un gallo, consapevoli di rischiare di essere uccisi perché ormai troppo vecchi per avere ancora utilità, decisero di scappare dalla fattoria dove vivevano e si rifugiarono in un vecchio edificio. Questo era già occupato da un gruppo di feroci malfattori. Gli animali, per osservare meglio, si disposero uno sopra l’altro (così come sono raffigurati nella statua) e in questo modo vennero visti dai briganti, che credettero di essere davanti a un mostro altissimo con quattro paia di occhi. Così i malfattori fuggirono e i quattro “musicanti” vissero sicuri e tranquilli nel nuovo rifugio.

Ci avviamo nella Böttcherstrasse, originale strada voluta nel 1931 da Ludwig Roselius, noto al mondo per essere l’inventore del caffè Hag. La strada si annuncia con una vistosa insegna dorata che raffigura l’arcangelo Michele mentre lotta con il drago, ma rimanda un po’ a esasperazioni di regime. La strada però è davvero carina, con le case dai mattoni a vista e decorazioni geometriche.

IMG_9537Quasi senza accorgercene raggiungiamo la piazza del Glockenspiel, il carillon, che proprio dopo pochi minuti comincerà la sua esibizione: sul muro si apre una finestrella e numerose figure si susseguono, con un omaggio a scienziati e navigatori non solo tedeschi. La bellezza di questa architettura è un po’ ingabbiata in un rigore ben diverso dalle linee morbide della cultura mediterranea, ma non lascia indifferenti ed è variegato e simpatico.

Poco oltre la Böttcherstrasse c’è il fiume Weser: lo raggiungiamo all’altezza della chiesa di San Martino. Ci perdiamo poi un po’ in giro per tornare verso lo stupendo Markt, che ammiriamo volentieri ancora un po’, e ci dirigiamo verso un’altra zona famosa e caratteristica, lo Schnoor. Si tratta del vecchio quartiere marittimo, poi diventato a luci rosse, e oggi ancora trasformato in una pittoresca stradina dove si susseguono ordinatamente piccole, vecchie case dai tetti spioventi e dalle facciate colorate. Non mancano negozi di tutti i tipi, locali e gallerie d’arte. La parola “schnoor” significa “fila” nel dialetto locale, e indica proprio la regolare processione delle case che lo compongono. E sono davvero una diversa dall’altra, per colori, decorazioni, addobbi floreali, tutte perfettamente curate.

La sosta finale è da Hachez, famosissimo cioccolatiere dove facciamo scorta di cioccolato puro, squisito, e praline dai gusti assortiti da portare con noi in Italia e assaggiare in famiglia.
Un’ultima occhiata al meraviglioso Markt e ai bellissimi palazzi che vi si affacciano, e d è ora di tornare a prendere il treno che ci riporterà ad Amburgo. Riprendiamo lo stesso sentiero della mattina, ma con maggior piacere: stamattina pioveva, ora c’è un bel sole che colora il mondo.

 
Alla sera ceniamo da Kartoffen Keller e ci scaldiamo con una bella zuppa di patate servita in un’originale zuppiera-scaldavivande. La buonanotte ci viene data dalla città illuminata, a partire dallo scenografico Rathaus.

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15 giugno – Stamattina è domenica, l’unico giorno in cui il Fischmarkt è aperto al pubblico. Andiamo rapidamente a visitarlo, scendendo con la metro alla fermata di Reeperbahn (la fermata del quartiere a luci rosse, dove andremo domani). La parte esterna è un variegato, ma tutto sommato consueto, mercato del pesce. La parte all’interno della struttura è uno spettacolo, anzi, molti spettacoli: un mare di persone sedute a tavoli di lunghezza interminabile, che ascolta musica, beve birra, mangia salsicce, incurante del fatto che sono solo le 10 del mattino. Non ci vuole molto a capire che questo ambiente è coinvolgente per i nottambuli, che vengono qui a fare l’alba, piuttosto che chi arriva, come noi, all’ultimo momento, e si trova un po’ spiazzato davanti a tanta energia a cui ancora non è ben pronto. Comunque la struttura è bellissima, possente e in sintonia con l’architettura di Amburgo, in mattoni e ferro.


Lasciamo il Mercato del pesce perché abbiamo un appuntamento con Annalisa, vecchia (non di età!) amica di famiglia, che gentilmente ci accompagna a visitare il maggiore dei laghi Alster. Sarà che è domenica mattina, ma si respira un’aria tranquilla e rilassata che rivela l’altra anima di Amburgo. Le placide acque del lago lambiscono percorsi pedonali dove si corre, si cammina, si va in bicicletta. Nei locali che si affacciano sull’acqua si sorseggia birra o caffè, senza fretta. Complice di tutto questo è senz’altro il bel tempo e la temperatura gradevole, due variabili che, come già detto, gli amburghesi non si lasciano sfuggire e godono fino in fondo, quando ci sono.

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Salutiamo, grati, Annalisa, e ci dirigiamo alla stazione, perché nel pomeriggio è in programma la visita a Lubecca. La “Regina delle Hanse”, fondata nel XII secolo, ci accoglie con il suo aspetto da libro illustrato, attraverso la splendida Holstentor, la costruzione in mattoni rossi con i due tetti conici perfettamente a punta.

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Lubecca è un’isola circondata dal fiume Trave, nel quale si rispecchiano antichi edifici e magazzini (Salzspeicher, per immagazzinare il sale necessario alla conservazione delle aringhe e pagato con le pellicce scandinave), testimonianze di una storia commerciale potente, sia le vecchie case caratteristiche, dalle facciate colorate e dai tetti a punta. Anche Lubecca è stata quasi completamente distrutta dai bombardamenti durante la seconda Guerra Mondiale, ma ancora una volta bisogna riconoscere al popolo tedesco la capacità di ricostruire nel pieno rispetto della storia e della tradizione. Affrontiamo la città da una zona pedonale, e il primo incontro è con il Museo delle Marionette, ben riconoscibile dalle decorazioni esterne e sulle finestre. Per avere un punto di vista panoramico ci arrampichiamo (con l’ascensore) sul campanile della Petrikirche, dalla quale ammiriamo il panorama dei dintorni, i tetti aguzzi nelle strade sottostanti, la splendida piazza, la Hostentor, e naturalmente il fiume.

L’interno della chiesa stessa è molto interessante: quasi a monito della pesante distruzione subita, è rimasta vuota, immacolata, e ospita solo una grande scultura che ricorda una scala, appesa al soffitto. Ma Lubecca è una grande città, ricca di punti di interesse, strade eleganti dove si affacciano palazzi austeri e patrizi, e chiese solenni. Ci perdiamo nelle sue strade e nei suoi viali fino a raggiungere la cattedrale, il Dom, che sorge in mezzo al verde, in un angolo raccolto e tranquillo lontano da traffico e rumore.

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La chiesa è impreziosita all’interno da un’elaborata scultura linea che rappresenta il Crocifisso inserito in un contesto elaborato dove compare anche un orologio. Siamo fortunati a essere qui nel mese delle rose, perché i cortili sono meravigliosamente fioriti e colorati.

 

Il nostro percorso arriva finalmente al Markt dove sorge il Rathaus, una complessa costruzione gotica schiarita da un bello scalone di marmo bianco, rinascimentale.

IMG_9699.JPGQui c’è la pasticceria Niederegger, un posto incantevole dove acquistiamo, e assaggiamo, il marzapane di Lubecca, la specialità del posto. Lubecca ha dato i natali a molti personaggi noti, che hanno lasciato un segno nella storia, e che qui hanno ancora la loro casa: Willy Brandt, la cui abitazione è diventata un museo, lo scrittore Premio Nobel Gunther Grass, la casa di famiglia di Thomas Mann (Buddenbrookhouse).

 

IMG_9749.JPGNel lungo ritorno verso la stazione abbiamo modo di incontrare la Katharinenkirche, purtroppo inaccessibile (contiene un quadro del Tintoretto), e la Marienkirche, che, come leggiamo, è la terza chiesa più grande della Germania. A fianco della chiesa c’è la statua di un simpatico diavoletto seduto su una enorme trave. Dice la leggenda che, quando si iniziarono i lavori per la costruzione della chiesa, il diavolo credeva fosse un’osteria, ed era contento, perché già molte anime erano arrivate a lui attraverso la frequentazione di simili posti. Così il diavolo si unì alla folla e aiutò nella costruzione, senza badare alle fattezze che l’edificio andava acquisendo. Un bel giorno, però, il diavolo si rese conto di cosa davvero stava sorgendo e, incollerito, prese una pesante trave per lanciarla contro le pareti già costruite. Stava per sferrare il colpo quando un bel giovane gli gridò: “Fermati, Diavolo! Lascia quello che è già costruito! Per te, costruiremo un’osteria nelle vicinanze”. Il diavolo fu molto soddisfatto, e posò la trave di fianco alla chiesa, dov’è tutt’ora, e sulla quale si è poi seduto, come testimonia la statua che lo raffigura. Di fronte, c’è veramente un’osteria, anzi, un wine bar, quella del Comune di Lubecca.
Rientriamo ad Amburgo. La giornata è stata intensa, siamo un po’ stanchi, è la sera giusta per provare la Brasserie dell’albergo. La cucina tedesca non riserva sorprese, ma qui si mangia bene. Io scelgo un piatto di riso e verdure ben cucinato, e per una volta preferiamo il vino alla birra.
16 giugno – Oggi, finalmente, ci dedichiamo alla visita approfondita (faremo del nostro meglio) ad Amburgo. Incominciamo con il monumento più toccante, la chiesa di Sankt Nikolai. Il santo è protettore di marinai e viandanti, e una prima cappella a lui dedicata venne eretta nel XII secolo. Successivamente la costruzione è stata ingrandita in tutte le direzioni, tanto da diventare la struttura più alta al mondo alla fine del 1800, quando un enorme incendio la danneggiò gravemente. Venne ricostruita e tale rimase fino alla II Guerra Mondiale. Nel 1943 la Luftwaffe bombardò a tappeto la città inglese di Coventry, con un’operazione unica, fino a quel momento, tanto da dare il nome alla tecnica usata. Qualche tempo dopo, nei primi giorni di luglio 1943, per nove giorni consecutivi, la Royal Air Force rispose con l’operazione Gomorrah, una serie di bombardamenti altrettanto devastanti, che distrussero quasi tutto il centro cittadino, fecero migliaia di vittime e un numero ancora più alto di senzatetto.

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IMG_9768.JPGOggi la chiesa di Sankt Nikolai vuole essere un ricordo di quella devastazione e un monito per le generazioni future: l’interno è rimasto tale, si è solo provveduto alla sicurezza. Un ascensore porta in cima al campanile, completamente transennato, dove si gode un bel panorama della città, ma si vedono anche le foto a testimonianza della devastazione subita da Amburgo. A fianco alla chiesa, un museo memoriale che ribadisce la tragicità dei momenti e puntualizza le responsabilità trasversale da parte di tutte le nazioni belligeranti.
Ci avviamo ora verso la zona del porto per pranzare con birra, wurstel e patatine fritte, facciamo un veloce shopping all’Hard Rock Café e proseguiamo verso St. Pauli, famoso per essere il quartiere a luci rosse, in realtà una strada sporca e squallida con ben poca attrattiva. Niente a che vedere con l’omonimo quartiere di Amsterdam e le sue vetrine, o con Pigalle a Parigi. Qui, in una strada trafficata e rumorosa, si affacciano vetrine tristi di ogni genere, e ogni tanto un locale a luci rosse tenta di farsi notare. Proprio qui però troviamo la Beatle-Platz, una piccolissima piazza a forma di disco microsolco dove sono ritagliate le sagome in acciaio dei Fab Four. Per un attimo sogniamo di essere John, Paul, George o Ringo, che proprio ad Amburgo hanno tenuto i primi concerti e hanno cominciato a farsi notare, prima di incidere la loro traccia nella storia.


Amburgo è una grande città, e perdercisi passeggiando in giro porta via tutta la giornata. Alla sera torniamo sul Binnenalster, ceniamo in un piccolo locale, Grill & Green: il cibo non è granchè, ma la birra è ancora una volta squisita.

17 giugno – Ultime ore in Germania. Annalisa ci aveva parlato di un parco molto vicino al nostro albergo, Planten un Blomen, e ci sembra una meta perfetta per godere della giornata tiepida e soleggiata. Il parco è splendido: curato dall’Università, ha percorsi a tema legati a diverse varietà botaniche, incluse quelle tropicali, con fioriture rigogliose, verde ricchissimo, percorsi acquatici, silenzio e tranquillità.

Il percorso nel parco ci porta a vedere altre zone di Amburgo, ma vogliamo tornare a salutare il Rathaus. E’ aperto, e lo visitiamo internamente, per quanto possibile. Il salone di ingresso è elegante, diviso in più navate da colonne con una decorazione che ricorda il gotico flamboyant, arredi in legno, lampade preziose e specchi luminosi. Ospita una mostra fotografica di interesse locale, ed è invaso da un gruppo di simpatici ragazzini che stanno facendo una ricerca. Lo attraversiamo e ci troviamo nella piazza con la fontana della peste, e da lì entriamo, di fronte, negli spazi della Camera di Commercio di Amburgo. Questo è un edificio davvero bello, luminosissimo, con un’enorme vano centrale aperto fino al tetto, intorno al quale corrono due piani di ballatoi ben decorati con colori delicati. Nel pianterreno resistono gli scranni in legno intestati ad aziende e persone, oggi forse scomparse, e in un angolo sono rappresentati i sigilli dei land tedeschi. Nel contempo, attrezzature ad alta tecnologia rendono attuale questa istituzione.


Sulla strada del ritorno c’è ancora il tempo per una visita alla chiesa si St. Jacobi, un’ulteriore testimonianza della ricostruzione di Amburgo, in quanto anche qui convivono antichi decori che hanno resistito alla distruzione con interventi moderni.
All’ora di pranzo io convinco tutti a scegliere il ristorante Friesenkeller, che si affaccia su un canale del Binnenalster, e infatti mangiamo sull’acqua: finalmente assaggio l’aringa!
Sono gli ultimi passi ad Amburgo prima del viaggio di ritorno. E’ una città molto grande, della quale abbiamo visto solo una piccola parte, trascurando sicuramente aspetti importanti come le spiagge romantiche o quartieri particolari. La sensazione è di aver conosciuto una città dove gli abitanti hanno trovato un equilibrio quasi perfetto tra impegno e piacere, dove la stessa allegra energia è distribuita in tutte le attività, nel rispetto reciproco, nel piacevole ordine rigoroso, in una certa serenità dell’aria.

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(14 – 17 giugno 2014)

Giorgio Morandi e Grizzana

Giorgio Morandi, Autoritratto

Trovo particolarmente emozionante visitare i luoghi dove grandi menti del passato hanno creato i loro capolavori.

Penso alla casa di Alessandro Manzoni a Milano e a quella di Victor Hugo a Parigi. Penso agli ambienti che hanno circondato maestri capaci di mettere su tela tanta bellezza, come Rembrant ad Amsterdam, o Monet a Giverny.

Chissà se riuscirò a trasmettere questa emozione attraverso una descrizione.

Vorrei provarci, dopo aver visitato la casa di Giorgio Morandi a Grizzana, in provincia di Bologna, che infatti oggi si chiama Grizzana Morandi

Arriviamo in questa frazione dopo aver lasciato la statale Porrettana e aver percorso un tragitto non breve in una strada semi sterrata, molto bella, in mezzo ai boschi di castagni e faggi.

Ci attende una guida straordinaria, Serena, innamorata del suo lavoro e della storia di questo non semplice artista.

La casa Morandi, prospiciente alla strada, si trova di fronte a un’antica cascina, casa Veggetti, ben tenuta e tutt’ora abitata, dove la famiglia Morandi aveva passato le vacanze per molti anni, a partire dal 1913. Solo alla fine degli anni ’50 del secolo scorso i fratelli Morandi decidono acquistano un appezzamento di terreno di fronte, sempre di proprietà dei Veggetti, e vi costruiscono la loro casa, oggi sede del museo.

Casa Veggetti
La casa Veggetti è stata spesso ritratta dal pittore che, come si può ben intuire dai suoi soggetti, non amava molto allontanarsi dalla zona.
Giorgio Morandi nasce da una famiglia benestante, nella quale lui è l’unico figlio maschio con tre figlie femmine. Il benessere economico deriva dall’attività del padre, che muore prematuramente lasciando in difficoltà la moglie con quattro figli. Giorgio, che studia arte, andrà quindi presto a insegnare per aiutare a sostenere la famiglia.
Intanto incomincia la sua opera di pittore, e viene presto apprezzato e valorizzato. Le sorelle, orgogliose e protettive, lo circondano di un affetto esclusivo per permettergli di esprimere pienamente la sua vena artistica, e la famiglia resta così composta fino alla fine.
La casa che visito si presenta con una facciata sobria ed essenziale, disegnata dallo stesso Morandi. Lo stato della casa è esattamente quello in cui si trovava al momento della morte della sorella Maria Teresa, ultima sopravvissuta della famiglia, la quale aveva così disposto in vita affinché la casa diventasse un bene pubblico e una testimonianza del genio del fratello.

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Dall’ingresso si accede in un breve corridoio. Sulla destra si apre un salottino arredato con poltrone Frau e una bellissima libreria di design. Qui cominciano le prime emozioni: sfogliando alcuni libri, tutti scelti, acquistati e letti da Morandi, Serena ci fa notare appunti di prima mano o dediche di artisti e personalità famose, come Bacchelli o Sandro Pertini.


Il pianterreno comprende poi una camera da letto con due letti singoli, dove dormiva una sorella con una giovane domestica, un piccolo ma razionale bagno, e una straordinaria cucina.


Qui il connubio tra rigore estetico, razionalità e senso pratico offre una sensazione di pulizia e di equilibrio perfetto tra pieni e vuoti: armadi a muro, dove le stoviglie sono riposte in armonia cromatica, grande focolare, accessori da cucina quasi avveniristici e, tra le provviste, sorprendenti confezioni di curry.

Il pianterreno si completa con la sala da pranzo, dove tutto è rimasto intatto: servizi da caffè, scatole di cioccolatini e caramelle

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Ci spostiamo al piano superiore, dove si aprono porte simmetriche: la camera da letto di due sorelle, dove l’armadio ancora conserva gli abiti e i profumi usati dalle signore; la camera da letto di Giorgio Morandi, essenziale e aperta sul verde, un bagno completo con, ancora, gli accessori per sbarbarsi.
Infine, lo studio, così come Morandi lo ha voluto: ampio, illuminato da tre gradi finestre, percorso nel perimetro da ampi spazi d’appoggio per tutti gli accessori per dipingere, e un cavalletto reso più alto da due piedi posticci, per adeguarlo all’altezza del maestro.

Museo-Casa-Studio-Morandi-Grizzana-Morandi-Bologna
Qui sono nate tante delle opere così caratteristiche e riconoscibili, qui la luce proveniente da tre punti diversi rendeva difficile la comparsa delle ombre, qui Morandi cercava ispirazione dai boschi verdi così appaiono adesso, il frutteto a fianco della casa, i Fienili del Campiaro, oggi ristrutturati e, a loro volta, sede museale, e tutti i suoi ritratti, perché ritratti vogliono essere le riproduzioni di bottiglie, vasi e caraffe.

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Giorgio_Morandi__I_fienili_del_Campiaro

Nella casa ci sono numerose riproduzioni, fedelissime, di opere di Giorgio Morandi. Nello studio ne vediamo una molto esplicita: una caraffa (la mamma) che raccoglie intorno a sé tre barattoli bianchi (le sorelle) e uno un po’ scostato, un po’ arretrato, blu: lui, Morandi. Ecco come il pittore racconta la consapevolezza di essere circondato e protetto da affetti profondissimi, senza i quali forse non sarebbe riuscito a esprimere così bene se stesso.
Si fa fatica a uscire da questo ambiente, la fantasia lavora e immagina il pittore al lavoro, immerso nella lunga fase gestazionale del quadro e, poi, in quella senz’altro più veloce della realizzazione. In questo studio Giorgio Morandi ha creato con i colori a olio quasi 60 diverse sfumature di verde, che poi conservava, per poterle ritrovare, dentro le scatole dei fiammiferi.
La visita continua con una bella mostra fotografica dedicata ai borghi dell’Appennino oggi semi abbandonati, ancora testimonianza di un modo di vivere scomparso, ma non così lontano dai nostri giorni.
Ho trasmesso l’emozione? Andate a Grizzana Morandi

giorgiomorandi

Matera, Bari e il mare

matra panorama

10 aprile 2018

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Un volo di un’ora e mezza ci permette di coprire gli otto, novecento chilometri tra Milano e Bari, ed eccoci qui. Recuperiamo una Panda a noleggio e ci avviamo subito verso Matera. Unica tappa intermedia, Altamura, che subito ci affascina con i suoi palazzi rinascimentali in tufo bianco, i decori che ricordano la pietra leccese, una splendida cattedrale romanica e un goloso e ricco aperitivo in piazza.

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Poi, Matera: un presepe di case bianche che sembrano scaturire una dall’altra, in un disordine ordinato, una gestione dello spazio estrema e geniale insieme.

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Ci fermiamo alla Locanda San Martino: capiremo poi che è costituita da una serie di “sassi” recuperati e convertiti in stanze d’albergo, nelle quali sono state inserite le comodità moderne (in sintesi, i servizi) senza stravolgere il loro aspetto originale.

conchiglia.PNGCi viene assegnata la camera “della conchiglia”, una grotta scavata nella sabbia di cui è costituita la montagna, con una sola, piccola finestra e qualche presa d’aria (queste bellissime, a forma di fiori).IMG_1207
A room with a view, visto che si affaccia sui sassi, e in alto riconosciamo la parte alta della Cattedrale.
Appunto, i sassi. Cosa sono? Non sono pietre, come sembrerebbe suggerire il nome, sono vere abitazioni che, a partire dell’anno mille circa, gli abitanti locali hanno ricavato “per sottrazione”, scavando nella roccia le grotte dove vivere.
Nello spazio di una stanza viveva una famiglia, in genere molto numerosa, insieme con gli animali. Se questa promiscuità poteva essere accettata fino a un certo momento storico, nel 1952 viene definita “una vergogna per l’Italia” dal ministro De Gasperi, che orina l’evacuazione della popolazione dai sassi, e l’inizio di una lunga ristrutturazione degli spazi.IMG_1216.JPG
Naturalmente chi abitava nei sassi si è spostata con grande entusiasmo, visto che venivano loro offerte abitazioni con servizi, aria e luce. In parallelo, il lavoro di recupero si rivelava estremamente difficile e costoso, e continua lentamente fino al 1986, quando il governo allora ìn carica assegna a Matera un miliardo di lire e coinvolge i privati. Questi accettano di ristrutturare i sassi, nel pieno rispetto della loro origine, con un contributo a fondo perduto del 50%, mentre il rimanente 50% viene considerato come un affitto anticipato.
Tutto questo ci viene illustrato da Raffele (3334563440), la nostra guida, che ci viene a prendere all’albergo, e ci porta su e giù per Matera per circa quattro ore, senza accusare la minima stanchezza, anzi, sempre più entusiasti.
Ci troviamo nel Sasso Barisano, così chiamato perché rivolto verso Bari, e da qui inizia la nostra visita. Le prime osservazioni generali vogliono spiegare l’architettura ingegnosa di questa città, i cui abitanti hanno saputo ricavare abitazioni scavando nella tenera sabbia. Le case sono letteralmente impilate una sull’altra, con lo spazio per camminare, così che la strada che percorriamo altro non è che il tetto della casa sottostante.
Il problema più importante in queste abitazioni è l’approvvigionamento idrico, che si basa solo sulla pioggia: quindi ci sono ovunque canali fatti di terracotta per canalizzare l’acqua piovana dentro a capienti cisterne che fanno il valore della casa. Pur senza acqua corrente, le case erano attrezzate da una sorta di lavello dove utilizzare l’acqua stessa. Nelle strade e nelle scale (non dimentichiamo che Matera è una città tutta in salita) i canali di scorrimento dell’acqua erano scrupolosamente divisi tra quelli per l’acqua pulita, da bere e cucinare, e IMG_1253.JPGquelli per i rifiuti liquidi, inclusi quelli degli uomini e degli

animali.

Incontriamo subito l’edificio che ospiterà la sede di Matera 2019, città della cultura. Dopo pochi metri facciamo una delle tappe più suggestive: due chiese rupestri, ovvero due luoghi di culto scavate proprio come le case. La chiesa della Madonna della Virtù è particolarmente suggestiva per la sua grandiosità: tre navate, le colonne, una piccola abside (con un decoro più recente), sembra incredibile che sia stata realizzata con la sola forza delle braccia.La seconda chiesa, intitolata a San Nicola dei Greci, della quale buona parte si è perso, e comunque molto più rozza, conserva alcuni affreschi bizantini, straordinariamente interessanti per il punto d’incontro tra i simboli del culto ortodosso con quello della tradizione cattolica.

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Sull’altro lato della strada ci affacciamo sulla profonda gravina, in fondo alla quale scorre un fiume di portata limitata ma, pare, sempre attivo, mentre sulla parete opposta si vedono bene le aperture scavate nella terra, un tempo abitazioni, alcune diventate chiese rupestri, e oggi usate dai pastori come ricovero degli animali.

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Continuiamo la nostra passeggiata con l’osservazione dei sassi ben restaurati, ma ancora testimoni preziosi e inalterati delle loro caratteristiche di partenza. Una porta, una finestra, una stanza, prese d’aria con forme gentili per favorire il ricambio d’aria e contenere l’umidità. Tutto questo è ancora riconoscibile anche dove le singole unità sono state unite per creare soluzioni abitative ampie e comode, oltre che sane.
Un ulteriore aspetto che, man mano che si osserva, emerge da questa strana logica di costruzioni, è la non chiusura tra una casa e l’altra, anzi, le porte sembrano essere in una posizione tale da relazionarsi con quante più famiglie possibile. Il sistema, meno casuale di quanto non sembri, è chiamato giustamente “vicinato”, e rappresenta la relazione forte e stabile tra tutti i materani.

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Nel corso della visita vediamo la “Casa grotta” un esempio di come si viveva fino al 1852: vediamo una stanza dove predomina un letto matrimoniale alto e imbottito, un piccolo tavolo e una miriade di accessori per la casa e la cucina. La casa offriva ospitalità a tutti gli abitanti e i loro animali: il mulo, i conigli, le chiocce, i pulcini …una promiscuità persino difficile da immaginare. Eppure era quella la vita di molte persone.


Vicino alla casa grotta sorge la chiesa di San Pietro in Caveoso, notevole per il bel soffitto ligneo dipinto con figure religiose.

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Dopo l’arrampicata per i Sassi raggiungiamo la vetta della montagna, e raggiungiamo la Matera moderna, quella nata nel 1700, che oggi offre un bel corso pedonale con molti negozi per lo shopping.
La prima tappa è piazza Giovanni Pascoli, dove c’è la bella sede dell’antico ginnasio, oggi sede museale anche per tante opere dipinte da Carlo Levi durante il confino.

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Procediamo fino alla piazza del Sedile, dove una volta si riunivano i saggi del luogo per prendere le decisioni più difficili, e arriviamo alla piazza Vittorio Veneto dove si affaccia la bella facciata barocca di San Domenico.

Forse l’attrazione più rilevante della piazza, e lo è di sicuro per le dimensioni, è il cosiddetto “Palombaro Lungo”, ovvero quello che resta di una enorme cisterna che, un tempo, riforniva d’acqua tutta la città nuova. Noi ci affacciamo solo sulla profondità di questa cisterna, nella quale si può scendere grazie a una passerella, e verificare le tracce lasciate dall’acqua nei secoli.IMG_1311
Da questa piazza, grazie a un terrazzo creato apposta recentemente, si gode un magnifico panorama sul Sasso Barisano, e a questo punto siamo in grado di orientarci rispetto a quanto visto durante la passeggiata, e di capire la logica primitiva ma geniale con cui si è costruita questa città. La terrazza, aperta verso il cielo, ci offre anche il panorama del volo vivace degli uccelli: per la prima volta quest’anno rivedo le rondini e ne ascolto il verso inconfondibile e gioioso. Raffaele ci fa notare un altro abitante dei cieli, tipico di quest’area, il falco grillaio, piccolo, elegante e colorato.


L’ultima tappa della nostra visita è riservata alla stupenda chiesa di San Giovanni Battista, un capolavoro bizantino con forti toni arabeggianti. La facciata, che in realtà è una parete laterale, accoglie i fedeli attraverso il portale intagliato come un pizzo.

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La giornata si conclude perfettamente all’Osteria Pica, dove ci vengono servite specialità locali indimenticabili come il pane di Matera, dalla crosta croccante e l’interno morbidissimo, e i peperoni cruschi, una preparazione dell’ortaggio che lo rende leggero come una carta velina e delizioso al palato.

 

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11 aprile 2018
Lasciamo Matera, che avrebbe meritato altro tempo, non senza fare una sosta nella zona panoramica dall’altra parte della gravina, da dove si gode una visione d’insieme della città restaurata, della parte ancora originale e della natura intorno.


Ci avviamo verso sud, in direzione del golfo di Taranto, per dare un’occhiata alle tavole Palatine. Sorgono in mezzo alla campagna, in un giardino a loro dedicato, e sono purtroppo poco conosciute e poco visitate. Sono quanto rimane di un tempio greco dedicato alla dea Hera, due filari paralleli di colonne corinzie molto ben conservate, ancora maestose e affascinanti, mentre si stagliano contro il cielo azzurro. Si dice che qui fosse la tomba di Pitagora.


Visita rapida, ci rimettiamo subito in viaggio. La meta successiva è il mare Adriatico, poco sotto Bari. Per errore percorriamo un pezzo di autostrada, ma a Gioia del Colle decidiamo di uscire e percorrere la strada statale, forse meno veloce, ma senz’altro più interessante. Rapidamente ci rendiamo conto di essere proprio nel posto giusto al momento giusto: siamo in un’area di coltura delle ciliegie “Ferrovia”, un’area che si dipana per chilometri e chilometri, da Gioia del Colle a Conversano. Intervallati agli ulivi e alle ricche fioriture di colza e papaveri, i ciliegi sono in piena fioritura, e ci regalano lo spettacolo di nuvole bianche che corrono ai lati della strada.

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Passiamo Turi e Conversano, cittadine che hanno senz’altro un bel centro storico, ma rovinate da un’edilizia moderna priva di ogni bellezza e di equilibrio.
E finalmente arriviamo al mare. Siamo a Polignano a Mare, il paese famoso per l’altissima scogliera dalla quale è possibile tuffarsi (per i coraggiosi che si sentono di cimentarsi). E’ un borgo piccolissimo, ma molto carino, con case di un bianco accecante come si trovano in Salento, vicoletti pulitissimi che serpeggiano in mezzo, e come sottofondo il rumore costante della risacca. Ci godiamo il sole e lo spazio aperto fino all’orizzonte, prima di ripartire in direzione di Trani.

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Anche Trani è sul mare e ricorda un po’ le città greche dominate da Venezia. Dietro il porto, palazzi settecenteschi e dimore storiche di grande prestigio, finestre grandi e terrazzi. Solo un piccolissimo gruppo di casette dalla forma semplicissima del parallelepipedo, raccolte tutte insieme spezza questa eleganza. Nell’area immediatamente dietro il porto i palazzi storici sono quasi uno dopo l’altro, intestati a famiglie ricche o nobili della zona, spesso convertiti alla funzione di ricevere ospiti, e raccogliere così le risorse per la manutenzione dei palazzo stessi.
La nostra scelta cade proprio su uno di questi: alloggiamo a palazzo Bianchi, uno stabile del 1700 appartenuto al barone Bianchi, passato poi di proprietà della chiesa, e infine della famiglia che lo gestisce ora anche come albergo. Ci viene assegnato un appartamentino, piccolo, essenziale, ma molto curato e comodo, con affaccio sul cortile del palazzo e accesso al bel giardino interno.

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Facciamo subito una passeggiata e percorriamo il semicerchio che abbraccia il porto, dove le barche a vela e i piccoli motoscafi sono raccolti nel centro, mentre intorno al perimetro ormeggiano i pescherecci. Una passeggiata panoramica con lo sguardo perso sul mare, che ci porta verso il Giardino Pubblico, bel parco curato dove, grazie a una leggera sopraelevazione, si abbraccia con lo sguardo tutta la baia.

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Rientriamo verso il centro e percorriamo le strade interne.
Sbirciamo cortili con piante rigogliose e vecchie carrozze, sono quasi tutti convertiti in strutture di accoglienza, affinché il proprietario trovi le risorse per l manutenzione.
Nella città vecchia è piacevole camminare, tra vecchi palazzi e chiese, per di più romaniche, salvo qualche esempio barocco.
Colpiscono alcuni aspetti. Gli uffici giudiziari sono numerosissimi e occupano davvero molti spazi: tribunale, procura, archivio di stato, corte d’appello, insomma anche se siamo in un piccolo paese, è evidente che siamo davanti a una sede importante, che si occupa di cause importanti.

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Esiste un definito quartiere ebreo, chiamato Giudecca, dove si possono riconoscere ben due sinagoghe. Una, oggi convertita a chiesa cattolica intitolata a S. Anna, era la sinagoga più grande d’Europa. La seconda, più piccola e raccolta, di luminosa pietra bianca, ancora svolge le sue funzioni.
Verso sera, i pescatori rientrano e mettono in mostra il loro ricco pescato su semplici banchi appoggiati sulla terraferma, proprio davanti alla loro barca. Pesce vivo, letteralmente, pronto alla vendita: paranza per fritto e zuppa, gamberi rosa, polpi e moscardini, molte rane pescatrici, una bella cesta di acciughe, qualche scorfano rosso e piccole triglie rosa. L’abbondanza e la freschezza sono una garanzia per quanto ci aspettiamo di gustare a cena.

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E proprio per la cena ci concediamo un lusso: scegliamo un ristorante lussuoso, Le Lampare al Fortino, con ottime recensioni, e non rimaniamo delusi. Cibo e vino sono strepitosi! Gustiamo il vero sapore del mare. Forse qualche critica potrebbe essere riservata all’estetica del locale, troppo scintillante per i miei gusti, ma poco importa.
Dopo cena, un ultimo sguardo alla suggestiva cattedrale illuminata, nel suo tenero color rosa, che sembra sorgere direttamente dall’acqua.


12 aprile 2018
In mattinata concludiamo la visita a Trani, una breve perlustrazione nelle strade he non avevamo ancora percorso. Diamo un ultimo sguardo alla Cattedrale nella luce del mattino, e soprattutto facciamo una piccola scorta di prelibatezze locali: taralli ai diversi aromi, e una fetta di soffice focaccia pugliese al pomodoro, che gusteremo a pranzo.
Riprendiamo l’auto e andiamo verso Bari, dove arriviamo comodamente con la strada statale. Bari si presenta come una città piuttosto disordinata, inflazionata di palazzoni anonimi e sproporzionati alla dimensione delle strade. Proprio a causa di questo disordine, riteniamo una fortuna aver prenotato in anticipo sia il posto per l’auto che l’hotel, che è il decoroso B&B Les Suites.
La posizione è comoda e abbastanza centrale, incrociano molto vicine le due vie dello shopping, ovvero non storia ma griffe, mentre andando verso il mare incontriamo alcuni palazzi istituzionali e, in particolare, il teatro Petruzzelli, perfettamente risistemato dopo l’incendio di molti anni fa.

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La piazza su cui sorge il Petruzzelli è davvero maestosa: ampia, alberata, luminosa. Nonostante la presenza di qualche palazzo davvero brutto, l’impressione generale è di una certa, opulenta eleganza.
Il lungomare di Bari è riparato da un’alta muraglia, e non è accessibile. Le spiagge, immagino, sono da un’altra parte.

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Ci avviamo verso il centro storico, abbastanza ben tenuto e valorizzato, e soprattutto abitato da baresi purosangue, dove il dialetto impera e il carattere esuberante dei meridionali riempie gli spazi.


San Nicola di Bari è famoso all over the world. Scopriamo però che si tratta della Basilica di San Nicola, perchè la Cattedrale è dedicata a San Sabino: entrambe le chiese fanno risalire la loro fondazione poco dopo l’anno mille. Hanno subito numerosi restauri e cambiamenti, ma mantengono l’impronta romanica, austera, elegante, spirituale.

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Vale una piccola sosta anche la piccola chiesa di San Marco, altrettanto antica. Fondata dai veneziani spostati a Bari, ha una semplice facciata con un piccolo leone alato, e le immagini della Madonna del Pozzo tra San Marco e S. Antonio da Padova.

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Ritorniamo verso il mare guardando il teatro Margherita, una curiosa costruzione nata all’inizio del 1900, costruita su palafitte, che sembra sorgere dal mare.
C’è un bel sole, e prima di rientrare in camera per prepararci per la cena, ci abbronziamo un po’ su una panchina, osservando il passeggio dei baresi.
La serata si conclude magnificamente al ristorante Il Sale. Indovinate un po’ cos’è salato?

 

Auld Lang Syne Scozia

La Scozia è un paese quasi disabitato, dove piove moltissimo, pieno d’acqua e di boschi. Visitandola in un momento dove in Italia imperversa la siccità, viene da dire: Pensiamoci. Gli Scozzesi scrivono in inglese, ma parlano una lingua loro che se ne infischia della fonetica, quando non è celtico. Più semplice andare a intuito. Gli Scozzesi sono, comunque, estremamente gentili, tolleranti con i turisti e il loro improbabile inglese, e molto puliti. Peccato guidino a sinistra.
Questo è il diario di una settimana di vacanza

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A hotel room with a view

25 luglio 2017
Con solo 45 minuti di ritardo ci solleviamo in volo da Milano e, alle 15,30 in punto ora italiana (ora locale 14,30) siamo a Edimburgo, Edinburgh.
Subito apprezziamo i disagi della Brexit o, semplicemente, la sospensione degli accordi di Schengen: ci tocca una coda lunga e lenta prima di passare la dogana ed entrare, veramente, nel Regno Unito.
Un comodo e non economico taxi ci porta all’hotel, Holiday Inn Express, in Queen Street; non è centralissimo, ma nemmeno così scomodo. Dati i tempi lunghi già impegnati in inutili convenevoli, ci mettiamo subito in marcia.

DSC01682.JPGLa città è interamente coinvolta nei preparativi per l’Edinburgh International Festival, un evento mondiale che richiama spettatori da tutto il mondo e che si svolge in agosto. Ma noi non ci facciamo impressionare e ci avviamo per il nostro giro. Appena usciti dall’albergo, davanti a noi cammina un signore in kilt. Non uno dei numerosissimi signori drappeggiati in tartan che incontreremo durante il nostro giro, a scopo turistico. No, questo signore ha proprio scelto di preferire la divisa tradizionale della Scozia. Ci capiterà di vederne altri.
La prima cosa da vedere, a Edimburgo, è senza dubbio il Castello, che sovrasta la città dalla cima della sua rocca. Già dal basso si intuisce che è una costruzione enorme, anzi, è formato da costruzioni diverse.Scottish gallery.JPG
Il percorso che ci porta al castello è affascinante e riserva molte sorprese: costeggiamo la Scottish Nationail Portrait Gallery, in un edificio color mattone dove, in facciata, compaiono statue tridimensionali di molte donne e sante dell’antichità.

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Attraversiamo la piazza St.Andrew con il suo piccolo, ma verdissimo parco, raggiungiamo la Scottish National Gallery immersa nel verde, entriamo nell’infinito e verdissimo West Princes Park. Si tratta di un parco difficile da immaginare per noi italiani, tanto è grande, ben tenuto, fiorito, ricco di spazi erbosi dove giocare, grandi e piccoli.

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Mi colpisce un teatro all’aperto: in una nazione dove piove quasi ogni giorno, un teatro all’aperto è un vero inno alla creatività e al desiderio di fare qualcosa ad ogni costo. Dopo l’attraversamento del parco, scaliamo un bella scalinata e, voila, ci siamo. Naturalmente ….è chiuso. Qui tutto chiude alle cinque, e noi non siamo per nulla abituati a questi orari anglosassoni!

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Percorriamo un pezzettino del Royal Mile, quindi ritorniamo verso la città per ammirare il castello dall’esterno. In questo modo scopriamo un paio di passaggi stretti e nascosti tra le case, sotto voltini scuri, e collegano due vie parallele. Questa passeggiata ci porta ad attraversare un parco dopo l’altro, a scoprire la chiesa di St. Cuthbert e il suo suggestivo, antico cimitero, fino alle propaggini della città “nuova”, in quanto costruito intorno al 1700, e per distinguerlo dalla città “vecchia”, medioevale.

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Torniamo verso l’hotel passando per la lunga, accogliente e curiosa Rose Street: soprattutto il primo pezzo è molto poetico, per la presenza di antichi pub e per e decorazioni su muri e vetrine che riprendono liriche in inglese e, soprattutto, in gaelico.

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Ci fermiamo a cena nel pub The Conan Doyle, dove incominciamo a prendere confidenza con le specialità locali: salmone scozzese, fish & chips, pie di carne.
Dopo cena, quella che dovrebbe essere solo una banale passeggiata digestiva ci porta in cima a Calton Hill, un punto panoramico aperto su tutta la città dove, data la serata meravigliosamente serena, si sono dati appuntamento in tantissimi per ammirare il tramonto. Così facciamo noi, oltre ad apprezzare un altro polmone verde lussureggiante, che regala respiro alla città.

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26 luglio

La colazione dell’Holiday Inn non è male, un po’ disorganizzata. Dopo aver ritirato la macchina, una Opel corsa grigio metallizzato, partiamo per Inverness, sotto una pioggia battente. Il percorso è tutto immerso nella campagna scozzese, verde e rigogliosa che più non si può, dove ogni tanto si vedono greggi di pecore o mandrie di mucche al pascolo. Ci fermiamo per una visita al castello di Blair, dove per fortuna non piove.

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E’ un castello molto elegante, sebbene privo dell’armonia di quelli francesi, tutto intonacato di bianco, ancora abitato, e un buon esempio per osservare come viveva, e riceveva, la nobiltà inglese nei secoli passati. L’arredamento è riconducibile al XVIII secolo, e direi comune ad altri esempi visti in altri paesi. Mi ha colpito, in alcune stanze, il campanello per chiamare la cameriera, le decorazioni a stucco nei soffitti, belle e insolite, e il fatto che molte sedie fossero rifasciate con tessuti ricamati dalle nobili proprietarie, segno che, nonostante il benessere, non amavano stare con le mani in mano.
Notevoli, in negativo, i palchi di corna di cervi uccisi e l’impressionante collezione di fucili e altre armi.


All’esterno i giardini sono enormi, e accolgono l’allevamento dei cervi, dei pony e delle pecore. Ci sono prati immensi e boschi con alberi di dimensioni gigantesche, segno della loro salute e della loro vetustà.

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Riprendiamo la strada verso Inverness, in un panorama non diverso. Facciamo solo una tappa velocissima alla distilleria Tomatin, dove assaggiamo al volo un whisky squisito e impariamo che la qualità del whisky delle Highlands si deve alla dolcezza dell’acqua.

DSC01807.JPGFinalmente siamo a Inverness, nel gradevolissimo B/B The Gatehouse.
Abbiamo tempo per un giro panoramico della città: il castello, probabilmente ricostruito, la severa cattedrale, alcune vecchie massicce costruzioni, ma soprattutto deliziose casette singole in pietra grigia, con le finestre a bovindo e i giardini pieni di fiori colorati e rigogliosi, e naturalmente lui, Ness, il fiume vigoroso che taglia in due la città, che formerà il famoso lago, e che soprattutto la rende unica.
Buona cena nel pub The Den, sotto le fotografie dei più famosi personaggi scozzesi: Sean Connery, Rod Stewart, Annie Lennox, …… Io scelgo dei deliziosi muscoli in salsina piccante e una squisita zuppa di pesce e verdura.


27 luglio
Dopo una buona colazione, ci mettiamo in viaggio, lasciamo Inverness.

Costeggiamo a lungo l’impetuoso fiume Ness, e facciamo la prima tappa al castello di Urquhart, un maniero di sasso del quale ormai non rimangono che poche rovine, ma che conserva abbastanza struttura per capire come potesse essere in passato, quando serviva da abitazione e da luogo di appostamento e difesa verso eventuali invasioni dall’acqua.

Il castello si affaccia sul più famoso dei laghi scozzesi, Loch Ness, una estensione d’acqua imponente nella quale, ahimè, non vediamo spuntare nemmeno l’ombra di Nessie. Pare non sia stagione … Proseguiamo verso Fort Augustus, un microscopico paesino composto, anche lui (ma non mi stanco di guardarle) da deliziose villette monofamiliari intonacate di bianco e piene di fiori. L’attività più rilevante di Port Augustus consiste nel riempire e svuotare le chiuse, per permettere alle barche di arrivare al lago. I mari a est e a ovest della Scozia non sono allo stesso livello, e il percorso nel Canale Caledoniano non può essere diretto, deve essere modulato.

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Proseguiamo verso il castello di Eilean Donan, che in gaelico vuol dire “Castello dell’isola di Donan”. La Scozia ha ancora moltissimi castelli, e guardando le immagini sono anche abbastanza diversi uno dall’altro, ma ahimè è impossibile visitarli tutti. Questo è ancora differente dai due già visti. L’interno è in parte ricostruito, con ambienti addirittura “abitati” da figure ad altezza naturale, l’esterno ha un delicato colore rosa arancio che lo rende perfetto nella tavolozza azzurra e verde tutta intorno. L’accesso tramite un ponte di pietra rende il castello ancora più suggestivo.

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Continuiamo finalmente verso Skye, ci siamo quasi. Intorno a noi campi di velluto verde, piccoli laghi, cascatelle. Attraversiamo l’aereo ponte che oggi unisce l’isola alla terraferma, e il panorama solitario prosegue, anche più intenso. Prati verdi, pecore e mucche che brucano, pioggia che va, viene, torna il sole e ricomincia, qualcosa impossibile da immaginare sotto altri cieli.

Raggiungiamo Portree, un minuscolo borgo raccolto su una insenatura naturale, caratterizzato soprattutto da una sfilata di case tutte colorate che guardano il mare.

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Qui facciamo una bella sosta fotografica. Continuiamo verso Uig, la nostra tappa finale per oggi, e raggiungiamo l’albergo, Uig Hotel. La struttura è bellissima e perfettamente inserita nell’ambiente, il servizio ottimo, e la cena del ristorante interno, di cui approfittiamo, è squisita (chowder e salmone al vapore con salsa bernese). La nostra camera guarda il mare ed è una vera “camera con vista”. Questa parte della Scozia, quest’isola, ne raccolgono tutto il fascino, e rispondono all’immagine più caratteristica di questo Paese: pochissime le case, tutte bianche immacolate, tutte con il tetto di ardesia grigia, pochi servizi essenziali, solo il porto sembra essere un posto dove si intreccia qualche attività, ma sempre con molta calma. Una situazione fuori dallo spazio e dal tempo da apprezzare in silenzio.

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28 luglio
Ci svegliamo e, in meno di mezz’ora, il cielo davanti a noi cambia colore tre volte. L’incomparabile variabilità del cielo a queste latitudini.

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DSC01954.JPGPartiamo subito perché ci aspettano lunghe ore di guida. Il vero obiettivo, oggi, è raggiungere le Silver Sands di Morar, le spiagge sulla costa occidentale della Scozia, note per la loro sabbia finissima e brillante.
Lasciamo l’isola di Skye da dove siamo venuti, ritroviamo i grandi laghi, ci dirigiamo verso l’estrema costa ovest. Durante il tragitto siamo attratti dal Glenfinnan Monument, una colonna eretta in memoria di alcuni valorosi Highlander morti in battaglia. Il monumento è tutt’altro che bello, ma sorge proprio sul lago e, subito dietro, in pochi passi si arriva abbastanza in alto da godere di un panorama aperto ed emozionante. Scattiamo le solite fotografia e riprendiamo verso le spiagge d’argento, che sono davvero così. Ampie distese di sabbia bianca e brillante al sole, di consistenza finissima, dove verrebbe voglia di sdraiarsi e godere di tanta morbidezza, se solo non fosse così freddo. Ci godiamo allora un po’ il paesaggio, una baia silenziosa, immobile, dove il mare acquista mille sfumature diverse, e poi torniamo verso l’interno e verso l’hotel di stasera.

Siamo al Corriegour Lodge hotel, una dimora storica arredata con molta eleganza (very british, fiori ovunque!), dove ci riservano una cordiale e raffinata accoglienza. Ci fermiamo per la cena, all’altezza delle premesse, sebbene assai costosa: piccolo timballo di verdure grigliate, trancio di haddock in salsa al curry.
Sul dépliant dell’hotel leggo che è situato in una delle più belle aree del Great Glen, tra Sprean Bridge e la punta occidentale del Loch Ness. Il Great Glen è una delle aree geologiche più interessanti della Scozia, una spaccatura che corre da Inverness a Fort Williams. Approfittando di questo spazio naturale, è stato costruito il Canale Caledoniano, che mette in comunicazione i mari a est e a ovest del paese. Un tempo era molto utile in quanto le navi erano più fragili delle attuali, e navigavano in acque meno profonde. Oggi non è più così, ma il canale rimane. Qui l’acqua si divide in più laghi, ognuno con il suo nome preciso, come Loch Ness o il piccolo Loch Lochy, di fronte all’albergo.

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29 luglio
Sotto una pioggia battente, lasciamo il Corriegour Lodge per visitare Fort William. Qui il tempo ci concede una breve tregua, più che sufficiente a dare un’occhiata a una cittadina che non ha nulla di particolare salvo il lago, a portata di mano, moltissimi hotel e la natura lussureggiante che la circonda. Leggiamo che questo è, in effetti, il punto della Scozia più piovoso, ma che mantiene una posizione strategica e interessante per gli escursionisti, attratti dalla possibilità di poter praticare sia gli sport acquatici che le arrampicate sul Ben Nevis, la cima più alta della Gran Bretagna. In effetti è divertente pensare a un posto dove ci si può portare indifferentemente il costume da bagno o la picozza. Da Fort William parte un treno a vapore che arriva a Mallaig, la zona delle silver sands, e che pare sia stato reso famoso da un racconto o un film di Harry Potter: un’esperienza che ci è sfuggita.


Lasciamo Fort William, il prossimo obiettivo è attraversare Glen Coe, una vallata famosa per il suo fascino selvaggio e un po’ inquietante. Nell’omonimo paese troviamo il Visitor Centre, un interessante punto di partenza prima di inoltrarci nel Glen Coe.

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Qui viene spiegato in modo chiaro ed esauriente l’origine della Gran Bretagna, che milioni di anni fa era all’altezza dell’Equatore, nonché di questa zona, un tempo vulcanica e soggetta a eruzioni esplosive, poi modellata dai ghiacci dell’era glaciale. Nel Ben Nevis si riconosce ancora la Caldera. Il Glen Coe mantiene le promessa: poco dopo averlo imboccato, ci si trova in una gola stretta, circondata da cime alte e incombenti, coperte del velluto verde che qui sembra rivestire tutto. Sono le Three Sisters da un lato e l’Anoach Eagach dal’altro.

Poi lentamente la vallata si apre in una alternanza di spazi aperti, laghi e laghetti con piccole isole piene di vegetazione, cascate scroscianti, mentre le nuvole giocano a coprire e scoprire le cime. Non è facile raccontare una sensazione: qui, oltre alla bellezza, si respira l’armonia con l’universo e con le tante cose diverse che ci circondano.


Appena usciamo dal Glen Coe entriamo nella diversissima, ma altrettanto bella, zona del Loch Lomond e della riserva naturale del Trossachs. Il lago è il più grande della Scozia e si distende con sponde molto mosse, che formano piccole baie e apparenti cambiamenti di direzione. La riserva, più bassa di quanto visto fin’ora, non è meno bella, con una vegetazione più collinare, ma rigogliosa e variegata.

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Raggiungiamo il nostro Bed & Breakfast, una piccola villa bianca che ci ha riservato una cameretta semplice, ma deliziosa, e subito ripartiamo verso nuove avventure.
La prima tappa è Balloch, con il suo bel castello in pietra, purtroppo chiuso, e soprattutto il suo parco naturale che si stende fino al lago. Credo di non aver mai visto prima alberi così imponenti per altezza, grandezza del tronco, rigoglio della chioma, prati così ben curati, e un’estensione impressionante. Approfittiamo per dare un’occhiata anche al paese di Balloch, abbastanza banale, mentre per la cena andiamo a Drymen, posto più carino e divertente. Qui ceniamo molto bene al pub The Clachan Inn, uno dei più antichi di Scozia. Prendo zuppa di pesce scozzese e funghi alla crema.

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30 luglio
La prima tappa è Stirling, una cittadina non poco importante situata più o meno in mezzo tra Glasgow ed Edinburgo. A Stirling c’è il castello, consueto maniero in pietra che guarda la città dall’alto, e che serenamente decidiamo di non visitare, e soprattutto il quartiere medioevale, che corre con le vecchie mura di difesa “contro gli inglesi” e si arrampica fino al castello stesso. Dall’alto è bello ammirare la città e il suo panorama, e tra le targhe poste nelle strade, che raccontano la storia della città, ci sono alcuni aneddoti del passato davvero divertenti.


Lasciamo Sterling per giungere a Glasgow, penultima tappa del nostro tour scozzese. Grazie all’autostrada, arriviamo in poco più di mezz’ora, parcheggiamo l’auto e ci avviamo subito per visitare la città. Sono interessata alle opere di Charles Rennie Mackintosh, l’architetto ch ha saputo interpretare il rigore dello stile scozzese con la fantasia leggera dell’Art Nuveau. La città ha diversi esempi del suo lavoro, come The Willow Tea Room, the Glasgow School of art, e soprattutto The Lighthouse, una costruzione seminascosta che scopriamo quasi per caso (per fortuna ero preparata!).

L’edificio è stato ideato da Mackintosh come sede per un quotidiano, l’Herald, ma dopo che il giornale ha chiuso, è stato lanciato un concorso per la conversione dell’edificio, che oggi ospita mostre d’arte moderna, ma soprattutto un po’ di storia e di spiegazione dei progetti di Mackintosh, a Glasgow e fuori, e la possibilità di approfittare della sua forma, un faro, per arrampicarsi sulla cima e guardare la città dall’alto.


Dopo questa visita mi dichiaro soddisfatta per quanto riguarda l‘architettura Art Nuveau. Proseguiamo verso il fiume Clyde, perché in ogni città dove c’è un fiume, questo va visitato, poi verso il Glasgow Green, un enorme e bellissimo parco che i cittadini amano molto. Oltre ai bellissimi prati e agli alberi secolari, il parco ospita il People’s Palace, che ospita il museo della storia di Glasgow e un piccolo orto botanico, e l’ex fabbrica di tappeti Templeton, oggi non più usata come tale, un edificio in mattonelle policrome, quantomeno curioso.


Dal Green, a sud, ci portiamo a nord per una visita alla Cattedrale dedicata a Saint Mungo, patrono della città. E’ l’unica cattedrale scozzese sopravvissuta alla Riforma, e ben si apprezza il valore della sua età originale. L’interno è scandito da archi a sesto acuto che corrono per tutto lo spazio, dalle vetrate dipinte, alcune molto belle, dall’altare posto in posizione sopraelevata e quasi staccato dal resto della chiesa, fino alla cripta, dove riposa il santo. Una visita molto interessante.


La città è piccola, in pochi minuti rientriamo verso l’hotel, il deludente Rab Ha’s, e ci prepariamo per la cena, al pub dell’albergo. La cena è ottima (muscoli e tacos, scozia e messico), così come è ottima la birra Tennents, ma abbiamo la sgradita sorpresa di vederci addebitare 10 pounds come sostegno della festa del quartiere! Finiamo la giornata con un’ultima passeggiata per Glasgow, a conferma che è veramente molto piccola.

31 luglio
Lasciamo senza rimpianti Glasgow e ci mettiamo subito in viaggio verso Edimburgo, l’ultima tappa. Troviamo l’albergo (Sherwood Guest House), riconsegniamo l’automobile che ci ha fedelmente scorrazzato, e ripartiamo in visita. Entriamo nella Scottish National Gallery dove, a discapito del nome, di artisti scozzesi ce ne sono davvero pochi. In compenso, molti italiani (Raffaello, Lotto, Tiziano, Canaletto, Guardi, Tiepolo, persino Leonardo), molti francesi, e olandesi, alcuni impressionisti. Scopro delle vere chicche, quadri spesso citati, di autori sommi, sono qui: La cuoca di Bernardo Strozzi, I covoni di Manet, un ritratto di Gian Lorenzo Bernini fatto dal genovese Baciccia (!), la famiglia Lomellini, noto nome genovese, opere di Luca Cambiaso, Procaccini e altri. La visita è lunga, ma davvero piacevole, forse ci richiede un po’ più tempo del previsto, perché qui tutto chiude presto ed è meglio correre.

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Ci dirigiamo al Castello, dove entriamo appena, e solo per scattare qualche fotografia, poi scendiamo lungo il Royal Mile. La strada più nota di Edimburgo ha ben ragione della sua fama, non solo per i numerosi negozi di lane e tartan, ma per i numerosi monumenti che vi si incontrano. Ci fermiamo alla cattedrale, dedicata a St. Gilles: la facciata e il campanile gotici introducono a un interno meraviglioso, con archi a sesto acuto che si rincorrono, vetrate bellissime, e le bandiere dei vari clan scozzesi appesi alle pareti laterali.

 

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William Wallace

Proseguendo lungo il Royal Mile si incontrano numerosi palazzi di sicuro interesse, dimore storiche oggi sede di musei, dell’Università, di raccolte per il pubblico.

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Nel percorso ci imbattiamo nel Fudge shop, negozio di cui avevo sentito parlare, che vende SOLO fudge. Impossibile resistere, ne comperiamo un congruo assaggio. Continuiamo fino alla sede del Parlamento Scozzese, purtroppo visitabile solo a porte chiuse. Una curiosità per capire un po’ dell’amministrazione locale e del progetto architettonico di Enric Miralles e Benedetta Tagliabue datato 2004.

Di fronte al Parlamento si aprono due scenari completamente diversi: da un lato la città si interrompe completamente e diventa una verdissima collina, e dall’altra si apre Holyroot House, la residenza della Regina quando è in visita a Edimburgo. La visita è accurata e molto interessante, vediamo le stanze interne fino alle camere da letto del re e della regina, e infine gli appartamenti di Maria Stuarda. Gli arazzi, i soffitti decorati a stucco, gli arredi sono, inutile dirlo, grandiosi, ma penso che la cosa più interessante e divertente sia proprio immaginare qui la famiglia reale, impegnata nelle attività consuete, e riconoscere gli ambienti dove si sono svolti alcuni momenti famosi (la visita di Papa Benedetto XVI, l’investitura di cavaliere a Sean Connery e Gordon Ramsey). Intanto impariamo che l’ordine più importante in Scozia è quello del cardo, fiore che si incontra spesso anche nei giardini di Edimburgo.

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Quando usciamo, la dimora è chiusa. Rientriamo in albergo per una doccia, e ceniamo bene in un altro pub storico, The Old Bell Inn (io, Ceasar Salad poco scozzese con salmone molto scozzese, e patatine fritte).

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1 agosto. Con calma e tranquillità raggiungiamo il centro di Edimburgo e, con il comodo ed economico autobus n. 100, arriviamo in aeroporto.heathers.jpg

(25 luglio – 1 agosto 2017)

 

La Maremma di ieri e di oggi

 

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La riunione di un gruppo di “vecchi” compagni di viaggio (vecchi solo perché già avvezzi alla precedente, reciproca compagnia) ha visto come sfondo la Maremma toscana.

E’ indispensabile essere più precisi, e mi piace esserlo: in Italia la concentrazione di cose belle, interessanti, tesori artistici, paesaggi esclusivi, è così alta, in pochi chilometri si trovano così tante cose da visitare che la definizione “Maremma toscana” non è corretta. Per tre giorni abbiamo girato in lungo e in largo la zona prospiciente al mare, i paesi medioevali che sorgono sulle alture, per difendersi dalla malaria, le abbazie adagiate tra gli ulivi, e la costa affacciata sull’Arcipelago Toscano. Pochi chilometri quadrati, tanta storia e arte.

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L’incontro con Carla e Franco è cordialissimo: non ci vediamo da un anno e mezzo, ma non sembra proprio. Ci accolgono nella loro bella casa immersa nel verde, tra gli ulivi e i fiori, e non solo ci riservano uno spazio esclusivo, ma ci fanno trovare una succulenta cena di benvenuto innaffiata da uno squisito Brunello di Montalcino.

La mattina dopo la compagnia si riunisce al gran completo: Gianfranco e Anna, Christiane e Franco, Carla e Franco, noi, i due Paoli. Teatro dell’incontro è Massa Marittima che, a scapito del nome, è ben lontana dalle spiagge. Dopo l’abbraccio collettivo, ci perdiamo nell’ammirazione di questa bellissima località: elegante, austera, perfettamente conservata, ha il suo fulcro nella piazza dove si affaccia la Cattedrale, insolitamente non allineata con gli altri edifici. Gli antichi edifici contribuiscono a dare solennità e armonia all’insieme, ma la vera star è proprio la cattedrale, grandissima, sopraelevata, con una piazza nella piazza che diventa palcoscenico naturale. L’interno è spoglio come si conviene a una chiesa gotico-romanica, salvo una dolcissima Madonna di Duccio da Boninsegna.

Dalla Cattedrale ci avviamo verso la parte alta della città, per arrampicarci sulla Torre del Candeliere e osservare dall’alto il panorama che si stempera nella campagna fino a raggiungere il mare. La caratteristica di questa costruzione, la cui parte inferiore, originale, risale ancora al XIII secolo, è il possente Arco Senese, oggi passeggiata panoramica, ma in origine costruzione dominante sulla città sottomessa.

Proseguiamo poi con una bella e rilassante passeggiata intorno alle antiche mura difensive, già immersi nel morbido verde della Toscana. Massa Marittima ci saluta con l’immagine dell’albero della fecondità, un dipinto che non ha bisogno di spiegazioni.

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Sulla strada per Montesiepi incontriamo vecchie miniere di ferro in disuso, dove il materiale rimasto si mostra nelle diverse combinazioni di ossidazione e in combinazione con altri elementi. Il risultato è una collina stemperata in tante tonalità diverse: grigio, rosso, verde, giallo …

 

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Prima di raggiungere la prossima meta culturale, ci concediamo un piccolo break mangereccio in mezzo alla campagna, dove assaggiamo squisiti crostini su pane toscano.

 

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Galgano Guidotti era un nobile cavaliere della zona che, nel lontano 1180 (circa) improvvisamente decise di rinunciare alla vita mondana. A suggello di questo fatto, prese la sua spada e la piantò nella roccia, dov’è rimasta fino ai nostri giorni. Successivamente, intorno a questa Excalibur italiana è stata costruita una cappella di forma cilindrica, circondata da una originale cupola a fasce cromatiche alternate: la Rotonda di Montesiepi. La cappella adiacente, datata 1300, conserva degli affreschi, molto deteriorati in verità, attribuiti ad Ambrogio Lorenzetti.

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Dopo questa chiesina raccolta e intima, ci spostiamo a San Galgano. Come si può raccontare una basilica medioevale interamente in pietra e mattoni, grandissima, che ancora conserva perfettamente la sua struttura perimetrale, le navate interne, le colonne, la facciata imponente, le finestre a sesto acuto, ed è completamente vuota e senza tetto? Conserva la solennità dell’edificio religioso, e ha insieme la magia di qualcosa che, nel perdere la sua funzione originaria, si è trasformata in un monumento che sembra non appartenere a questo mondo. Le aperture sembrano cornici al paesaggio esterno, mentre gli aspetti decorativi sono curiosamente molto ben conservati. Intorno, l’ordinata campagna toscana con i suoi olivi secolari, i cipressi, le viti. Per osservarla ancora meglio e dall’alto, ci spostiamo sulla rocca, strategico punto panoramico. Scendere dalla rocca è ancora un tuffo nel medioevo, in mezzo a percorsi pedonali, scale acciottolate e giardini fioriti.

La prossima tappa è Roccatederighi, dove hanno casa Christiane e Franco: un rifugio tranquillo che esplode in un grande giardino soleggiato, pieno di alberi e fiori.

E’ un paese medievale dove le case mantengono la struttura originale in sasso, e alcune costruzioni sembrano sorgere direttamente dalla roccia, rivelando un’insolita perizia nei costruttori. Il percorso nel centro è solo pedonale, su vicoli lastricati in pietra e in mezzo ai giardini fioriti. E’ un posto molto tranquillo, salvo durante l’annuale festa denominata “Medioevo nel Borgo”, durante la quale le tre contrade si incontrano e si scontrano. L’evento attira migliaia di persone che affollano le strade.

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Il giorno successivo abbiamo appuntamento a Civitella, un borgo che conserva quattro porte di ingresso. Nonostante siano solo quattro, riusciamo a non centrare il punto di incontro … poco male, grazie ai telefoni cellulari, ormai non si perde più nessuno.

Assaporiamo la bellezza di Paganico, elegante centro posto in uno strategico punto panoramico (forse un tempo si sarebbe detto, difensivo) e proseguiamo per S. Angelo in Colle e il suo straordinario castello. Siamo ormai a Montalcino, quindi l’enoteca all’interno offre, oltre a una bella selezione di vini diversi, una grande quantità e varietà di Brunello e Rosso. Altrettanta varietà sta nei prezzi, che arrivano a diverse centinaia di euro.

Montalcino ci accoglie con la sua altissima torre che pare appoggiata alla costruzione un po’ asimmetrica a fianco.

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Facciamo un bel percorso nel centro storico, in mezzo a botteghe artigianali e vinerie, sotto gli austeri palazzi medievali. E’ una cittadina vivace, posta anch’essa un po’ in alto, e dalla quale si occhieggia, tra le case, scorci della campagna intorno, fatta di ulivi e cipressi.

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Per pranzo scegliamo dei semplici ma gustosissimi panini, che mangiamo in un improvvisato pic nic davanti all’Abbazia di S. Antimo. Ancora una volta ci troviamo davanti a un monumento imponente e di grande bellezza che si erge, solitario, in mezzo alla campagna. La chiesa romanica risale al XII secolo, sebbene molti interventi siano stati fati nei secoli successivi, e il santo a cui è dedicata l’abbazia è un martire cristiano vissuto nel IV secolo. Qui però non c’è abbandono: S. Antimo è abitato e vissuto da una comunità di monaci che ne seguono il canone, si dedica alla preghiera e alla cultura del Canto Gregoriano, che qui è praticato e insegnato. Il giardino e l’uliveto sono perfettamente curati, mentre i giovani sono i benvenuti e hanno spazi dedicati.

La campagna intorno è di una bellezza quasi struggente, forse dovuta anche alle tante tonalità di verde, mai eccessivo, ma intenso e spesso virato al grigio e all’argento. L’interno della chiesa è spoglio, solenne, austero, un invito al raccoglimento e alla contemplazione. Di fronte all’Abbazia, un piccolo giardino con alcuni ulivi secolari, delle sculture viventi, con i tronchi contorti e nodosi.

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Ci spostiamo a S. Quirico d’Orcia, e la località è annunciata da un piccolo girotondo di cipressi. Qui, ahimè, ci sorprende la pioggia. Per fortuna i paesi medievali sono ricchi di portici e arcate, abbiamo così modo di ripararci e aspettare che il tempo migliori. In centro visitiamo la Collegiata, che ha un bell’altare barocco, ma soprattutto la chiesa di Santa Maria Assunta, un vero capolavoro di equilibri architettonici, con i bei portali. Il paese è noto anche per gli Orti Leonini, bei giardini curati dove, al momento, sono esposte alcune installazioni contemporanee. Percorriamo tutta la strada principale, dove si affacciano numerosi edifici che conservano molto della loro origine medievale, fino alla chiesetta di S. Francesco

L’ultima tappa della giornata è Bagno Vignoni, dove una sorgente leggermente sulfurea e calda, già nota ai Romani, alimenta ancora oggi percorsi acquatici che sfociano in piccole, ma ripide cascatelle fino a valle, e a un grande bacino allagato all’interno del paese, attorno al quale si affaccino bellissimi edifici storici. E’ davvero insolita questa piscina naturale che, con le sue acque placide, fino a non molto tempo fa offriva a tutti la possibilità di un bagno terapeutico nelle sue acque. Poco lontano, i depositi calcarei hanno dato origine a una piccola Pammukale.

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Ci allontaniamo da questa zona più interna per tornare verso il mare, dove tutti abbiamo la base. La campagna toscana ci abbraccia ancora con i ritmi ordinati delle sue colture, e mentre il sole tramonta e il cielo si tinge di rosa, i tanti borghi sulle alture cominciano ad accendere le luci, diventando tanti piccoli presepi illuminati.

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La serata si chiude con un’ottima cena a Braccagni, dal simpatico Re Sugo.

Oggi, ultimo giorno insieme (ma già due protagonisti ci hanno abbandonato: Anna e Gianfranco, rientrati a casa per festeggiare il compleanno della figlia), vista la bellissima giornata, decidiamo di comune accordo di andare in spiaggia, e precisamente a Cala Violina, un angolo raccolto che si raggiunge dopo una breve passeggiata in mezzo ai pini e ai lecci. Potevamo chiedere di più? Acqua trasparente, sabbia morbida, sole splendente, temperatura perfetta. Tante chiacchiere e ancora il piacere di stare insieme.

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Alla prossima, presto!

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Favignana, la prima volta alle isole Egadi

13 settembre 2016 – La sveglia è alle quattro, ma dopo il tragitto fino a Bergamo, il volo Bergamo-Trapani con Ryanair, un po’ di transfer e l’aliscafo, arriviamo a Favignana al villaggio Punta Longa all’ora di pranzo. Il posto è molto accogliente, poche casette nel verde ben affacciato sul mare.DSC00452.JPG

Per una prima esplorazione in zona ci fermiamo a mangiare in un piccolo chiosco proprio sugli scogli. La scelta dei piatti non è entusiasmante, il conto salato. Assaggiamo il mare della splendida baia di Marasolo, dove i colori dell’acqua hanno tutte le sfumature dell’azzurro, poi in bicicletta tentiamo di raggiungere Cala Azzurra, ma è troppo lontana. Andiamo nel paese di Favignana a fare qualche acquisto alimentare, e ci torniamo la sera per la cena nel ristorante La Lampara: porzioni abbondantissime, qualità un po’ deludente.

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14 settembre – Dopo una buona e abbondante prima colazione, decidiamo di passare la mattinata nella spiaggia di Marasolo. Le sue acque trasparenti, turchesi e cobalto, leggerissime, sono un invito a tuffarsi continuamente. In più, forse grazie al livello di salinità, l’acqua è di straordinaria leggerezza. Un pranzo leggero, poi ci attende la barca di Vito Sinagra per portarci a fare il tour dell’isola. Favignana è un’isola molto varia, le coste alternano strapiombi a picco sul mare dove si riconoscono le vecchie cave di tufo, microscopiche spiaggette nascoste in mezzo a scogliere impervie, lingue di roccia che si allungano sul mare. Il fondo sabbioso e chiaro permette alla luce di giocare con tutte le tonalità’ dell’azzurro e del blu, e il mare è irresistibile.  Il giro dell’isola dura circa quattro ore, intervallato da numerosi tuffi nelle baie piú belle. Alla sera, cena sul terrazzo a base di arancini, una prelibatezza!

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15 settembre – Mi alzo presto per fare una passeggiata in zona, esplorare i dintorni e vedere l’alba. Il sole si apre un varco tra le nuvole e l’umidità notturna, e comincia a splendere. La giornata sarà poi delle più variabili, anche con una spruzzata di pioggia, ma ancora pienamente estiva.

Dopo colazione facciamo tutti insieme una tappa nel paese di Favignana dove assaggio il latte di mandorla. L’approfondimento gastronomico rientra nella vacanza! Ci spostiamo dietro gli stabilimenti della tonnara per fare il bagno … in porto. C’è una piccola e incantevole baia protetta, quasi inaccessibile per l’irregolarità degli scogli, dove l’acqua è molto calma e i colori stupendi.DSC00630.JPG

Lasciamo il gruppo degli amici, facciamo un po’ di spesa in paese e torniamo a casa per un pranzo veloce. Dopo pranzo c’è tempo per un bel bagno e sole sugli scogli di Calamone.

Nel tardo pomeriggio ci attende la visita della tonnara. Per molto tempo gli abitanti dell’isola si sono sostenuti solo con la pesca del tonno rosso, vera e rara prelibatezza. La tonnara di Favignana è la versione industriale di questa pesca: costruita e fondata nel XIX secolo dalla famiglia Fiorio, è stata per circa 150 anni un simbolo noto in Italia e all’estero e un’attività in grado di dare lavoro a tutti gli abitanti dell’isola, uomini e donne. Dopo la caduta in rovina della famiglia la tonnara è stata acquistata dalla famiglia Parodi di Genova, che è riuscita a farla funzionare fino al 1982, anno della chiusura definitiva. Di questa gestione mi piace ricordare l’iniziativa della moglie del titolare, che aveva pensato a creare asili nido all’interno della struttura, per permettere alle operaie di lavorare senza troppe difficoltà anche con bimbi molto piccoli. Ovviamente erano previsti i permessi per allattare.

 

Oggi la pesca del tonno rosso si fa con metodi più sofisticati e invasivi, al limite della sostenibilità. Basta pensare che vengono preferiti animali giovani perché più piccoli, mentre qui si pescavano pesci adulti che già si erano riprodotti molte volte. Il tonno rosso va quasi tutto in Giappone e nei ristoranti giapponesi per la preparazione del sushi, mentre quello che troviamo comunemente in scatola è il meno pregiato pinna gialla.

Oggi la tonnara è stata convertita in un museo, dove si possono visitare gli ambienti un tempo destinati alla preparazione del tonno, dal rimessaggio delle barche utilizzate per la pesca a tutti i passaggi necessari dalla cattura all’inscatolamento. Molto toccante e interessante è il filmato finale, un inedito dell’Istituto Luce datato 1926-1934 che illustra tutte le fasi, dalla posa delle reti della tonnara alla mattanza, all’arrivo dei tonni in fabbrica.

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Cena leggera sulla terrazza del nostro piccolo bilocale, per finire con la gradita visita di Mrs and Mr Puppi che passano a fare due chiacchiere.

16 settembre – Già dal mattino abbiamo voglia di provare la Praia, ovvero la bella spiaggia di sabbia del paese di Favignana. Porto per porto, tanto vale stare comodi. Prima però attraversiamo il litorale del paese per raggiungere palazzo Fiorio e visitarlo.

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Oggi questa elegante e imponente dimora ospita l’info-point di Favignana, ma è permesso fare un giro in una parte degli spazi interni, dove sono allestite mostre diverse (tra tutte, Un mare di colori), e nel bel giardino piantumato che si affaccia sul mare. Ritorniamo alla spiaggia, di sabbia morbida e dorata, piacevole sulla pelle. Tira un bel vento di scirocco che rende facile sopportare il sole torrido. Nel primissimo pomeriggio affrontiamo la salita del Monte S. Caterina, in cima al quale c’è una costruzione diroccata che denuncia un passato variegato. Si trova sulla cima più alta di Favignana, ed è raggiungibile molto facilmente, sebbene un po’ faticosamente, attraverso un percorso che alterna le scale e i percorsi in salita. Il vento ci aiuta a non sentire il calore, e nello spazio di circa un’ora siamo finalmente in cima. Da lassù la vista è, come si dice, mozzafiato. Si identifica bene la forma a farfalla dell’isola, le baie che ormai conosciamo, con sullo sfondo i profili di Levanzo e della più lontana Sicilia. Discendiamo, non senza fatica, appena in tempo: la cima sta per nascondersi in mezzo alle nuvole. Rientriamo a metà pomeriggio per cambiarci e prepararci, in vista della cena al ristorante La Bettola: ottimo cous cous di pesce.

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17 settembre – Ho voglia di visitare il Lido Burrone, la spiaggia di sabbia più grande dell’isola. In effetti è abbastanza grande e ci sembra molto affollata, visto che ormai abbiamo tarato gli occhi con le splendide solitudini degli scogli. In realtà c’è posto per tutti, e ci godiamo anche un bel bagno nel mare un po’ mosso, dove l’acqua è resa meno trasparente dalla sabbia sbattuta dalle onde.

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Il pranzo è a Cala Cavallo, in una piccola trattoria nascosta nel verde, gestita da toscani. Io assaggio la parmigiana di tonno, buona ma non molto originale. Il pranzo ci condiziona per molte ore, ma prima di rientrare facciamo un tuffo nell’incantevole piccola baia di San Nicola, dietro al cimitero. Proseguiamo verso il paese per qualche spesa, e poi a casa. Lo splendido tramonto ci invita a fare un ultimo, veloce tuffo a Marasolo. Per cena, un arancino molto goloso, con tonno, pistacchio e pomodoro fresco.

18 settembre – La giornata comincia serena, poi si rannuvola, poi si rasserena ancora. Meglio per me passare la mattinata a Marasolo, in splendida solitudine (o meglio, in compagnia della lettura) con frequenti nuotate rinfrescanti. Dopo un pranzo veloce a base di frutta, mi sposto su una splendida spiaggetta tra Calamoni e Lido Burrone, sabbiosa, poco frequentata e con un mare trasparente, turchese. Il pomeriggio si conclude con un aperitivo al Kiosco di Marasolo, dove mi innamoro del panino “Cala Azzurra”, farcito con pesce spada affumicato, melanzane e pistacchi. Divino si può dire di un panino?

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La serata si conclude in bellezza, con l’allegro e virtuoso concerto all’aperto offerto dalla Banda di Favignana presso la vecchia tonnara.

19 settembre – Oggi la giornata è particolarmente ventosa, sebbene abbastanza serena. Faccio la mia corsetta mattutina che mi permette di vedere l’alba, quindi facciamo un giretto per il centro del Paese per rivedere bene quanto già noto e provvedere a un po’ di spesa. Rientriamo a “casa” e andiamo subito sugli scogli davanti a Punta Longa, abbastanza comodi perché piatti, dove l’acqua è ancora una volta bellissima, leggera e trasparente. L’aria comincia a non essere più così calda, meglio approfittare dell’ora centrale della giornata per fare qualche tuffo. Dopo un pranzo leggerissimo preferisco terminare il pomeriggio sulle sdraio della piscina, più comode e più calde. Alla sera ci accoglie per la seconda volta il ristorante La Bettola, dove continuo il mio approfondimento gastronomico: busiate con pesto alla trapanese, ottime, e caponata di melanzane, superlativa. Prima però facciamo un giro nella Favignana “vecchia” con le case di tufo e i giardini ipogei spontanei.

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20 settembre – Oggi affittiamo uno scooter, per poter fare comodamente il giro di tutta l’isola e ammirarne ogni angolino. La prima tappa è Cala Azzurra, affollatissima (ma come fanno in piena estate?), poi le scogliere impervie del Bue Marino con le sue grotte che sembrano tempi egizi, e Cala Rossa. Il mare qui non finisce di incantarmi. Le parole non bastano per descriverne i colori. Purtroppo, le possibilità di accesso sono poche e molto impervie.

 

 

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Riprendiamo il percorso litoraneo dallo Scalo Cavallo, e da lì arriviamo in paese, per una spesa veloce. Dopo un leggero spuntino ci avviamo verso il Faraglione, dove ci aspetta il resto della compagnia e dove facciamo il bagno in una microscopica, incantevole baia ben riparata. Rientriamo dalla costa orientale con una tappa al faro di Punta Sottile, poi la Cala Grande con la sua vasta pineta, fino alla meravigliosa Cala Rotonda. Un ultimo sguardo alla spiaggia Pirreca prima di ripassare sotto il Monte Santa Caterina e rientrare.

 

Il mare rappresenta il punto di forza di Favignana, per i suoi colori mai uguali e per il fascino di una costa aspra, forte, ricca delle tracce del reciproco rapporto. Forse, quando si visita l’isola, si pensa meno al suo interno, che è altrettanto difficile, ma vario e molto particolare. Favignana è ricca di acqua, e questo aiuta le colture, in particolare della vite e del fico d’India, e l’insediamento urbano. Nei vasti spazi pianeggianti delle due ali della farfalla sono numerose le case di tufo, dalla forma squadrata e spesso a un solo piano, intonacate di bianco, con giardini rigogliosi e fioriti di bouganville viola e plumbago azzurri. Nella parte occidentale sono numerosissimi i giardini ipogei, molti spontanei, altri più condotti, che nascono all’interno delle vecchie cave di tufo, oggi abbandonate: piante fiorite e frutteti nascosti agli occhi meno attenti. Uno spettacolo inatteso e affascinante, una immagine forte di vita che nasce e cresce dove meno te lo aspetti.La cena è a casa, formaggio locale, olive, pomodori, fichi d’India e dolci siciliani, cena da re.

alba

alba e finocchietto selvatico

21 settembre –  Oggi è il primo giorno di autunno, ma qui siamo ancora immersi nell’estate piena. Se non fosse per le giornate un po’ più corte e l’aria che incomincia appena a rinfrescarsi, potremmo illuderci di essere in luglio. La fine della vacanza però si avvicina, è il caso di dare un’occhiata in giro: andiamo a Levanzo.

 

La piccola isola è ben visibile dalle coste di Favignana, sembra di toccarla, bastano infatti dieci minuti di aliscafo per raggiungerla. Ci accoglie incantevole, una piccolo presepe di casette bianche, ordinate e pulite, che guardano il piccolo porto dove, sull’acqua cristallina, dondolano piccole imbarcazioni. Chiediamo qualche informazione per capire come muoverci: andiamo a sinistra, in direzione del faraglione. Scopriamo una bella passeggiata un po’ in alto rispetto al mare schiumeggiante, in un percorso prima asfaltato, poi sterrato, infine in un sentiero pietroso che si arrampica dolcemente e, a un certo punto, rientra un pochino per passare in mezzo ai pini, senza però mai perdere di vista il mare. La passeggiata è piuttosto lunga, ma non faticosa, anzi, molto piacevole, e quando meno ce lo aspettiamo arriviamo all’altezza della Grotta del Genovese.

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Da qui la strada per il ritorno al paese è facile, ben lastricata, e in discesa. Quel poco del territorio interno di Levanzo che vediamo ci mostra un’isola arsa, ricca di macchia mediterranea, con qualche isolata e bella costruzione. Rientriamo in paese per prendere una granita e continuare poi la passeggiata litoranea nell’altra direzione, fino a Cala Fredda, dove godiamo della vista, ancora una volta, di un angolo roccioso che si tuffa nel mare meravigliosamente trasparente.

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Purtroppo ci aspetta l’aliscafo per il ritorno, faremo un bagno dagli scogli a Favignana. Alla sera, ottima cena al ristorante Due Colonne, con Danila e Paolo.

22 settembre – E’ l’ultimo giorno che passiamo a Favignana, domattina l’aliscafo ci aspetta poco dopo le 10 per portarci a Trapani, sulla terraferma, a casa … L’isola ci saluta con una giornata perfetta, serena, calda, appena ventilata, e il mare è calmo e così azzurro che sembra non volerci fare andare via. Mattina e pomeriggio sono dedicati a lunghi bagni e nuotate e ad altrettanto lunghe ore in spiaggia o sugli scogli a prendere il sole. E’ anche la giornata della raccolta del finocchietto selvatico, speriamo di riuscire a conservarlo e a usarlo. La cena consiste in un aperitivo e un panino “Cala Azzurra” al kiosco di Marasolo, ma l’ospite d’onore è il meraviglioso tramonto che si propone, come uno spettacolo inedito e irripetibile, e accompagna la nostra ultima serata, tutti insieme, a Favignana.

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23 settembre – Sorpresa! La vacanza non è finita: abbiamo ancora una giornata a disposizione, visto che l’aliscafo ci deposita a Trapani alla mattina, e il nostro aereo partirà stasera tardi. Ci dirigiamo subito verso la funivia che, da Trapani, ci porta sul Monte San Giuliano, a Erice. Ci troviamo in una cittadina medioevale costruita in sasso e protetta dalle Mura Ciclopiche. Incontriamo subito il Duomo dell’Assunta, eretto in stile gotico trecentesco, nel quale entriamo attraverso il portale di ispirazione catalana. L’interno, che a prima vista sembra una scultura di crochet, a un più attento sguardo rivela la scarsa armonia con il contesto, è un’aggiunta recente. Molto bello il grande altare marmoreo che raffigura scene della vita di Cristo.

 

La nostra passeggiata prosegue tra stradine strette e case più o meno patrizie, ma la meta è la famosa pasticceria “Maria Grammatico”, nota per la qualità delle specialità siciliane.Rifocillati, proseguiamo arrampicandoci fino alla piazza dove si affacciano nobili palazzi, e dove spicca il ristorante Nuovo Edelweiss, un nome che non mi aspetterei di trovare qui.Accanto a semplici case in sasso dalla forma squadrata e tozza, ci sono case affascinanti con sinuosi balconi fioriti e portali sontuosi. Tra tutti il Palazzo Burgarella, dell’omonima famiglia di imprenditori. Furono importatori del tonno rosso, commercianti in sale marino, e tra i fondatori del Banco di Sicilia.Incontriamo il noto Centro di Cultura Scientifica intitolato a Ettore Majorana, e finalmente arriviamo al punto panoramico dove la vista è, come si dice, mozzafiato. Sotto di noi, il mare della Sicilia settentrionale e San Vito Lo Capo.

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Lentamente scendiamo, dobbiamo raggiungere la fermata del bus che ci porterà a Trapani.

Anche il capoluogo siciliano ci incanta per la sua bellezza. E’ una città piuttosto grande, purtroppo in buona parte allargata con un’edilizia dall’estetica poco curata, ma il centro storico è bellissimo. Chiese e palazzi barocchi si alternano, magnifici e imponenti, mentre il mare ricorda spesso la sua presenza.Ci fermiamo per assistere alla celebrazione di un matrimonio: si attende la sposa in una coreografia altrettanto barocca e ridondante.

Entriamo nella chiesa di San Giuliano, che vede la prima costruzione nell’XI secolo. All’interno, gli originali gruppi scultorei dei “Misteri”, che rappresentano la morte e la passione di Gesù Cristo, ognuno dei quali dedicato, e sostenuto, dai rappresentanti di una professione.

 

A Trapani si respira un’aria elegante e nobile come solo i popoli del sud sanno esprimere, e coniuga la bellezza ridondante del barocco con la riservatezza di ampie finestre ben protette dagli scuri e cortili fioriti nascosti dietro enormi portoni.

Non potevamo lasciare la Sicilia senza un ultimo arancino … e mentre ci avviamo verso l’aeroporto, il sole che tramonta sulle saline ci regala le ultime, meravigliose immagini di questa terra benedetta.

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(13 settembre – 23 settembre 2016)