Σαντορίνη, Κρήτη (Santorini e Creta)

Cattura

Ci sono uomini, in Grecia, con un profilo che sembra ricalcato da quelli incisi su affreschi dell’epoca minoica. Ci sono donne, in Grecia, con capelli così lunghi e folti, portati raccolti in trecce voluminose, che sembrano statue di marmo improvvisamente animate.
E’ una terra bellissima e sorprendente, che ho lasciato con il rimpianto di non averle dedicato abbastanza tempo, almeno questa volta.

25 giugno 2017
Dovevamo partire alle sei del mattino e avere già praticamente da goderci tutta la giornata a Santorini. Invece il volo è stato spostato di 12 ore, con ulteriore ritardo. L’aereo è piccolo e vola basso nelle perturbazioni, ma alla fine ce la facciamo: Santorini, eccoci!
L’hotel Tamarix del Mar a Kamari, è un sorprendente borgo bianco e azzurro appena dietro la strada, raccolto intorno alla piscina. In camera troviamo una fresca insalata e una bottiglia di vino a darci il benvenuto.


La camera è una mini suite molto bella e fresca, e dopo una notte un po’ breve, ma riposante, ci alziamo contemplando la luce esplosiva della Grecia, la leggerezza dell’aria, il caldo torrido del sole, il rigoglio delle bouganville.
26 giugno

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Santorini è tutta nera o rossa, nel caso qualcuno si dimenticasse che sta seduto su un vulcano attivo. Dai rubinetti esce acqua salata, è chiaro che il vulcano non prevede sorgenti di acqua dolce. Il contrasto tra i suoi colori scuri e quelli squillanti della vegetazione, l’azzurro del cielo, il blu del mare, oltre a questa energia silente nel profondo, ne fanno un luogo di insolito fascino e, obiettivamente, grande bellezza.
Oggi la giornata è interamente dedicata alla visita e perlustrazione dell’isola. Affittiamo una macchina (rossa) e partiamo subito. La prima tappa dovrebbe essere la visita della vecchia Thira, che tra l’altro è molto vicina a Kamari, ma oggi è lunedì ed è chiusa. Pazienza. Proseguiamo per la spiaggia di Perissa, un litorale lungo, nero e bollente con alle spalle una roccia verticale brulla e arida.

La spiaggia è un vero problema, già al mattino alle dieci è così calda che risulta quasi impossibile stare in piedi o sdraiati. In compenso il mare è trasparente e leggero, lì ci rinfreschiamo con un bagno dopo l’altro.
In verità a Perissa non c’è altro che la spiaggia, proseguiamo quindi verso Akrotiri per vedere la spiaggia rossa. Qui lo spettacolo comincia a farsi difficile da raccontare, tanto è suggestivo. La spiaggia rossa, che deve il nome al colore delle rocce che la compongono e la circondano, si raggiunge dopo un sentiero discretamente lungo, ma agevole, e si stende sotto una parete verticale rosso-nera, nella quale ancora si indovina il vulcano. Il mare, inutile dirlo, è trasparente e placido come un cristallo, e sembra quasi intimorito da questa roccia che conserva la forza del fuoco vulcanico.

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L’altro versante del promontorio che accoglie Akrotiri si affaccia sulla caldera, dalla quale spuntano i tre isolotti: Thirassia, Nea Kameni, Palea Kameni. Scopriremo poi che, contrariamente a quanto dicono tutte le guide, questo è il miglior punto di osservazione per questa voragine piena d’acqua che, dice la leggenda, forse ha inghiottito la mitica città di Atlantide.

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Proseguiamo il nostro giro verso Fira, la città più importante dell’isola. Bella e suggestiva con le sue case immacolate dalle pareti arrotondate, ma caotica e vanamente lussuosa come non ci saremmo mai aspettati.DSC01106.JPG

Facciamo un doveroso giro giusto per avere qualche termine di confronto, ma scappiamo volentieri in direzione di Oia. Siamo sulla punta più settentrionale dell’isola e, senza volerlo, cogliamo un momento magico: la cittadina è quasi deserta. Scopriremo verso sera che può riempirsi esattamente come Fira, ma nel frattempo la giriamo in lungo e in largo in compagnia di pochi turisti come noi. Case bianche, tetti azzurri esattamente come il cielo, piscine nascoste, scale e gradini, porte antiche e bellissime, bouganville rigogliose e invadenti, Oia è anche molto elegante.
Una birra in un piccolo bar ci permette di guardare un po’ il passeggio e goderci la caldera dal versante opposto rispetto ad Akrotiri. Passeggiamo ancora perlustrando altri angoli, scendendo e salendo molti altri gradini, qualche volta insieme agli asini, legittimi abitanti di questi percorsi, e finalmente viene l’ora di cena. Ci fermiamo in un piccolo ristorante con una bella terrazza panoramica e assaggiamo la zuppa di pesce di Santorini, mussaka e sarde al forno, tutto ottimo. E’ quasi l’ora del tramonto: andiamo a godercelo pienamente a Emeravigli, sopra Fira: siamo in prima fila per uno spettacolo che non dimenticheremo.

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Rientriamo verso Kamari, non è tardi e ci sta ancora una bella passeggiata sul lungomare.
27 giugno
Possiamo permetterci di non approfittare di questo mare perfetto? La spiaggia di Kamari è nera, ampia, molto ben attrezzata. Ci stiamo tutto il giorno, alternando lunghi bagni nell’acqua, che è fresca, leggera e molto salata, e soste al sole bollente che asciuga via tutta l’umidità dei mesi passati. Ci sono 42 gradi, ma non si sentono. La brezza soffia costante e misurata, un piacere continuo sulla pelle.
Ceniamo alla Taverna Sellada, un posto semplice, dall’aria tradizionale, con ottima cucina speziata. Torniamo poi sul lungomare per scoprire una Kamari notturna e modaiola, fatta di locali dalle luci soffuse e musica dal vivo spesso di scarsa qualità. Una forma di divertimento molto globalizzato ma, se funziona, hanno ragione loro. Del resto, per queste isole il turismo è l’unica risorsa. Detto questo, il bilancio è ampiamente positivo.
28 giugno
42 anni, e non posso dire di non sentirli. Anche ultime ore a Santorini, dedicate più possibile alla spiaggia e a infinite nuotate. Alle 15 lasciamo puntualmente il Tamarix del Mar e con il taxi raggiungiamo il porto di Athinios. Arrivarci è emozionante: dopo esserci arrampicati fino a Pyros, in vetta all’isola, si entra nella caldera e si scende per una ripida serpentina fino al mare, con la vista magnifica del piccolo arcipelago rimasto dopo l’eruzione e l’inquietante effetto nuvola del mare che, per il gran caldo, evapora, facendo immaginare ebollizioni profonde.

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La sala d’attesa del porto è costituita da lunghi muretti sui quali sedersi, posti sotto una tettoia per ripararsi dal sole e dal gran caldo. Non c’è quasi nessuno e si sta anche bene, ma siamo molto in anticipo, e piano piano arrivano pullman e taxi che scaricano altri viaggiatori, sia quelli diretti a Creta come noi, che i crocieristi attesi nei palazzi galleggianti che stazionano in rada. Per qualche attimo temo di non cavarmela in mezzo a tanta confusione, ma all’improvviso echeggia una voce, Iraklion! L’aliscafo sta arrivando e ci fanno raccogliere nella zona dell’imbarco. Questo si svolge in modo ordinato e tempi rapidissimi, ripartiamo con solo 15 minuti di ritardo sull’orario. Il mare, nonostante la fama delle Cicladi, è piatto, e alle sette sbarchiamo nel grande porto di Iraklion, nella grande isola di Kriti, tutt’altro contesto che la piccola Santorini. Già l’aria, pervasa da un’umidità tutta continentale, ci fa capire che, anche se un’isola, Creta non lo è così tanto. Dopo la sosta in hotel, il Capsis Astoria, sulla piazza della Libertà, la più centrale, facciamo un primo giro perlustrativo nella zona pedonale, sufficiente a orientarci, e mangiamo mussaka e pesce davanti al mare.
29 giugno
Grande festa a Roma, oggi, è San Pietro, e anche San Paolo, quindi tanti auguri a noi. Devo dire che ne sono arrivati tantissimi. Appena pronti, prendiamo il bus n. 2 che ci porta al palazzo di Cnosso. Credo che, a parte qualche pietrone qui e là, ci sia più ben poco di originale: molto è stato ricostruito dall’inglese Arthur Evans, che ne ha scoperto le rovine, mentre gli affreschi sono stati sostituiti con delle copie, gli originali sono al museo archeologico di Iraklion. DSC01225.JPGMa la ricostruzione in cemento armato, ben riconoscibile, aiuta moltissimo la fantasia nell’immaginare come doveva essere questo palazzo magnifico che oggi compie circa 3700 anni. La società Minoica, vera culla della civiltà europea, era molto evoluta sia dal punto di vista tecnico (le case erano fresche e arieggiate, l’acqua potabile arrivava all’interno, le fognature funzionavano perfettamente, l’igiene era una priorità) sia dal punto di vista politico e sociale. Il re Minosse (un titolo più che un nome proprio) aveva capito che un popolo che sta bene è pacifico e non si ribella, e quindi distribuiva equamente le risorse, assicurandosi pace e prosperità.DSC01238.JPG
Da Cnosso rientriamo a Iraklion e adiamo subito al museo archeologico: vogliamo vedere gli affreschi e i mosaici originali. Ci sono, ma la vera sorpresa è rappresentata dall’enorme quantità di oggetti di uso comune, e dai gioielli esposti. Arrivano da Cnosso, e da molti altri palazzi minoici sparsi nell’isola. Moltissimi pezzi potrebbero ancora valorizzare le nostre case, oggi, tanto sono eleganti ed essenziali, così come i gioielli, raffinatissimi.

DSC01251.JPGDedichiamo il tempo che ci rimane per capire meglio Iraklion. E’ una città abbastanza grande che, al di fuori del centro storico, è costituita da innumerevoli palazzetti non più alti di due o tre piani, dalla forma praticamente cubica, tinteggiati di bianco o di beige, e accatastati l’uno sull’altro senza un ordine preciso. In mezzo a questo caos, i monumenti ancora intatti costruiti dai veneziani intorno al 1500 spiccano senza fatica per bellezza ed eleganza.
Cominciamo da Koulé, la fortezza veneziana che guarda il mare, al limitare del porto. Una costruzione massiccia iniziata poco dopo l’anno mille, e recuperata dai Veneziani dopo la conquista della città, nel XVI secolo. La ristrutturazione da parte della Serenissima ha impiegato 15 anni prima di essere terminata (1525 – 1540), e conserva la possenza di un monumento voluto da una grande Repubblica Marinara, con elementi di delicata eleganza. Rientriamo in centro per ammirare la Loggia veneziana, oggi sede del Comune, la chiesa di Ayios Tio, patrono dell’isola, con un interno magnifico e la facciata nel più puro stile veneto, alla fontana del Morosini, e ci spingiamo fino alla chiesa di Santa Caterina, cattedrale della città, dove scopriamo che ci sono, prospicienti la stessa piazza, altre due chiese.DSC01282.JPG

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Ora c’è solo il tempo di rientrare per una doccia, andare a cena (sempre pesce!).

 

30 giugno
Oggi si cambia! Affittiamo una macchina (ancora rossa) e ci spostiamo verso ovest, a Rethymno. Lo consideriamo un punto di partenza per visitare l’estremità occidentale di un’isola lunga e stretta come appunto è Creta. Purtroppo l’albergo scelto ci delude un po’: è lontano dal centro, ha piscina e spiaggia private, ma della prima non so che farmene, mentre la spiaggia è poco attraente. Non solo, la nostra stanzetta porge sul retro, verso una strada di grandissimo traffico, molto rumorosa. Scopriremo poi che poche centinaia di metri più avanti comincia l’autostrada. Fa molto caldo, un caldo umido e appiccicoso, e nemmeno il mare aiuta, perché ha una temperatura mai sentita prima, tanto è elevata, e un aspetto stagnante, dovuto a frangiflutti posti al largo, che lo rendono ancor meno piacevole. Alla sera facciamo un giro nella città vecchia, che si riscatta con la sua bellezza caratteristica e i suoi negozietti, alcuni davvero originali e di qualità. Merita un approfondimento. Delizioso il vecchio porto, un angolino caratteristico con le casette dei pescatori tutte colorate che si riflettono nell’acqua.

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1 luglio
Eccoci in luglio! Lo accogliamo andando a visitare la spiaggia di Elafonissi, una delle più famose di Creta. Ci vogliono circa due ore, di cui una abbondante sull’autostrada che corre in riva al mare, offrendo scorci meravigliosi, e la seconda tagliando la montagna. Proprio quest’ultima parte, pur lunga per la situazione della strada piena di tornanti, è bellissima: si entra nella Gola di Deliana, dove la roccia si apre in verticale e la si attraversa tutta, in mezzo a fioriture spontanee, pinete festanti di cicale e macchia mediterranea. Alla fine, quando si rivede il mare, si percorre l’ultimo tratto in mezzo a migliaia di ulivi. E finalmente Elafonissi. Non ci sono le parole. La spiaggia bianca, il mare turchese in ogni gradazione, l’acqua placida e fresca, nemmeno una barca. C’è molta gente, ma lo spazio è tanto e ci stiamo tutti. Troviamo un ombrellone e due lettini dove stare comodi, e ci godiamo questo paradiso che sembra portarci direttamente ai tropici. Rientriamo pieni di sale e di sole. Alla sera ceniamo in camera, sul terrazzino rumoroso, e ci ristoriamo con tanta verdura e frutta fresca … e un goloso bombolone.

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2 luglio
Dedichiamo la mattinata alla visita di La Canea (per i veneziani del 1500), Xania (per i greci), Hania (per i turchi) la capitale morale dell’isola. E’ una città estesa, ma l’area interessante è quella antica, del porto e della zona immediatamente retrostante. Mi conquista subito, con i suoi vicoletti pieni di locali e negozi, ma anche tanti fiori che riempiono di colore e si affacciano da ogni angolo. L’area del porto, se da un lato rivela ormai la presenza di hotel senz’altro lussuosi, dall’altra mantiene la caratteristica di una corona di edifici affollati e attaccati uno all’altro, con facciate di diversi colori e tante finestre aperte alla luce. All’estremità c’è la fortezza, chiamata Firkas, oggi sede del museo navale, di fronte il faro veneziano, dall’altra parte la straordinaria Moschea dei Giannizzeri, Kioutsouk Hasan, la più antica di Creta. Oggi è sconsacrata e ospita mostre d’arte, ma all’interno si vede ancora chiaramente il mirhab.

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Arrampicarsi nel dedalo di stradine permette di scoprire sia l’influenza araba, riconoscibile dalle architetture geometriche e prive di ornamenti, sia quella, magnifica, veneziana, con porte e portali finemente modellati e ampie finestre incorniciate da modanature in pietra. Visitiamo anche l’interessante Sinagoga, Etz Hayyim, da poco ricostruita, e una bella chiesa ortodossa.
La mezza giornata è sufficiente per conoscere Xania, torniamo a Rethymno e terminiamo il pomeriggio placidamente in spiaggia. Peccato per il mare così caldo!
La sera, ottima cena da Lemonokipos, dove si mangia all’aperto sotto gli alberi di limone
3 luglio
Abbiamo dedicato l’intera giornata alla visita della laguna di Balos e della fortezza di Gramvoussa. Siamo andati fino al porto di Kissane dove, alle 10 e 40, ci siamo imbarcati non su una barchetta o un catamarano, ma una vera nave, che ha costeggiato tutta la penisola di Gramvoussa e ci ha scaricati, come prima tappa, nella laguna di Balos. La giornata è stata molto ventosa e il mare molto mosso, quindi i tempi di navigazione sono stati più lunghi rispetto alla regola, ma abbiamo fatto tutto. La laguna di Balos è, appunto, una piccola laguna di acqua salata che si raccoglie tra due spiagge bianche aperte, ma protette da una insenatura naturale. Il forte vento ha rinfrescato l’aria e reso possibile la permanenza e il passeggiare al sole per molte ore.

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La seconda tappa è stata dedicata alla fortezza di Gramvoussa, una costruzione di probabile origine turca posta in cima a un costone di roccia, su una isoletta pietrosa del piccolo arcipelago. Forse qualcuno ha raggiunto la cima e la fortezza, forse. Io sono rimasta tranquillamente seduta a bagnarmi nell’acqua trasparente e scaldarmi al sole nella piccola, bellissima spiaggia sabbiosa.
Il percorso di ritorno è stato anche più ballerino che all’andata, un po’ emozionante e anche molto divertente.
A conti fatti, siamo stati in giro per 12 ore. Alla sera, pomodori freschi e olive Kalamata mangiati sul terrazzo, piacevolissimo.

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4 luglio
Oggi è l’ultimo giorno a Rethymno, è il momento di visitare la città con un po’ di raziocinio. E’ una città universitaria, quindi con una parte nuova e anonima, ma la città vecchia è suggestiva e accogliente, con il dedalo di vicoletti che si incrociano uno nell’altro. Naturalmente è una città aperta ai turisti, e i negozi sono praticamente tutti dedicati a offrire souvenirs o prodotti locali. Come a Xania, la contaminazione tra architettura veneziana e araba è continua e senza regole: portali patrizi che si aprono su cortili meravigliosi, finestre grandi con terrazzi fioriti, o cubi di spessa pietra, freschi e razionali. Tra tutto questo, i monumenti più significativi sono la fontana Rimondi, con le teste di leone, la bellissima loggia, il museo archeologico con il magnifico portale e, a fianco, un arco decorato e, sulla grande piazza Andistasis, la moschea di Nerandzes, con il suo minareto altissimo.

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DSC01458.JPGAcquistiamo delle olive Kalamata da portare in Italia, e per puro caso, ci troviamo in un negozio ricco di storia: una ragazza albanese che parla perfettamente l’italiano ci racconta che, durante la ristrutturazione, è emerso uno spazio occupato in passato da una chiesa veneziana e, prima ancora, da un magazzino che i turchi usavano per olio e vino.
Ci dirigiamo verso il mare per rivedere il delizioso porto, quindi proseguiamo per costeggiare l’imponente costruzione della fortezza veneziana, posta sopraelevata, a guardia della città, contro i pirati e gli invasori dal mare. La fortezza sembra emergere dalla roccia, ed è curioso trovare su un lato a metà altezza, una piccola cappella ortodossa completamente scavata in una grotta.

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Nel pomeriggio, meritato riposo in spiaggia, a goderci la mareggiata, e a cena ancora sul terrazzo. Facciamo un’ultima passeggiata per riempirci gli occhi dell’ora del tramonto.
5 luglio
Eccoci arrivati all’ultima tappa del nostro viaggio. Siamo a Elounda, raggiunta dopo circa due ore e mezzo di auto in mezzo a piantagioni di ulivi, montagne di argilla e macchia mediterranea. Arriviamo dall’alto, con un panorama mozzafiato del doppio mare, diviso dalla sottile lingua di terra che caratterizza questo angolo. Elounda è tutta bianca, nuova, e si fatica un po’ a trovarne l’anima, ma è molto carina e vivace. Ha un grazioso porto turistico, una bella passeggiata in mezzo all’acqua, una bellissima spiaggia e tanti locali e negozi.DSC01480.JPG
Per oggi abbiamo girato abbastanza. Il nostro hotel, Elounda Krimi, è molto bello, e ci hanno riservato una stanza con una bellissima vista sul mare. La sera ceniamo molto bene alla Taverna Paradiso, con vista sull’acqua e silenzio totale.
6 luglio
Iniziamo la giornata con una bella colazione all’aperto. Andiamo poi al porto di Elounda per salire su una barca e visitare la fortezza di Spinalonga. C’è molto vento e il mare è un po’ agitato, ma la gita in barca è piacevole. La barca si chiama Margarita, ed è una piccola imbarcazione old style, tutta in legno. La fortezza si rivela una discreta delusione, non fosse altro per il prezzo di ingresso, esoso e inaspettato. Siamo ancora una volta dentro una costruzione fatta dai veneziani, poi occupata dai turchi, che presenta una particolarità recente, datata nel secolo scorso: fino al 1957 è stata zona di confino per i lebbrosi. La fortezza è possente, per quello che ne rimane e che è visitabile, e ci si chiede come e con che mezzi abbiano potuto realizzare una costruzione simile su un’isoletta come questa. La parte che ancora ricorda il soggiorno dei malati è piuttosto triste: piccolissime abitazioni, ormai semi distrutte, una piccola chiesa.
Rientriamo a Elounda e, con mio grande piacere, mi spalmo sulla bellissima spiaggia, davanti al mare incantevole (fresco, trasparente, calmo) e resto lì fino al tardo pomeriggio in pace e riposo assoluto.DSC01496.JPG
Alla sera decidiamo di cenare in albergo, ma non è una buona idea, sembra la cena di un villaggio turistico! Per fortuna la bella passeggiata fino al porto, costeggiando i laghi salati, ci riporta il buonumore

7 luglio
Se sul lato occidentale di Creta la spiaggia più nota e più bella è quella di Elafonissi, da questa parte si visita Vai: un angolo sabbioso preceduto da un fitto palmeto spontaneo, il più grande d’Europa. Si ha quasi l’illusione di essere ai tropici! Raggiungere Vai non è né breve né veloce: si percorre l’autostrada fino a Sitia, poi la strada incomincia a diventare più stretta, mentre il percorso aumenta il suo fascino: si entra letteralmente in mezzo ai monti, rigogliosi di vegetazione e, tra uno scorcio e l’altro verso l’azzurro, finalmente si ritorno al livello del mare, si incontrano le prime palme, ed eccoci!
Mare magnifico, perfetto per lunghe nuotate, sole bollente, brezza fresca e intensa, folla contenuta, una giornata perfetta, che suggelliamo con un’altra ottima cena alla deliziosa Taverna Paradiso.DSC01541.JPG

8 luglio
A parte il vento, ancora un po’ forte, la giornata è perfetta, e ce ne stiamo sulla spiaggia di Elounda godendoci il sole e tante nuotate. A metà pomeriggio ci prepariamo, vogliamo visitare Ayos Nicolaos, il centro più importante di questa zona. Purtroppo si rivela una delusione: completamente sparita ogni traccia di storia, oggi è infestato da costruzioni nuove, spesso molto alte, alberghi vistosi, negozi costosi con brutta merce, automobili e moto che sfrecciano ovunque, anche dove ci si aspetterebbe un po’ di tranquillità. Peccato, perchè paesaggisticamente è davvero bello e particolare, una specie di collinetta circondata per tre quarti dall’acqua, acqua che si insinua a formare un laghetto proprio al centro della cittadina.
Ceniamo molto bene al ristorante Pelagos, in un bel giardino riparato e sotto l’ombrello naturale di un’enorme bouganvillea.
Al ritorno verso Elounda, il mare scintilla sotto la luna piena.

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9 luglio
Siamo agli sgoccioli della vacanza, e il desiderio più forte è quello di godersi le ultime ore sulla bella spiaggia di Elounda. Ma c’è ancora qualcosa che dobbiamo vedere, l’antica città sommersa di Olous. Si trova proprio al di là del breve istmo di terra che collega Elounda con la brulla montagna di fronte. Tutto valorizza la visita: la passeggiata in riva al mare, i vecchi mulini in parte ristrutturati, i resti delle mura della città immersi nell’acqua, una piccola chiesetta ortodossa, e il bel mosaico con i delfini conservato all’interno di una basilica paleocristiana. Tutto questo in un contesto tranquillo e silenzioso, davanti al mare, circondato da pini marittimi e ulivi, dove le cicale non smettono di cantare. Scopriamo un piccolo ristorante sull’acqua, Kanali, e prenotiamo un tavolo per la sera.

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La giornata trascorre in spiaggia, o meglio, in acqua. La serata, un po’ ventosa, è però ricca di soddisfazione: Kanali è un’eccellente scelta, il menu a base di pesce è ottimo, e il servizio è essenziale, ma perfetto. Non potevamo essere più fortunati durante la nostra ultima serata a Elounda.
Rientrando in albergo, la luna piena ci illumina la strada.

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10 luglio
Oggi incomincia il viaggio di ritorno. Salutiamo l’hotel Elounda Krini, che ci stupisce con un piccolo omaggio di prodotti greci. Ci siamo organizzati e passiamo la mattina in spiaggia, ma nel primo pomeriggio ci mettiamo in marcia verso Iraklion. Salutiamo la nostra fida macchinina rossa, ci facciamo una doccia e torniamo a mangiare un’ottima cena greca in riva al mare, davanti a un tramonto che più bello non potrebbe essere.

tramonto
11 luglio
Ready, steady, go!

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København

COPENHAGEN
5 settembre 2011 – Atterriamo puntuali da Linate all’aeroporto Kastrup, poi con un comodo treno arriviamo in città. L’albergo, Scandic Palace Hotel, è sulla piazza del Comune, Radhuspladsen, ma soprattutto è astutamente vicino alla stazione, e all’estremità delle strade che portano in centro, Così possiamo liberarci presto delle valigie e iniziate l’esplorazione di Copenhagen. L’hotel è molto lussuoso e panoramico, possiamo così dare IMG_2323una prima occhiata ai tetti della città. Inoltre, in perfetto stile scandinavo, la stanza ci accoglie con un bel cestino per i rifiuti impostato per ricevere la raccolta differenziata.
Di fronte all’hotel sorgono i giardini Tivoli, all’interno dei quali c’è un grande luna park (che non ci interessa). Più interessanti le statue sulla piazza, con i suonatori di corno dall’aspetto decisamente vichingo, la fontana del drago, la statua di Hans Christian Andersen e soprattutto un curioso termometro sormontato da due immagini femminili, una con l’ombrello, l’altra in bicicletta. A seconda delle previsioni del tempo, le due “signore” si affacciano o si ritirano. Anche Copenhagen è una città dove, nonostante le temperature e l’umidità, le biciclette sono diffusissime.

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Imbocchiamo subito lo Strᴓget, la strada pedonale più famosa di Copenhagen, sia per lo shopping che per incrociare e unire i punti più belli. In realtà la definizione di Strᴓget riguarda tutto il lungo percorso di quasi due chilometri, diviso in tratti con denominazioni precise. Iniziamo da Frederiksberggade, primo tratto ricco di negozi curiosi. Tra tutti, vale la pena di ricordare Lego, per le sue costruzioni davvero geniali, e le Sorelle Grene per i deliziosi accessori per la casa. La sede dei magazzini H&M è un esempio interessante di art nouveau danese.

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IMG_2350Raggiungiamo Gammeltorv, la piazza vecchia, caratterizzata dalla Fontana della Carità, ma per me più interessante per il razionale palazzo progettato dal famoso architetto Arne Jacobsen; immediatamente adiacente c’è Nytorv, ovvero la piazza nuova. Tutta la passeggiata è comunque resa interessante dagli edifici storici e patrizi che si affacciano sul percorso, tutti accomunati dallo stile razionale e nordico.
La passeggiata, purtroppo disturbata dal tempo un po’ piovoso, prosegue fino ad Amagertorv, decorata da un’altra bellissima fontana con tre maestose cicogne in bronzo. In realtà pare siano aironi, ma i danesi amano molto le cicogne e quindi preferiscono credere che siano loro gli uccelli rappresentati. IMG_2365La piazza è splendida, un ampio slargo circondato da palazzi del 1600 e del 1700, tra i quali si distingue la sede delle porcellane Royal Copenhagen. E’ doveroso fare un acquisto.

L’ultimo tratto prima di raggiungere la zona del porto è denominato Ostergade. Qui sorge la chiesa sconsacrata dedicata a San Nicola: ha origini antichissime, medievali, ma un incendio l’ha praticamente distrutta del tutto ed è stata ricostruita in più riprese.

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Oggi è sede di eventi ed esposizioni. E’ in questo tratto che incontriamo una pattuglia di guardie reali, con il caratteristico colbacco, reduci dal quotidiano cambio della guardia.
Siamo finalmente a Nyhavn, la vivace e colorata zona del porto, con un continuo via vai di barche e le allegre facciate delle case che si specchiano nell’acqua. Ci regaliamo subito uno spuntino a base di smorrenbrod, il tipico pane integrale danese.

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Riprendiamo il percorso e incontriamo Amalienborg, residenza reale: si tratta di quattro armoniose costruzioni del 1700 che si affacciano su una enorme piazza ottagonale. L’insieme è davvero molto elegante e ci fermiamo un po’ ad ammirarlo. IMG_2400Attraverso i giardini reali raggiungiamo il mare, il tipico mare nordico placido come un lago. E proseguiamo la passeggiata fino a incontrare la famosa Sirenetta. Questo personaggio, che da lontano sembra essere il simbolo della città, in realtà si rivela una piccola statua abbastanza insignificante sistemata su uno scoglio, in un angolo un po’ estremo della città.

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Il percorso stesso ci conduce al Kastellet, ovvero quanto resta di un’area fortificata messa, nel lontano 1600, a difesa della città, dal mare. Oggi l’area mantiene la sua forma pentagonale, e si cammina sui prati, in mezzo al verde, respirando l’aria placida del mare vicino, che alle volte si insinua tra la vegetazione. All’interno, alcuni edifici originali e l’ultimo mulino a vento di Copenhagen.IMG_2420
Appena lasciato il Kastellet, e rientrando verso il centro della città, si attraversa il quartiere Nyboder, eretto nel XVII secolo nel piano di espansione della città, e voluto dal re Cristiano IV per il personale della Marina. Le case sono molto particolari, evidentemente mantengono le caratteristiche originali, e si alternano a spaziosi capannoni. Tutto il quartiere è nello stesso tempo vivo, ma molto tranquillo, con biciclette disinvoltamente in attesa del proprietario, piante e rami fioriti che si arrampicano sulle facciate, ampie finestre spalancate alla luce.

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Accompagnati dal verde diffuso raggiungiamo l’ampia area di Rosenborg Slot. E’ un austero castello in stile rinascimentale olandese, costruito nella prima metà del 1600, e poi ampliato e rimaneggiato, circondato da un parco lussureggiante. Custodisce i gioielli della corona; noi decidiamo di non visitare l’interno, ma di approfittare dello spazio esterno, con i giardini e lo storico fossato.IMG_2436
Poco lontano ci aspetta la Rundetaarn, uno dei simboli della città. Anch’essa nata nel XVII secolo per volere del re Cristiano IV, presenta tutt’ora la bellissima rampa elicoidale con il pavimento in mattoni, grazie alla quale raggiungiamo la cima della torre. Il panorama è aperto su tutta la città, sebbene l’altezza non sia così elevata. I tetti rossi si alternano alle cupole in rame, ormai verde per l’ossidazione, oltre a qualche costruzione più moderna e squadrata. Copenhagen non è, da qui, una città suggestiva.

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Praticamente proseguo della Rundetaarn è la Trinitatis Kirke, con una accogliente facciata in mattoni rossi e un interno gotico, molto solenne, dove le navate sono scandite da bianche colonne e le numerose finestre assicurano una bella luce diffusa. Sull’altare barocco una statua del Cristo guarda i fedeli da una nicchia, dietro una bellissima cancellata in ferro battuto. Nella facciata di fronte, un imponente organo barocco, e al soffitto splendidi lampadari del XVIII secolo.
Ci allunghiamo fino al sobrio ma imponente palazzo di Charlottensborg e diamo una prima occhiata all’area dei musei, in attesa di visitarla meglio domani. E’ ora di cena e scegliamo un ristorante con cucina rigorosamente danese. Prima di rientrare in albergo ci fermiamo a salutare Hans Christian Andersen, comodamente seduto in piazza.

6 settembre 2011 – Dopo un’ottima colazione, attraversiamo il canale e ci avviamo verso Slotsholmen, l’isola dove sorgono i principali musei e alcuni dei palazzi più belli della città. Gli ampi spazi aperti contribuiscono a mitigare l’aspetto maestoso e un po’ severo di queste costruzioni, peraltro tutte di forte equilibrio architettonico e spesso ingentilite da cupole e torrette molto graziose. Alcuni palazzi ricordano lo stile olandese, e tra tutti il più interessante e curioso è quello della Borsa (Borsen), uno dei più antichi e pregevoli della IMG_2501città. Ha una riconoscibile torretta a spirale che lo rende anche molto simpatico, e diventa un riferimento per orientarsi in città. Incontriamo anche vecchie case in mattoni e legno, sicuramente meno preziose, ma altrettanto interessanti. In quest’area sorge il castello di Christiansborg, riferimento molto significativo in quanto sorge dove, nel 1167, venne eretta la fortezza che ha rappresentato il nucleo fondativo di Copenhagen.
Tutta l’area è davvero bella ed elegante, e ammirandola piano piano ci portiamo ancora una volta a Nyhavn, per fare in barca un giro delle isole e del porto.
La prospettiva dall’acqua è sempre coinvolgente, e abbiamo la fortuna di avere una giovane guida italiana, che ci spiega tutto senza, da parte nostra, la fatica della traduzione. Lasciamo il canale in mezzo alle imbarcazioni a vela, mentre da terra ci guardano i colorati palazzi, alti e stretti, che si specchiano nell’acqua. Rivediamo Slotsholmen da una prospettiva diversa, mentre sulla riva si alternano abitazioni tradizionali e altre molto moderne, costruzioni avveniristiche, magazzini. IMG_2538Fronteggiamo Christiania, l’area colonizzata nel 1971 da un gruppo hippy, che per molto tempo ha mantenuto il suo valore sociale e oggi si avvia a una pacifica integrazione, osserviamo le costruzioni e gli strumenti indispensabili all’interno di un porto, costeggiamo Amalienborg, davvero regale da questa prospettiva, ci allontaniamo verso il mare aperto per rivedere la Sirenetta, mettiamo a fuoco la posizione dl famoso ristorante Noma, il migliore del mondo, e ci godiamo il panorama di una città totalmente protesa sull’acqua. Se i palazzi nuovi sono rigorosi parallelepipedi in vetro e cemento, quelli antichi non finiscono di farsi ammirare per le loro proporzioni, alti e stretti, le forme tondeggianti dei tetti, le facciate in mattoni o in sgargianti colori pastello. Il giro si completa con un tour nei canali del centro, per un’ulteriore immagine della città.

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E’ la settimana del design, quindi decidiamo di visitare una mostra dedicata alle nuove idee danesi. “Can design save the world? No, but it can help”, così si presenta l’esposizione di oggetti e arredi di chiaro spirito scandinavo, pulito e lineare.
Rientriamo verso l’hotel e scegliamo, per cena, il Brewpub, una fabbrica di birra, tranquilla e deliziosa. Ci resta il tempo per un ultima occhiata a Radhuspladsen, dove è iniziato, e ora finisce, il nostro breve, intenso viaggio a Copenhagen.

Paradiso Seychelles

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All’Equatore, proprio in mezzo al mondo, dove il giorno e la notte hanno sempre, esattamente la stessa durata. Qui, la vegetazione lussureggiante corre fin quasi al mare, accarezza la sabbia bianca delle spiagge, quasi si tuffa nell’acqua trasparente e calda. Qui il tempo perde la sua dimensione, o forse quella che noi gli diamo, e sembra voler imporre ritmi diversi, indifferenti alle esigenze degli umani. Qui ho vissuto una sensazione di pienezza e di equilibrio con l’Universo che non ricordo di aver provato in altri posti del mondo.
Insomma il Paradiso.
27 aprile – Siamo pronti alle 10 del mattino e ci mettiamo in marcia per fare tutto con calma. Infatti arriviamo comodi comodi a Malpensa dove, ignari che sull’aereo ci rimpinzeranno, facciamo uno spuntino nel corner di Davide Oldani. L’aeroporto è molto più accogliente, ordinato e “nuovo” rispetto a quanto ricordassi, probabilmente per merito dell’Expo, che aprirà dopo pochi giorni.
2015-04-27 12.26.28Voliamo con Air Emirates, una garanzia di puntualità e comodità, per quanto possibile in classe economica. Abbiamo ampia scelta di film, filmetti e fiction, ma soprattutto abbiamo la telecamera esterna che ci permette di vedere quello che vede il pilota, è che è molto divertente al decollo e all’atterraggio. 2015-05-05 22.03.25
Ci servono un discreto pasto e abbondanti liquidi reidratanti.
La prima tappa, lo scalo è Dubai. Sorvoliamo in parte la città, prima dell’atterraggio, ma dalla nostra posizione non si vede nulla delle più note opere architettoniche, quindi né l’hotel vela né l’arcipelago artificiale. L’aeroporto di Dubai è una specie di enorme lombrico lungo e stretto in mezzo al deserto, e questa conformazione fa sì che in pochi passi si arrivi nell’area centrale, il non-luogo fatto di negozi, corner, spazi di ristoro comuni a tutti gli aeroporti, dove si può trovare tutto quello che in genere non serve. 2015-05-05 13.11.49Abbiamo ben quattro ore di attesa, quattro ore che ci porteranno anche al giorno successivo, visto che è quasi mezzanotte.
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Ci prendiamo una macedonia francese Chez Paul, e approfittiamo delle numerose chaise long a disposizione, cercando abbastanza inutilmente di dormire un po’. Siamo nella penisola arabica e il pubblico è adeguato: almeno la metà degli uomini è vestito come Lawrence d’Arabia, e la stessa percentuale di donne è totalmente velata. Hanno vesti nere e severe che le coprono da capo a piedi, con una sottile fessura per gli occhi, se non addirittura una reticella. L’età si indovina dal modo di muoversi, leggero e veloce nelle più giovani, più incerto nelle più anziane. Sotto questo “abito” si indovinano spesso scarpe grintose dal tacco alto, e borse preziose e griffatissime. Nonostante queste donne si nascondano così meticolosamente, nei bagni dell’aeroporto di Dubai ogni lavabo è dotato dello specchio ingranditore per rifarsi il trucco con precisione.2015-04-27 22.17.41
Siamo ormai arrivati al 28 aprile, alle 2 di notte ripartiamo per l’isola di Mahè. In aereo ci offrono una colazione molto british, omelette con piccole salsicce e funghi, e nonostante l’ora notturna, io mangio anche quelle. Finalmente il cielo comincia a schiarire, e un’alba di fuoco si accende a levante.
La pista dell’aeroporto di Victoria inizia (o finisce) esattamente sulla riva del mare, ed è bellissimo sfiorare l’acqua con le grandi ali di acciaio del nostro Boeing 777, prima di atterrare dolcemente sull’isola principale dell’arcipelago delle Seychelles.

IMG_0582Ci accoglie un paesaggio già molto definito, una vegetazione lussureggiante fatta di palme giganti e alberi takamaka che erompono dalle rocce brune e levigate. Ma il nostro viaggio non è finito, c’è ancora un breve volo fino a Praslin che faremo, con una decina di altre persone, su un piccolo aereo a elica: l’ebbrezza di un volo di uccello.IMG_0588
Arriviamo a Praslin di prima mattina, abbastanza provati da circa 20 ore di viaggio e di tempo trascorso in spazi chiusi e condizionati. Un pulmino ci porta velocemente all’hotel, sulla Cote d’Or, e immediatamente capiamo di aver fatto la scelta giusta. Davanti a noi la spiaggia è lunghissima, bianca di sabbia corallina, praticamente deserta, bagnata dal mare turchese, trasparente. Le palme ombreggiano tutto lo spazio, insieme a rigogliose piante di ibiscus dai fiori colorati gialli e rossi. La camera è un buffo bungalow rotondo piuttosto spazioso. L’umidità tropicale è percepibile, ma non opprime.2015-04-30 09.57.08
Il primo pranzo in hotel è ricco e un po’ troppo italiano … non vediamo l’ora di stenderci sulla spiaggia, rosolarci al sole e tuffarci nel mare trasparente e, come scopriremo, caldissimo. La lunga spiaggia invita alla scoperta, e facciamo una passeggiata per percorrerla (quasi) tutta.
29 aprile – Con un taxi raggiungiamo Anse Lazio, una delle spiagge più famose di Praslin, non solo per la sua bellezza: qui, nel 2011, un turista inglese perse la vita azzannato da uno squalo.
Una caratteristica delle Seychelles consiste nel fatto che non tutte le spiagge sono protette dalla barriera corallina. Se lo è la spiaggia di Cote d’Or, che infatti presenta un mare molto tranquillo, con modesta variazione data dalle maree, diversa è Anse Lazio, che si apre direttamente sull’oceano. Qui le onde sono potenti, dopo pochi metri il mare è profondo, si percepisce la forza dell’acqua e delle correnti. Riusciamo comunque a fare un tuffo, ma molto bello è ispezionare il posto nel suo aspetto naturale, rigoglioso. La fresca spiaggia bianca si alterna con le rocce a panettone morbidamente levigate dal vento e dall’acqua. Un piccolo e placido lago appena rientrato riflette come uno specchio la vegetazione lussureggiante. Percorriamo un tratto di un sentiero non difficile, che si arrampica verso l’interno, ma lo abbandoniamo perché, purtroppo, non ci siamo documentati e non sappiamo né quanto sia lungo né dove arrivi. Del resto, il desiderio di godere pienamente del posto, dove il mare quasi lambisce le foglie degli alberi takamaka, è sufficiente ad accontentarci. Pranziamo al ristorante Le Chevalier, che propone squisita cucina creola, e visitiamo l’Honesty Bar, dove non c’è nessun controllo, semplicemente si paga la consumazione lasciando il denaro in una scatola apposta.

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Al pomeriggio rientriamo: qui la marea è forte e nelle ore pomeridiane l’acqua copre quasi tutta la spiaggia. Dall’albergo andiamo, a piedi, in paese, per un giretto perlustrativo e acquistare dell’acqua delle sorgenti locali.

30 aprile – L’ho detto che il posto è stupendo? Infatti oggi non ci spostiamo: sole, mare, contemplazione della bellezza intorno, facciamo solo un giro in canoa per ispezionare le spiaggette vicine accessibili solo dall’acqua.
1 maggio – Oggi, mentre pensiamo (poco) all’apertura di Expo, restiamo ancora sulla spiaggia dell’albergo a causa di una piccola indisposizione. Il mare, però, è talmente bello e invitante, con tutta la tavolozza degli azzurri e dei verdi, che sappiamo di non perdere proprio nulla. Non ci sono pesci tropicali, ma numerose razze, e capita di vederle nuotare sfiorando il fondo.

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Alla sera ci sintonizziamo sulle notizie italiane e scopriamo che alcune strade di Milano sono state invase dai Black Block. Per contestare l’apertura di Expo hanno sfasciato vetrine, bruciato automobili, sporcato e danneggiato in giro. Per il tempo delle notizie, siamo costretti a tornare a casa. Mentre qui la natura dominante ci mette al posto, e nella dimensione giusta, siamo costretti a ricordare gli sforzi immani che si fanno per fare, e per disfare, qualcosa che comunque non durerà.
2 maggio – Con Marta e Fabio affittiamo una piccola auto e facciamo il giro dell’isola. Fabio se la cava brillantemente nella guida a sinistra e, gentilmente, ci trasporta tutto il giorno. La prima tappa è la riserva naturale della Vallée de Mai, dove cresce il Coco de Mer, una palma gigantesca esclusiva delle isole di Praslin e Curieuse. I suoi frutti, dalla caratteristica e insolita forma di un ventre femminile, possono arrivare a un diametro di 50 cm. e pesare circa 20 chili. Il seme interno è il più grande del regno vegetale. Proprio queste dimensioni e soprattutto il peso spiegano come mai questa noce di cocco sia presente solo qui: non galleggia e non può quindi diffondersi via mare.IMG_0772
La visita della foresta, dal 1982 patrimonio dell’Umanità con la protezione dell’Unesco, è sconcertante ed emozionante insieme: ci si sente delle formichine a passeggiare sotto foglie larghe diversi metri, così fitte da rendere tutto in ombra, avvolti in una umidità surreale, morbida, ovattata. La visita è molto agevole, i percorsi sono ben indicati e molto comodi, e ci meravigliamo di non vedere né animali né insetti, nonostante la dovizia di vegetazione e la segnalata presenza del pappagallo nero, anch’esso endemico.
Terminata la visita al parco, riprendiamo l’auto e ci spostiamo a nord dell’isola, per visitare un’altra spiaggia molto famosa: Anse Georgette. Si raggiunge attraverso gli spazi, anzi, IMG_0775attraverso i campi da golf del resort Lemuria, una struttura molto lussuosa e molto grande, tanto che la passeggiata verso la spiaggia si rivela abbastanza sfiancante, vuoi per la distanza che per i continui dislivelli. Il tempo è un po’ instabile e ci tocca anche un po’ di pioggia, ma ci consoliamo con una golosa e ricca macedonia di frutta tropicale gustata sulla meravigliosa spiaggia bianca. Anse Georgette è bellissima,uno spicchio bianco sull’oceano circondata dalle rocce laviche e dalle foglie rigogliose dei takamaka.

IMG_0788Dopo la sosta e il bagno, completiamo il tour dell’isola, prima con un percorso verso sud e la zona del porto, infine con una sosta e un bel bagno nelle acque cristalline e tra le onde oceaniche di Anse Lazio. Qui un simpatico ragazzo rasta ci racconta un po’ della vita in un paese equatoriale, dove non ci sono stagioni e si va in spiaggia tutto l’anno, ma ci dice anche degli attacchi mortali di squali, abbastanza frequenti (e non eccezionali, come vogliono farci credere) su questa spiaggia. Sono le femmine di squalo, gravide, che nuotano vicino a riva per avere un rifugio sicuro, affamate e aggressive (they are hungry and they are angry) data la loro condizione. Lo squalo non mangia la carne umana, si limita a mordere, ma le ferite dei denti sono così profonde che spesso incidono vasi sanguigni importanti, causando in poco tempo la morte della vittima.
Per fortuna anche nell’acqua relativamente bassa il bagno è molto piacevole, e sicuro!

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3 maggio – Con una piccola barca, oggi andiamo a La Digue, la piccola isola proprio di fronte alla nostra spiaggia, dove non ci sono automobili, ma si gira solo in bicicletta. La corsa in barca è veloce, e appena arrivati troviamo subito dove noleggiare le bici. Ci dirigiamo subito verso la spiaggia più caratteristica, Anse Sourse d’Argent, ma il percorso per raggiungerla è già bellissimo e pieno di sorprese. C’è un gigantesco monolite, ai piedi del quale sono insediate numerose tartarughe, solenni e maestose nella loro placida indifferenza. IMG_0831Percorriamo vialetti sinuosi in mezzo alla vegetazione e alle palme, dove si affacciamo villette dall’aria un po’ retro, ben inserite nell’ambiente. Costeggiamo una piantagione di piante di vaniglia e finalmente arriviamo alla spiaggia, un altro, meraviglioso angolo di paradiso. I piedi affondano nella sabbia candida e fresca, le acque del mare, qui protette dalla barriera, sono tiepide e appena increspate. I colori del mare raccolgono tutte le tonalità del verde e dell’azzurro, mentre sulla spiaggia i monoliti in granito si alternano con le palme e la vegetazione lussureggiante. Non ci facciamo mancare un assaggio di frutta prima di spostarci verso Grande Anse, la spiaggia battuta dalle onde tumultuose dell’oceano. Il percorso, da pianeggiante, si fa un po’ più faticoso, si alternano salite, qualche volta ripide, e discese, ma siamo ricompensati ancora una volta dalla bellezza della natura davanti a noi. Il tempo non è stabile, e in lontananza sul mare si indovinano temporali e acquazzoni. Quando decidiamo di rimetterci in bicicletta per tornare verso il porto, la pioggia ci raggiunge: una doccia decisa, ma tiepida e quasi piacevole, che ci bagna completamente e ci accompagna per tutta la strada del ritorno. Quando la pioggia cessa, dopo pochi minuti siamo incredibilmente già asciutti. Facciamo ancora una passeggiata nella zona più centrale di La Digue, quella immediatamente vicino al porto, in attesa della barca che ci riporterà alla nostra spiaggia, Cote d’Or. In cielo, i pipistrelli della frutta volano instancabili da un albero all’altro.

IMG_0900Per cena ci attende una sorpresa: è stato apparecchiato in spiaggia e mangiamo proprio in riva al mare, tra chiacchiere e relax.

 

4 maggio – L’ultimo giorno di vacanza non può che trascorrere sulla “nostra” splendida spiaggia, in pieno godimento della natura perfetta che ci circonda, del mare tiepido e calmo. Troviamo il tempo per un ultimo giro nelle piccole boutique del paese, dove compriamo qualche regalo e soprattutto qualche ricordo che ci riporti tangibilmente a questo paradiso. Anche oggi pranziamo e ceniamo in spiaggia, con la sensazione di essere tutt’uno con la perfezione millimetrica dell’universo. Domattina partiremo prestissimo, lasceremo l’albergo con il buio e al buio inizieremo il viaggio di ritorno con il breve volo verso Mahè. Ma le sorprese non sono finite: grazie alla luna piena, il mare brilla sotto di noi e la luce ci premette di indovinare l’itinerario.

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2015-05-05 05.42.18 (2)Appena atterrati, si apre l’alba, e i raggi di sole arancioni squarciano il blu della notte, con una tavolozza incantevole. Facciamo ancora tappa a Dubai, ma l’aereo che ci riporterà a Milano è un Airbus A380, dotato
di tail camera, grazie alla quale ci sembra di volare seduti sulla coda. …

 

Una vacanza perfetta, con qualche raccomandazione: gli squali ci sono, e azzannano, quindi meglio fare il bagno dove l’acqua è bassa, o dove ci sono le reti di protezione. Evitare i tuffi nell’oceano, là dove non è protetto dalla barriera corallina: la forza delle onde è inimmaginabile. Infine, sulle spiagge ci sono i sandflies, che pizzicano molto, ma basta spalmarsi bene con l’olio di cocco, che si trova ovunque.

Cuba

Cuba_map Cuba, un’isola lontana, apparentemente senza altra storia che quella della sua rivoluzione, oppure della sua musica trascinante. Mentre prepariamo il viaggio, mi accorgo che di questa terra ho assimilato solo pochissimi aspetti, molto superficiali. Insomma, non ne so quasi niente. Andiamo.

24 marzo – Partiamo alla mattina molto presto, a Milano il tempo è sereno ma freddino, il primo breve volo ci porta a Parigi e lì abbiamo giusto il tempo di trovare l’imbarco per il Boeing 777 che ci porterà a Cuba. Il volo parte puntualmente, ma impiega oltre 10 ore per arrivare. Quando atterriamo a La Habana (questa è l’esatta denominazione in castigliano antico) è l’ora del tramonto, e dopo aver sbrigato tutti i passaggi per l’ingresso nel’isola, ormai è buio. Una macchina ci raccoglie all’aeroporto e ci porta all’Hotel Panorama, un palazzone abbastanza anonimo con il solo pregio di essere sul mare, il Mar dei Caraibi. Durante il percorso, ecco la prima sorpresa, inaspettata: le strade sono buie, non esiste l’illuminazione pubblica. Le uniche luci vengono dalle finestre delle case, piccole costruzioni apparentemente costituite da un’unica stanza, un solo piano, un piccolo spazio davanti, aperto, e il vezzo di belle inferriate in ferro battuto alle finestre. In giro, pochissime automobili, e alcune sono proprio i classici modelli degli anni ’50, così affascinanti, ma realmente vecchi.IMG_7714 25 marzo – Lasciamo La Habana, IMG_7721che visiteremo alla fine del tour, e ci dirigiamo verso la Peninsula de Zapata. La strada è molto scorrevole, le automobili sono rarissime, passa qualche camion, in alternativa ci sono carretti trainati dagli asini o dai cavalli, del tutto indifferenti al passaggio del nostro grande pullman, che cambia spesso di corsia per evitare le numerose buche del fondo strada. Guardandosi intorno, si leggono scritte inneggianti alla Rivoluzione. IMG_7747Numerose le persone che fanno l’autostop, e la nostra guida, Carlos, ci spiega che è molto diffuso e regolamentato a Cuba, per garantire la sicurezza di chi viaggia. Intorno a noi ci sono prati verdi con una ricca vegetazione tropicale, in alcuni punti davvero fitta. In cielo volteggiano grandi avvoltoi, che hanno da quaggiù un aspetto molto leggero ed elegante. IMG_7899Numerose le mucche che pascolano libere, ma nonostante l’abbondanza di vegetazione, alcune sono davvero magrissime. Per la prima volta nella mia vita, credo, vedo contadini arare i campi spingendo due buoi che trascinano un aratro tradizionale. Per noi l’aratro di legno è ormai solo un elemento di decoro nelle case di campagna.IMG_7739 Durante il percorso Carlos ci racconta un po’ di Cuba, delle sue eccellenze, scuola e sanità, e non insiste sui difetti, come la diffusa povertà, la mancanza di quanto non sia essenziale, come capiremo da soli durante il viaggio. La prima tappa oggi è nel Gran Parco Natural de Montemar, dove sono allevati i coccodrilli, e possiamo vederne di tutte le età, dalla dimensione e di una grossa lucertola, al formato “due metri”, dall’apparenza pacifica e sorniona ma, ci dicono, durante la caccia, velocissimi e astuti. L’unico modo per sfuggire, in caso di attacco, è quello di correre a zig zag o in tondo, in quanto non sono capaci di seguire queste traiettorie. Inutile, invece, rifugiarsi su un albero: la pazienza del coccodrillo è molto superiore a qualunque possibilità di resistenza umana. IMG_7787Con una lancia raggiungiamo un’isola nella Laguna del Tesoro, dove è stato ricostruito un villaggio taìnos, e dove sorgono statue scolpite dalla scultrice cubana, Rosa Longa, che riproducono momenti di vita primitiva. In un piccolo locale aperto ci viene offerto il primo cocktail a base di rum, il Sauco, con latte di cocco e servito all’interno di una vera, e pesantissima, noce di cocco. La gita sull’acqua continua divertente e interessante, vediamo da vicino le mangrovie e alcuni enormi nidi di termiti appesi agli alberi. IMG_7808 Al ritorno sulla terraferma, durante il pranzo, ci vene proposta la carne di coccodrillo: è tenerissima, ma ha un retrogusto dolciastro che non mi convince del tutto. Siamo vicini alla famosa Baia dei Porci, dove si è sviluppata la crisi con gli Stati Uniti, le cui conseguenze ancora affliggono l’economia di quest’isola che comincio a trovare meravigliosa, accogliente, a cui comincio ad affezionarmi. Il nome della baia deriva dall’intenso allevamento di maiali che un tempo si conduceva in questa zona. Proseguiamo per Cienfuegos, la città che prende il nome da Camilo Cienfuegos, il governatore che ne promosse la ricostruzione dopo un uragano. Il tempo è pienamente estivo: ci fermiamo per percorrere una larga strada piena di negozi, Punta Gorda, qualche centro commerciale, molte proposte per i turisti, e tanta gente che la percorre. C’è anche un parrucchiere, per uomini e donne: un’enorme stanza con il perimetro allestito di semplici sedie e specchi. Le case sono molto eleganti e ben conservate, in elegante stile coloniale: sono basse, colorate di tonalità pastello delicate e allegre, con ampi terrazzi sul tetto, segno inequivocabile del clima mite di quest’isola. L’impatto con questo centro è positivo, ci raccogliamo sulla piazza principale, Parque Martì, dedicata all’amato eroe cubano José Martì, uno dei primi personaggi a combattere per l’indipendenza di Cuba. IMG_7861IMG_7866L’edificio forse più bello è il Teatro Tomas Terry, costruito nel XIX secolo, dalla cui entrata si intravede un elegante interno. Sulla piazza si affaccia anche la Cattedrale intitolata alla Purissima Concezione, dalla facciata bianca, neoclassica, e due luminose cupole rosse. Infine, di fronte, il Palacio Ferrer, curiosa costruzione voluta dal proprietario di una piantagione di canna da zucchero. Sul tetto di un palazzo d’angolo, l’immagine di Che Guevara e una scritta che inneggia alla rivoluzione sembra sottolineare il fatto che qui non esiste la pubblicità, almeno dal punto di vista delle affissioni nelle strade. L’impatto con i problemi dell’isola avviene proprio mentre ci guardiamo intorno e godiamo della fastosa bellezza di questa città: in molti ci avvicinano, ci chiedono se possiamo regalare penne o saponette. Abbiamo la consapevolezza che qui non manca nulla, ma non c’è nemmeno niente di più del minimo indispensabile. Lasciamo Cienfuegos e ci allontaniamo dalla costa per percorrere la parte centrale, collinare, dove vediamo molte coltivazione di mango, oltre al proliferare di un arbusto dall’aspetto invasivo, del quale Carlos ci spiega l’utilizzo come combustibile. Ritorniamo verso il mare, lo costeggiamo e cominciamo a vedere le mitiche spiagge di sabbia bianca, corallina: stasera arriviamo a Trinidad del Mar. IMG_7894Veniamo alloggiati in un villaggio che, in prima battuta, ci lascia molto delusi, in quanto sarebbe stato molto meglio poter dormire a Trinidad. La città festeggia i 500 anni dalla fondazione, e lo fa con una grande festa musicale che frequenteremo in modo molto limitato.IMG_7921 26 marzo – Eccoci pronti la mattina per visitare Trinidad. Arriviamo in questa piccola, sorprendente città, divenuta patrimonio dell’Unesco affinchè non vada perduta la sua antica storia. Come ovunque a Cuba, si alternano zone ripristinate, ristrutturate, più ordinate, con altre dove il degrado e l’incuria sembrano sovrani. Diventa difficile dare a questi posti una valutazione di bello-non bello, nuovo-non nuovo, secondo i nostri consueti parametri. Intanto cominciamo la giornata con la visita a un laboratorio di ceramica. Avendone già visto moltissimi, in altre occasioni, non mi sento particolarmente interessata, ne approfitto per dondolarmi su una delle numerose sedie a dondolo che si trovano vicino all’entrata, e che sono un’altra caratteristica di questo Paese. All’uscita, un gruppo di donne ci propone l’acquisto di collane artigianali, fatte con semi diversi, diversamente accostati. Sono davvero belle, mi dispiacerà poi non averne acquistate di più. IMG_7910 Ci spostiamo verso le vie centrali di Trinidad, dove le aree recuperate sono più numerose. Le strade non sono asfaltate, ma mantengono caratteristici ciottoli, e molte abitazioni riflettono un passato di lusso e benessere, sia quelle recuperate e tinteggiate con i consueti colori luminosi, che altre ancora fatiscenti, ma ricche di fascino. Trinidad è stata fondata nel 1514 dallo spagnolo Diego Velazquez, e festeggia il suo 500° anno con un grande festival musicale che coinvolge un po’ tutti i locali. La musica è comunque destinata alle ore notturne, sebbene qua e là si incontrino gruppi spontanei di musicisti che interpretano la musica latino americana. Noi turisti del giorno ci dedichiamo a visitare il Palacio Cantero, dal nome della famiglia che vi abitò nel XIX secolo.IMG_7944 E’ un luogo splendido, con un cortile interno luminoso e fiorito, dove sono riproposti esempi di arredi dell’epoca, sebbene di originale ci siano solo due specchiere e un orologio. Dal palazzo stesso si sale al Mirador, una torre dalla quale si gode la vista della città, con i caratteristici tetti attrezzati di serbatoi d’acqua, e si vede fino al mare.IMG_7950 Ci raccogliamo poi sulla Plaza Mayor per osservare la Chiesa della Santissima Trinità, che ha una facciata neoclassica e, all’interno, presenta dei begli altari in legno intagliato, oltre al prezioso Cristo de la Vera Cruz, sempre in legno. IMG_7971 La chiesa attuale risale al XIX secolo, perché è stata costruita sulle rovine di un’altra, distrutta da un ciclone tropicale. Tutto intorno, le strade acciottolate, il traffico quasi inesistente, le persone che camminano con passo un po’ indolente, i mercatini dell’artigianato presenti in quasi tutte le strade, danno un insieme del carattere di questa città, che sembra ferma al passato. Ci concediamo un momento di riposo e di degustazione alla Canchànchara, locale storico che propone il suo caratteristico cocktail a base, indovinate un po’, di rum. Anche qui non manca la musica e, per molti, il piacere di ballare.IMG_7993 Ma il vero simbolo di Trinidad è la chiesa e il convento di San Francesco, una costruzione dalle forme morbide e dai colori pastello, che sembra fatta di zucchero. Il campanile è visitabile, e naturalmente ci arrampichiamo in cima, fino alla famosa campana: da qui il panorama è ancora più ampio che dal Mirador. IMG_8002             IMG_8008Dopo il pranzo, ci regaliamo un buon caffè sulla Plaza Mayor, e poi ci perdiamo ancora tra le deliziose stradine di Trinidad. Rientriamo in albergo e abbiamo il tempo di fare un graditissimo bagno, il primo nel Mar dei Caraibi. Qualche ora in spiaggia e, alla sera, aragosta a cena: una delusione, è troppo cotta, asciutta e poco gustosa. Ma siamo a Caraibi! 27 marzo – Oggi è la giornata dedicata alla visita di Santa Clara e al pellegrinaggio per gli eroi della rivoluzione cubana. Ripartiamo con il pullman e attraversiamo altra terra, altra foresta tropicale. Ai lati della strada, ogni tanto, capita di vedere una o più lapidi, là dove sono stati giustiziati alcuni dei combattenti. Durante il tragitto Carlos ci parla un po’ dell’economia di Cuba, che vede coinvolti sia gli abitanti e le loro piccole imprese, sia gli stranieri per i progetti più importanti, ai quali possono partecipare anche i, pochi, cubani ricchi.IMG_8059               E ora è il momento della storia della rivoluzione, e soprattutto del suo grande eroe, il Che.Ernesto Guevara de la Serna era un medico argentino, particolarmente generoso e sensibile ai problemi dei popoli oppressi. Il sopranome Che (pronuncia Cie) deriva dall’abitudine della parlata argentina di iniziare ogni frase con questa espressione, “che”, ed era stato dallo stesso Guevara talmente interiorizzato da diventare parte della propria firma.Nel 1956 incontra Fidel Castro e il fratello Raoul, ancora adolescente, e si unisce alla loro lotta per liberare Cuba dalla dittatura di Fulgencio Batista. La rivoluzione attraversa tutta l’isola, da est a ovest, da Santiago, passando per Santa Clara al centro, a La Habana a ovest. L’esercito rivoluzionario attira la classe poverissima dei contadini, che si uniscono ai combattimenti. Nel 1958 Fidel e il Che combattono insieme per la prima volta, ma è nella battaglia di Santa Clara che la rivoluzione e la liberazione di Cuba si compiono.Un treno blindato carico di armamenti destinati a rinforzare l’esercito di Batista era atteso di passaggio vicino a Santa Clara. Qui il Che e gli uomini la suo comando sferrano un attacco potente e riscono a far deragliare il treno. Da questo momento la rivoluzione di Cuba può dirsi conclusa e Ernesto Guevara ne diventa un artefice e un eroe. Il 30 dicembre 1958 Batista scappa da La Habana, Fidel e Che proclamano uno sciopero generale, bloccano i contatti con gli Stati Uniti e danno vita al Governo. In qualità di medico, il Che avrà il Ministero della Salute, oltre ad altri Ministeri, ma la sua integrità morale è così forte che, appena si rende conto della piega meno nobile che prende il regime di Fidel Castro, nel 1967 abbandona Cuba per portare il suo aiuto ai popoli oppressi della Bolivia. Ormai noto per il suo coraggio, ma anche per il suo carisma, l’anno successivo viene assassinato dalla Cia, e gli vengono amputate le mani, come messaggio simbolico della sua fine definitiva. Ernesto “Che” Guevara de la Serna muore a 40 anni. A Santa Clara, nel 1984, gli è stato dedicato un monumento imponente e intensamente di regime, con una statua in bronzo di rara bruttezza. Da questo momento il Che diventa “Figlio illustre” di Cuba. All’interno però ci sono moltissime foto di Che Guevara, di Fidel e Raoul Castro, dei numerosi compagni di avventura, dei figli e della famiglia, e una documentazione completa e interessantissima. Nella parte retrostante, quasi nascosto, si apre il tempio laico che lo celebra, e con lui celebra molti altri eroi caduti durante la rivoluzione, tutti indicati con il nome di battaglia. Per ognuno di loro, ogni giorno, un garofano fresco viene posto vicino alla lapide, e un fuoco eterno ricorda il Che e le sue imprese. Raramente ho visitato un luogo di culto dall’atmosfera tanto intensa e suggestiva. Non c’è però sicurezza che le spoglie del Che riposino veramente a Santa Clara: solo nel 1998 la Bolivia ha permesso che venissero fatte ricerche in questo senso, e quanto trovato non convince pienamente. Ma non importa, perché il simbolo è comunque fortissimo. Oggi la memoria del Che è conservata dalla primogenita dei suoi quattro figli. Dopo la visita a mausoleo di Santa Clara, ci spostiamo a visitare quanto rimane, e quanto è stato ricostruito, del treno blindato: sette vagoni con immagini dell’epoca, abiti, reperti, ritratti. IMG_8085 Siamo più o meno nel centro dell’isola, ci aspetta un lungo viaggio di ritorno a La Habana. Arriviamo che è ancora chiaro, passiamo forse da un quartiere particolare, ma è uno shock: le case non sono vecchie, sono fatiscenti, puntellate in modo precario; su terrazzi semi distrutti sventolano bucati miseri, quanto si intravede all’interno non è meglio di quello che c’è fuori. Nessuno sembra sofferente, ma le condizioni di vita sembrano molto difficili e misere.IMG_8104 Ci appoggiamo ancora una volta all’hotel Panorama, che ora, a confronto con il villaggio di Trinidad, mi sembra lussuosissimo, e dopo cena ci lanciamo per un primo incontro con la tradizione. Prendiamo un taxi, e andiamo al mitico Floridita, il bar più bello de La Habana, dove gustiamo un ottimo Daiquiri e assistiamo a uno spettacolino musicale di qualità. Ci lanciamo poi a piedi tra le strette strade dell’Habana Vieja, fino a trovare la Bodeguita del Medio, troppo affollata per una sosta, e la splendida Cattedrale, perfettamente illuminata. 2014-03-27 22.23.23 28 marzo – In una splendida giornata calda e piena di sole, cominciamo il giro a La Habana moderna, in particolare dedichiamo un bel po’ di tempo al quartiere Miramar, dove si raggruppano i palazzi delle Ambasciate. Qui le costruzioni sono molto belle e molto ben tenute, eleganti, fronteggiate da rigogliosi giardini. Ci fermiamo in un piccolo parco dove si stagliano numerosi Ficus Elastica, la pianta che cresce anche in larghezza moltiplicando le sue radici verso terra. Carlos ci dice giustamente che i bambini della zona non resistono e si appendono a queste radici, danneggiando un po’ le piante stesse. Ci riempiamo gli occhi con il mare sul quale si affaccia il Malecom, la bellissima passeggiata a mare de La Habana, il Palazzo del Campidoglio, oggi non visitabile perché in restauro. Di fronte, verso il mare, diamo un’occhiata veloce al monumento dedicato al generale Maximo Gomez. IMG_8113 Raggiungiamo la Plaza de la Revolucion, uno spazio enorme e un po’ squallido, dove su un lato sorge il Memorial José Martì, un monumento verticale particolarmente anonimo, di fronte sono rappresentate le enormi effigi di Che Guevara e di Camilo Cienfuegos e, intorno, altri edifici squadrati che sono sede di alcuni ministeri, del Palazzo del Governo e della Biblioteca Nazionale. In questa piazza si sono proposti alla folla due papi, Giovanni Paolo II nel 1988 e Benedetto XVI nel 2012. Oggi per noi è un ottimo punto di osservazione per le vecchie auto anni ’50, ancora molto presenti sull’isola, sidercar, moto taxi e altre amenità.IMG_8137 La tappa successiva è l’approfondita visita della fabbrica del rum Legendario, visita moderatamente interessante, dove possiamo degustare rum di diversi livelli di invecchiamento, oltre a un delizioso cocktail di caffè, rum e cioccolato che viene incendiato con una cerimonia molto coreografica. Il costo del rum è davvero basso e, nonostante la difficoltà a viaggiare in aereo con bottiglia di vetro, ognuno di noi fa scorta. Ritorniamo verso il centro della città, che ormai mi ha pienamente conquistata con il suo fascino decadente, e raggiungiamo il Castillo della Real Fuerza, possente monumento difensivo, purtroppo piazzato nel posto sbagliato. La prima costruzione risale al XVI secolo, e successivamente la fortezza è stata distrutta e ricostruita, perché comunque importante dissuasore per i nemici. Oggi è una galleria d’arte permanente. Ci spostiamo per dare un’occhiata a El Templete, o Piccolo Tempio, un monumento neoclassico che vuole ricordare il Partenone di Atene e sorge sotto un vecchio albero di ceiba. E’ un monumento molto caro ai cubani, che ogni anno, il 19 dicembre, data di fondazione della città, fanno alcuni giri intorno all’albero chiedendo che i proprio desideri vengano esauditi. IMG_8188 Ci addentriamo nella Habana Vieja, dove le ristrutturazioni sono completate, i palazzi si presentano nel loro pieno splendore, forti della loro antica storia. Partiamo dalla Plaza Vieja, con i suoi eleganti palazzi e i freschi portici, continuiamo per le caratteristiche stradine: una per tutte, la Strada de lo Opisco, o del Vescovo, dove hanno sede Ministeri e palazzi governativi. Ritroviamo finalmente la Cattedrale, nell’omonima piazza, splendida nel suo ricco stile barocco modulato dalla misurata tonalità della pietra grigia. La piazza, che ieri sera era vuota e silenziosa, di giorno è piena di gente e bancarelle piene di oggetti per i turisti. L’interno della cattedrale è ampio e chiaro, con l’immagine della Madonna sull’altare maggiore. La chiesa è intitolata all’Immacolata Concezione. cattedrale bodeguita2Ci allontaniamo dal mare, ritorniamo verso il centro de La Habana Vieja, e ci fermiamo davanti alla Bodeguita del Medio, dove c’è musica e si balla, anche in pieno giorno. Troppo affollata per riuscire a entrare, rimandiamo la visita e ci regaliamo un cocktail all’hotel Ambos Mundos, che ha avuto l’onore di ospitare, nelle sue stanze, lo scrittore Ernest Hemingway: le pareti sono piene delle sue fotografie. Continuiamo la passeggiata per l’Avana Vecchia, riempiendoci gli occhi con le case a colonne, i colori pastello, gli antri fioriti e arricchiti da opere d’arte. Ogni angolo è motivo di interesse e di stupore. La stessa città che ieri si era presentata cadente e fatiscente, oggi si mostra elegante e splendente, orgogliosa della sua storia.

gallo

La tappa successiva è la bella chiesa dedicata a San Francesco d’Assisi, affacciata sull’omonima piazza dal perimetro irregolare. s francescoSul percorso, osserviamo l’acquedotto della città, denominato Zanja Real. La chiesa non è visitabile, ci dobbiamo accontentare di una sbirciata veloce, e di ammirare le pesanti campane poste all’esterno dell’ingresso. Prima di pranzo riusciamo ancora a vedere il palazzo della Borsa, per poi salutare la maggior parte dei nostri compagni di viaggio, in quanto ognuno di noi proseguirà con un itinerario diverso. La nostra guida ci accompagna all’Hotel Inglaterra, vero monumento storico oltre che albergo, situato proprio al centro della città, a pochi passi dal Campidoglio e dal Gran Teatro.

hotel anglaterra

 

Purtroppo ci fermeremo qui solo poche ore, in quanto la partenza per domattina è fissata davvero molto presto, ma è comunque un piacere e un’emozione poter vivere questi spazi così lussuosi, portatori di una storia coloniale piena di eventi. Abbiamo alcune ore libere nel pomeriggio, e ci lanciamo a una visita della città secondo le nostre preferenze: incominciamo tornando al Floridita, tanto per dargli un’occhiata anche di giorno, e riprendiamo il percorso tra le strade della Habana Vieja, fino a incontrare la “Farmacia francese”, oggi museo oltre che negozio, bellissima da vedere con gli arredi di legno, i contenitori in ceramica decorata ordinatamente posati su tutti gli scaffali, e alcuni oggetti e documenti, ricordi del passato. framacia

Facciamo una breve tappa in un altro locale storico, il Café Paris, e continuiamo fino alla casa più antica de La Habana, la Casa de Obispo. Il nostro obiettivo è la Bodeguita del Medio dove, vista l’ora – siamo a metà pomeriggio – ci auguriamo di poter entrare senza problemi. E così succede: ci accomodiamo a un tavolino all’ultimo piano, con vista sui tetti, e beviamo il mojito più buono del mondo, senza trascurare di incidere i nostri nomi in mezzo alle migliaia di altri già presenti sulle pareti. Le pareti del locale sono un’infinita galleria fotografica dedicata a tutti i personaggi famosi che sono passati di qui.

bodeguita3
Dopo il cocktail, facciamo una piccola deviazione sul mare e rientriamo verso l’hotel attraverso il Paseo del Prado, una delle strade più belle de La Habana, dove si affacciano edifici storici come l’Hotel Sevilla, e dove lo spazio centrale della strada, pedonale, è pavimentato e frequentato dai ragazzi che corrono sui pattini a rotelle e sugli skateboard. Le numerose panchine di pietra invitano a qualche sosta riposante. Alla fine del percorso, mentre siamo ormai in vista dell’hotel, ci viene incontro una sfilata di automobili anni ’50, coloratissime.

auto epoca

 

29 marzo – Alle quattro e mezzo del mattino, con solo un caffè in corpo, siamo prontissimi per volare a Cayo Largo. gaviotaUn pullman ci porta nel piccolo aeroporto di Playa Baracoa, dove ci aspetta un piccolo aereo delle linee Aerogaviota, dedicato a questo breve viaggio. Il mio posto è lontano dai finestrini, e vivo la strana sensazione di non riuscire a capire se l’aereo è fermo o si muove, se vola o è ancora a terra, non vedendo nulla all’esterno. Il volo è comunque tranquillo e comodo, e ci viene offerto un delizioso caffè.
L’arrivo a Cayo Largo è surreale: all’aeroporto ci accoglie un gruppo musicale che esegue ritmi cubani, ma appena fuori, nell’aria limpidissima del primo mattino, quello che colpisce è lo straordinario silenzio, rotto solo dal canto degli uccelli. Un pullman scoperto ci porta al nostro hotel, Sol Pelicano, e dobbiamo subire una piccola delusione, il mare è molto mosso. Non me lo aspettavo, ai Caraibi! caio2Per fortuna sarà solo un problema limitato al primo pomeriggio. Abbiamo comunque abbastanza da fare ad apprezzare la sabbia corallina, bianca e incredibilmente fresca nonostante il sole cocente, e ad assaggiare i cocktails a base di rum che ci vengono offerti. Anche se avevamo già fatto una buona conoscenza durante il tour, è qui che la nostra amicizia con Lucia prende piena forma.IMG_8444

30 marzo – Per quanto la spiaggia e il mare davanti al nostro hotel siano bellissimi, sappiamo che a Cayo Largo ci sono due delle spiagge più belle del mondo. Per raggiungerle, prendiamo un buffo trenino che in mezz’ora ci scarica sulla prima, la Playa Paradiso.treno Ed è in effetti un paradiso di sabbia bianca, palme, silenzio e un mare lagunare che vistiamo con una lunga passeggiata attraverso le secche sabbiose, dove l’acqua ha tutti i colori dell’azzurro e del verde mescolati o alternati insieme: una cartolina! Gli spazi sono talmente ampi che la presenza di altre persone è quasi inavvertita.

playa paradiso

Dalla Playa Paradiso ci spostiamo a piedi per raggiungere Playa Serena, attraverso un percorso fatto di sabbia bianchissima, arbusti spontanei e curiosi uccellini che beccano nella sabbia umida. L’arrivo a Playa Serena è la scoperta di un angolo di mondo indescrivibile. La spiaggia, bianchissima, è immensa, con un boschetto di palme verso l’interno. L’acqua è del più puro turchese e invita a bagni lunghissimi.playa serena


Poco distante, una recinzione trattiene due (poveri) delfini, che nuotano in questo spazio ristretto per offrire, a chi lo desidera, l’opportunità di fare il bagno insieme. Il mare è talmente bello e trasparente che si vorrebbe non uscire mai. Invece prima o poi bisogna rientrare.delfini In albergo, ci arrampichiamo su una torre panoramica, per vedere il panorama dell’isola, e ceniamo nel ristorante che propone cucina cubana. Io scelgo il piatto che si chiama “roba vieja”, fatto con straccetti di carne conditi con spezie molto aromatiche, davvero buono. Dopo cena ci avviciniamo alla spiaggia e, grazie al buio quasi totale, possiamo osservare il meraviglioso spettacolo delle stelle in cielo. Proprio sopra di noi ci sono Sirio, e la costellazione di Orione, mentre spostati verso est si riconoscono l’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore, in una posizione leggermente diversa rispetto all’ Italia.

31 marzo – Oggi ci organizziamo per fare una gita in catamarano. Anziché scegliere la proposta dall’albergo, andiamo alla Marina di Cayo Largo e ci imbarchiamo sul Cococlub, che ci porterà a visitare la laguna e il reef. La gita in barca è sempre molto divertente, e anche se il catamarano non alzerà mai le vele, preferendo l’andatura a motore, sarà comunque una bellissima esperienza. Ci allontaniamo dal porto passando in mezzo alle mangrovie, e la prima tappa è l’isola delle iguana.

iguanaNonostante millantassi che mai sarei scesa in mezzo a quei rettili, non resisto e, con Mara, ci uniamo al gruppo che scende dalla barca per raggiungere l’isolotto. Irresistibili sono il paesaggio intorno, il mare trasparente e turchese, l’isola di sabbia bianchissima. Gli iguana si rivelano innocui lucertoloni inespressivi, come tutti i rettili del resto, alcuni con una corazza dalle belle tonalità grigio-blu, completamente indifferenti alla nostra presenza, e poco sensibili anche al cibo che qualcuno gli ha portato, evidentemente hanno sufficiente nutrimento o sufficienti turisti che ci pensano. Riprendiamo la navigazione in questo mare cristallino dai colori meravigliosi, per fermarsi nella cosiddetta piscina, un’area vasta e poco profonda dove, ci dicono, è possibile trovare ricci di mare, stelle marine e conchiglie. Io mi sento fortunatissima perché trovo la mia personale stella, bellissima, verde, che prendo in mano per pochissimi istanti, abbastanza per avvertire sul palmo le sue tenere ventose che cercano di aderire, la mia lucky star.

stella rossa1

stellaverdePaolo ne trova una enorme, rossa, molto meno simpatica della mia. Ora ci dirigiamo verso il mare aperto, verso la barriera corallina dove faremo il bagno con le maschere e potremo osservare i fondali tropicali. Il mare diventa più profondo, e quindi più blu. Non troviamo, qui immersi, la vivacità e la concentrazione faunistica del mar Rosso, dove sembra davvero di essere dentro un acquario, ma ci sono tantissimi pesci e alcuni molto grossi. Il ritorno è una piacevole crociera al sole.crociera

Scendiamo a Playa Serena, dove i delfini ci danno il benvenuto, e ci dirigiamo subito in spiaggia: Lucia ci aspetta con una fresca bibita al cocco.cocco

Un’ultima passeggiata sulla battigia ci regala la sorpresa di una terza stella marina, grande, gialla, bellissima. La teniamo fuori dal’acqua solo il tempo di fare la fotografia! E’ il saluto più bello e più vivo che ci regala questa isola da sogno.

stella gialla

 

1 aprile – Stamattina riprendiamo il nostro piccolo aereo e torniamo a La Habana. Ci dispiace molto andare via, siamo stati conquistati dalla dolcezza di queste persone, dalla musica vivace e malinconica, sempre presente in sottofondo, dalla bellezza della natura. Durante il volo di ritorno ho la fortuna di sedere vicino a uno dei pochissimi finestrini, e mi diverto a fotografare l’arcipelago sotto di noi, con l’Isola della Gioventù, che si riconosce perfettamente. La partenza tempestiva ci regala quasi una giornata per visitare La Habana con i nostri tempi. Dopo aver lasciato i bagagli nell’albergo di appoggio, ci dirigiamo subito verso il porto, per dare un’occhiata al mercato coperto dell’artigianato, una vasta zona dedicata rigorosamente ai turisti. Da qui raggiungiamo la bellissima chiesa di San Francesco d Paola, un monumento insolitamente isolato che pare sorgere dal nulla. Questo si spiega perché la chiesa barocca, costruita nel XVIII secolo, era destinata alla demolizione, e si è salvata solo grazie all’intervento di un privato che ha acquistato l’area dove sorge.

san francesco

Guardandola, si capisce che alcune parti sono state abbattute e perdute, ma quanto resta è sufficiente per comprenderne la bellezza originale e la maestosità. Ci tuffiamo ancora una volta nell’irresistibile dedalo di stradine assolate de la Hanana Vieja, fino a raggiungere un’altra volta la Chiesa di San Francesco d’Assisi, e sederci sulla panchina dedicata sorprendentemente a Chopin. Ci perdiamo tra le strade, in mezzo a questa bellezza decadente e affascinante che riempie gli occhi e tutti i sensi, fino al cuore. Capisco che non bastano le immagini a descrivere pienamente questa terra, perché le sensazioni che rimanda sono tante, e vanno dalla colonna sonora, dai ritmi lenti e morbidi degli abitanti, dalla luce e dall’aria leggera, dai colori vivaci e puliti. Hasta siempre, Cuba.

(24 marzo – 2 aprile 2014)

 

habana vieja

 

(24 marzo – 2 aprile 2014)

Regno Hashemita di Giordania

 

giordania_mappaAhlan Wa Sahlan!! Benvenuti in Giordania! Da quanto tempo si parlava di far questo viaggio…  e finalmente eccoci qui.

10 marzo – Il volo parte da Malpensa ed è davvero comodissimo, l’aereo di Air Jordan è confortevole, pulito e anche il pranzo, per essere su un aereo, si difende. Arriviamo puntualissimi all’aeroporto di Amman dedicato a Queen Alia , terza moglie del re Hussein, dove un’auto ci raccoglie e ci porta al nostro hotel, Landmark. La posizione non è delle più felici, ma è un buon hotel. Scopriamo che vi hanno soggiornato numerose personalità internazionali: se la maggior parte provengono dal mondo arabo, ci sono stati anche italiani “illustri”: Carlo Azeglio Ciampi, Massimo D’alema (scritto così!) .IMG_0623

La cena in hotel è discretamente buona. Ci sono altri italiani che sembrano essere insieme, chissà se faranno il nostro tour … Non conosciamo ancora la nostra guida, ci è stato solo specificato l’appuntamento per la mattina successiva: alle 8 pronti, si parte!

11 marzo – La nostra guida è un bel signore dall’aria moderatamente mediorientale (ma lo è profondamente inside, come scopriremo) che si chiama Ismail Shkokani, per gli amici Ismail. E’ veloce e organizzato, ci fa giustamente osservare che le cose da vedere durante il viaggio saranno molte e non c’è tempo da perdere. Siamo un gruppo di nove persone dove casualmente tutti gli uomini si chiamano Gianfranco, Franco o Francesco … scopriremo alla fine del tour di aver trovato dei veri compagni di viaggio.IMG_7078

La Giordania come la conosciamo oggi è un paese molto giovane, nato nel 1921, e questo dettaglio pesa sulla sua architettura: non esiste quasi niente di bello di quanto costruito in questi novant’anni, le case sono essenziali e disarmoniche, le moschee, che avrebbero pretese artistiche, sono altrettanto anonime. In compenso il tuffo nel passato è molto profondo.

La mattina è dedicata alla visita di Amman, la “città bianca” che sorge su sette colli. Deve il suo nome alla dinastia degli ammoniti, ma ha superato numerose vicende prima che Tolomeo la ricostruisse, nel terzo secolo d.C., e le desse il nome di Philadephia. Con l’arrivo dei romani entrò a far parte della Decapoli,  in quanto sorgeva sulla Via Nuova Traiana, che attraversava la regione in verticale e arrivava al mare, ad Aqaba. Successivamente fu abitata e gestita in periodi alterni da arabi e bizantini, finché proprio gli arabi non spostarono i loro interessi verso oriente e verso Bagdad, segnando così l’abbandono della città. Solo nel 1880 venne ripopolata dai circassi, popolazione di origine russa e di religione musulmana installata ad Amman dagli ottomani. La rinascita definitiva avvenne proprio nel 1921 quando un accordo tra Winston Churchill e re Abdullah bin al-Hussein diede vita a questo nuovo stato nazionale arabo.

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Oggi la prima tappa è la Cittadella, la zona archeologica i cui resti più antichi risalgono a  7000 anni fa. Per raggiungerla il nostro pulmino si arrampica sulla strada dalla quale vediamo i resti delle antiche mura. Dall’alto il panorama è bello e suggestivo: sotto di noi si stende un presepe di casette cubiche costruite senza alcuna strategia e che coprono tutto lo spazio disponibile. Sulla collina di fronte, Raghadan, si intravede la residenza reale, sotto di noi il centro della Philadelphia romana, con il teatro. Ci fermiamo a visitare le colonne e i resti del tempio di Ercole, costruito in onore dell’imperatore Marco Aurelio: le colonne sfoggiano capitelli IMG_6165corinzi, mentre l’enorme mano del gigante ci fa intendere quanto fosse grande la statua del dio. Ci spostiamo e riconosciamo i resti di una basilica bizantina, raggiungiamo al-Qasr, il Palazzo del Califfo, che si apre con una costruzione in pietra decorata con bassorilievi eleganti, coperta da una enorme cupola in legno. IMG_6180All’interno il canto festoso e continuo di uccelli invisibili crea una colonna sonora un po’ surreale. A fianco vediamo una grossa cisterna, oggi in disuso ma in passato punto di raccolta delle acque che servivano alla città. Da questa posizione possiamo ammirare una enorme bandiera della Giordania, talmente grande e pesante da avere un movimento morbido e lento, come sventolasse al rallentatore. IMG_6169La bandiera ha un significato preciso: le tre bande orizzontali, nera, bianca e verde, rappresentano  tre califfati, il triangolo rosso è il simbolo della dinastia Hashemita e della Rivolta Araba, mentre la stella bianca a sette punte ha un doppio significato, i sette versi della prima sura del Corano e l’unione dei popoli arabi.

Visitiamo ancora il piccolo ma interessantissimo museo archeologico, dove ci abituiamo a riconoscere le foto onnipresenti dell’attuale re Abdullah e del padre, Hussein. Tra le primitive sculture, molto bella la testa con due volti.

Scendiamo ora nella città bassa per visitare il teatro romano, grande e grandioso, perfettamente conservato e tutt’ora utilizzato, e i musei adiacenti del Folklore e della Tradizione Popolare. Qui impariamo come è vestita e attrezzata una guardia del deserto.

Lasciamo Amman per spostarci a nord est, verso il confine con l’Irak, e approfondire la conoscenza di alcuni castelli degli Omayyadi. Ci fermiamo alla fortezza   di al-Azraq – che vuol dire azzurro – in riferimento all’acqua di cui è ricca la regione. E’una costruzione militare grande e possente in basalto, la locale pietra scura, dove si riconoscono i diversi ambienti dedicati agli uomini o agli animali, e dove sono già visibili coperture a volta e archi a tutto sesto.  Eretta dai Romani nei primi secoli dopo Cristo, è stata usata successivamente dagli arabi, come denota la trasformazione in moschea dell’edificio centrale, dove è stato aggiunto il mirhab. E’ stata infine utilizzata come punto di appoggio da Lawrence d’Arabia.IMG_6218

E’ ora di pranzo, assaggiamo quella che ci viene presentata come una specialità, la “rovesciata”, riso con pollo e verdura pressati in una casseruola, e rovesciati sul piatto dove mantengono la forma rotonda del contenitore. Alla fine del pranzo prendiamo il caffè, ottimo caffè turco aromatizzato al cardamomo, e Ismail mi fa l’onore di leggere i fondi. Quello che mi dice si discosta molto dalla realtà che penso mi attenda, ma è comunque interessante assistere alla coreografia un po’ magica di questa tradizione.IMG_6225

La visita continua a Qusayr Amrah, un raro esempio di architettura musulmana dove le decorazioni comprendono, nonostante il divieto della religione, la rappresentazione di figure umane maschili e femminili, oltre a un’immagine di Cristo. La costruzione, molto elegante, si presenta nel suo insieme come un rifugio lontano da tutto e da tutti, dove l’attenzione al piacere e al bel vivere pare particolarmente curata. Oltre alle stanze centrali affrescate con scene diverse e paesaggi, ci sono le stanze dell’hammam, con i tre locali per le diverse temperature, dove è notevole una volta affrescata con la mappa celeste, oltre ai segni dello zodiaco e a divinità greco-romane. All’esterno della costruzione principale c’è un pozzo e si può riconoscere il sistema idrico che permetteva il rifornimento dell’acqua. Non è difficile immaginare come, un tempo, anche la parte esterna fosse curata e armoniosa come l’interno.

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Un caldo tè offerto sotto una tenda beduina ci prepara all’ultima tappa della giornata: l’imponente fortezza di Qasr al-Kharanah, luogo di difesa ma anche caravanserraglio a disposizione dei commercianti che trasportavano le loro merci per centinaia di chilometri attraverso il deserto. Sul cortile interno si affacciano le aperture degli spazi per i cavalli, cammelli e dromedari, mentre al piano superiore ci sono ben 61 stanze per l’accoglienza dei viaggiatori, tutte decorate con affreschi, sculture, volte, arcate.IMG_6244

Al rientro ad Amman decidiamo di terminare la giornata con una visita alla città bassa, dove vivono e si muovono le persone del posto. Diamo un’occhiata dall’esterno alle rovine del Ninfeo, che doveva essere davvero grande, acquistiamo spezie nel suq, dove gli animali si vendono vivi, arriviamo fino alla moschea al-Hussein, o Grande Moschea, la più antica della città. Mentre il sole tramonta, in città piano piano si accendono le luci, e l’impressione di essere n un presepe si rafforza ancora. Un taxi ci riporta all’albergo.

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12 marzo – Oggi, da Amman, ci dirigiamo verso nord, dove c’è il confine con Israele e la Siria. L’itinerario si snoda in un percorso pianeggiante, e la strada passa in mezzo a colline fiorite, colture e oliveti. Passiamo cittadine che si somigliano tra loro, casette bianche e disordine orientale,campus universitari modernissimi,  superiamo il fiume az-Zarqa, già attraversato da Giacobbe per andare in Palestina. Il centro più grande e importante è rappresentato dalla città di Irbid, e da lì arriviamo finalmente al sito di Umm Qays, l’antica Gadara (oggi Gedara) fondata in epoca ellenistica ed entrata a far parte delle Decapoli. La città sorge in una splendida posizione strategica, ed è possibile vedere, nonostante la foschia, le alture del Golan, il lago di Tiberiade e alcune città israeliane, sull’altro versante del lago stesso. L’origine del nome Umm Qays è controversa, pare derivi dal nome della sorgente che assicurava l’acqua alla regione, oppure dal fatto che fosse un centro per la riscossione dei tributi. Si riconoscono i resti ben conservati di costruzioni ottomane, alcune ancora utilizzate, ed è chiaro l’incrocio tra il cardo e il decumano, le principale arterie stradali secondo l’urbanistica romana. Numerosissime colonne corinzie delimitano i percorsi, mentre Ismail ci spiega che quanto vediamo non è che una parte dei resti ancora sepolti sotto la collina. Attraversiamo un quadriportico ancora pavimentato e riconosciamo perfettamente il perimetro e l’abside di una basilica di forma ottagonale, risalente al VI secolo, con alcune colonne in basalto nero. Visitiamo il teatro ovest, datato II secolo, costruito in basalto e con due ordini di posti. Il ninfeo è ben conservato e di discrete dimensioni.IMG_6311

La posizione di Gedara, prossima alla cuspide dove si toccano Giordania, Israele e Siria, offre l’occasione per una piccola lezione di storia e di geografia. I conflitti tra Israele e Siria sono sempre accesi, e le alture del Golan sono ambite da entrambi gli stati, oltre che dalla Giordania, per la loro ricchezza in acqua. La Giordania è infatti il quarto Paese al mondo nella classifica degli stati più assetati.

Lasciamo Gedara e costeggiamo il confine israeliano con un percorso boscoso e ricco di vigneti: raggiungiamo  il Castello di Ajlun, una massiccia, enorme costruzione in pietra, chiaro esempio dell’architettura araba. Sorge a 1200 metri di altezza su una vallata panoramica e aperta che spazia dalla valle del Giordano alle alture della Galilea. La fortezza è stata voluta e costruita dal nipote di Saladino durante le guerre Crociate per controllare i movimenti bellici. E’ stato distrutto dai mongoli, ricostruito dai mamelucchi e finalmente, nel 1812, scoperto da Johann Ludwig Burkhardt, ma solo negli anni ’60 del secolo scorso iniziarono i lavori di restauro e consolidamento. Per quanto potente e interessante, la cosa più bella è senz’altro lo spettacolare panorama sulle valli coltivate intorno.IMG_6315

Anche oggi assaggiamo una specialità: il pane arabo appena sfornato.IMG_6333

Il pomeriggio è dedicato alla visita di uno dei siti più belli e suggestivi lasciati dai romani: Jarash, l’antica Gerasa. Se le origini risalgono all’età del Bronzo, è con Alessandro Magno e, successivamente, gli imperatori romani Traiano e Adriano, che raggiunse il massimo splendore e l’armonia architettonica che ammiriamo ancora oggi.

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L’entrata nel sito è indicata dal possente Arco di Adriano, bellissimo con le sue decorazioni ben restaurate e il caldo color ocra. Oltre l’arco, sulla sinistra c’è l’ippodromo, tutt’ora funzionante e utilizzato, dove si riconoscono antiche stalle. Si arriva alla Porta Sud, e si entra nel sito monumentale, si raggiunge la spettacolare Piazza Ovale, delimitata da un ordinato ordine di colonne, pavimentata con pietre che diventano più piccole man mano che si va verso il centro della piazza, aumentando così l’effetto ellittico. Se la Piazza Ovale è il punto più spettacolare, intorno lo spazio è ricco di monumenti che raccontano la storia. Il Tempio di Zeus, che risale al II secolo d.C., si raggiunge attraverso una scala monumentale, accanto il Teatro Sud, capiente per 3500 spettatori, dall’acustica perfetta e ben pavimentato, è ancora utilizzato durante un importante festival che si tiene in estate. Qui, tre guardie del deserto in divisa ci suonano l’inno nazionale giordano!

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Visitiamo il Tempio di Artemide, ancora un’emozione per la bellezza e la strategia architettonica delle colonne antisismiche, e da lì raggiungiamo le chiese di San Giovanni, San Giorgio e Ss. Cosma e Damiano, con splendidi pavimenti in mosaico. La nostra passeggiata ci conduce a incrociare anche qui cardo e decumano, e fino al teatro nord, che era sede degli incontri amministrativi e usato durante le elezioni. IMG_6402Naturalmente c’è una Porta Nord, e ancora il grande Ninfeo, la Cattedrale sorta sui resti di un tempio dedicato a Bacco, il Tetrapilo e le botteghe dei commercianti … Ma in assoluto la cosa più toccante di questa visita è l’esperienza di viaggiare nella storia, di andare indietro nei secoli in mezzo a bellezza e armonia, volute da uomini grandi capaci di capirle e apprezzarle. La natura intorno, e la giornata soleggiata e tiepida, confermano queste sensazioni.

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13 marzo – Stamattina lasciamo definitivamente Amman, e ci dirigiamo verso sud. La prima tappa, non lontana, è il Monte Nebo, un luogo ricco di simboli e di storia: da qui, straordinario balcone sulla valle del Giordano, Mosè contemplò Israele, la Terra Promessa, qui fu sepolto e i Padri Francescani della Custodia della Terrasanta hanno costruito il memoriale a lui dedicato. Il panorama esterno è spettacolare, con l’ampia vallata che declina verso il Giordano e il Mar Morto e la città di Gerico sullo sfondo, dall’altra parte della valle. Una mappa stilizzata indica la posizione delle città più note in terra d’Israele, luoghi storici e resi sacri dal Nuovo Testamento, o tristemente famosi per le tensioni sempre presenti nell’area. In lontananza, oltre la valle del Moab piuttosto brulla, osserviamo le terre rese fertili dal Giordano e verdi di boschi e colture. La chiesa, uno spazio cristiano in terra araba, è chiusa per restauri, ma i bellissimi mosaici bizantini sono visibili nel loro perfetto stato di conservazione: animali, figure umane, fregi colorati si alternano con eleganza e armonia.

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Lasciamo il Monte Nebo e ci fermiamo a Madaba, un luogo storico di origine bizantina che meriterebbe una visita ben più approfondita. Noi ci dobbiamo accontentare (anche se non è poco!) di visitare la chiesa di San Giorgio, un tempio di rito greco ortodosso costruita nel 1896, dalla facciata semplice e dall’interno piacevole e luminoso. Qui è conservata la Mappa di Terrasanta,
IMG_6485 quanto resta di un mosaico antichissimo, databile intorno al 560 d.C., una vera carta geografica biblica dove sono citate oltre 150 località ognuna riconoscibile per le immagini e i colori che le rappresenta. Al centro della mappa si impone Gerusalemme, di cui sono riconoscibili molti monumenti, e intorno non mancano vallate, corsi d’acqua, deserti. Buffi i pesci che scappano dal Mar Morto, dove non potrebbero sopravvivere.

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Vicino a Madaba sorge la fortezza di Macheronte, dove venne decapitato Giovanni Battista.

Lasciamo Madaba e continuiamo il viaggio attraverso la Strada dei Re, o via Nuova Traiana, un percorso che taglia la regione da nord a sud e, in principio, univa Busra, in Siria, con Aqaba: un’opera monumentale, costruita in soli tre anni circa duemila anni fa. Su questo percorso attraversiamo lo spettacolare Wadi Mujib, un paesaggio asciutto e ripido, punteggiato da rara vegetazione e dalle abitazioni dei nomadi, letteralmente spaccato in due, che la strada percorre fino all’omonima diga (Al-Mujib) e al bacino d’acqua che disseta tutta l’area. Risaliamo l’altro versante e arriviamo alle pianure del Moab, intensamente verdi, dove in primavera fiorirà l’iris nero, fiore ufficiale della Giordania. Raggiungiamo la cittadina di Al-Karak, ben posizionata su un’altura, dove sorge la Cittadella, una struttura ampia, panoramica, con un’ampia vista sulla vallata intorno, costruita e completata in epoche diverse dai crociati e dagli arabi. E’ molto piacevole la passeggiata in questa struttura complessa, storica, dove si intuisce la tensione passata e si gode, oggi, il piacere di una visita in pace, dove il panorama non viene osservato in cerca del nemico che si avvicina, ma per apprezzare i pini di Aleppo nella collina intorno.

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Lasciamo Al-Karak, dove come dappertutto non mancano i ritratti dei re Hussein e Abdullah, e ci rassegniamo a un lungo tragitto, che ci porta direttamente a Petra. Dormiamo nell’albergo Beit Zaman, una sorta di albergo diffuso che si presenta come un bel complesso, sebbene un po’ trascurato. La gestione è affidata ai beduini che, fino a vent’anni fa circa, vivevano a Petra, all’interno delle aperture naturali nella pietra, e che sono stati compensati dello “sfratto” con queste attività di accoglienza turistica.

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14 marzo – Petra dei Nabatei. Eccoci qui, credo di non sbagliare se affermo che chiunque viene in Giordania lo fa principalmente per visitare Petra. E con ragione, perché nessuna immagine, film o racconto può trasmettere l’emozione di questo posto unico al mondo.

All’ingresso cammelli, cavalli, calessi aspettano di accompagnare i turisti più pigri. Noi ci avviamo subito nel Siq, un passaggio stretto pochi metri e lungo oltre un chilometro, dove subito si ha la forte consapevolezza di camminare in fondo al mare. Siamo infatti circondati da rocce in arenaria dalle forme morbide e tonde, forgiate quindi prima dall’acqua e poi dal vento, dove si alternano  colori diversi che vanno dal rosa al grigio al bianco. Circa duemila anni fa i Nabatei, popolo originario della penisola arabica,  trovò naturale e sicuro rifugio in questo spazio quasi nascosto, e qui lasciò tracce profonde della sua cultura e storia. Se le abitazioni erano semplici cavità nella pietra, le tombe, che si incontrano già all’inizio del percorso, denotano una raffinatezza artistica e una perizia ingegneristica davvero affascinanti. La scelta delle forme dell’obelisco, ispirate quindi all’Egitto, o della scala, di origine assira, indicano le contaminazioni culturali assorbite da questo popolo, che ha scelto di rappresentare le divinità in forma di parallelepipedo per differenziarle dall’aspetto umano e ha saputo costruire canali di scolo dell’acqua per difendersi dalle inondazioni. IMG_6666Questa passeggiata in fondo al mare, in cui ci si sente piccoli e insignificanti a confronto dell’ordine universale, cattura per la bellezza dei colori in contrasto con l’azzurro terso del cielo, la sacralità monumentale del luogo, l’energia potente che arriva dalla forza delle rocce. Ecco perché alla fine, quando all’improvviso lo spazio si apre su Al-Khazneh, il Tesoro del Faraone, si è quasi impreparati, ancora distratti dal percorso precedente.

IMG_6691La grande e imponente facciata, eretta nel primo secolo a.C. come tomba reale e poi, forse, trasformata in tempio, è elegantissima nelle sue forme di ispirazione ellenistica, ma particolari e uniche per la squisita tecnica architettonica dei Nabatei. Ci fermiamo a lungo in contemplazione, ma ripartiamo decisi perché questo è solo l’inizio. Petra è un’enorme necropoli, e subito la strada continua con le facciate di numerose altre tombe, tutte perfettamente decorate con motivi di rigoroso equilibrio geometrico. C’è il teatro, scavato nella roccia, di ispirazione romana, e in questo tratto l’arenaria offre il meglio di sé: grazie a infiltrazioni d’acqua e sali minerali, i colori si distinguono e si mescolano con raffinata fantasia, il rosa e l’arancio si alternano a bianco, azzurro e grigio, in accostamenti cromatici degni dei migliori stilisti (e la nostra guida ci indica quella che lui chiama la grotta Missoni). La passeggiata continua nella via colonnata, dove ci sono anche piccoli negozi e ristoranti.

IMG_6898Deviamo verso la Chiesa Bizantina, coperta da una brutta struttura (che però la protegge)dove osserviamo splendidi mosaici raffiguranti figure umane, animali e le allegorie delle quattro stagioni.IMG_6803

Da qui osserviamo il Grande Tempio di Petra, straordinario, e accanto il Palazzo della Fanciulla, pare dedicato alla figlia di un faraone. Ora affrontiamo la lunga salita verso Ad-Dayr, il Monastero: ci chiede tempo e fatica, ma lassù siamo compensati con la facciata meravigliosa del Monastero stesso, più semplice del Tesoro, ma non meno suggestiva. Siamo in posizione dominante, lo sguardo spazia sulle cime intorno, il silenzio è perfetto, caprette e asini si muovono sicuri sulle rocce a strapiombo. Scendiamo dalla vetta del Monastero per visitare le tombe reali, altri esempi di architettura inimmaginabile due millenni fa per tecnica e precisione.IMG_6874

Mentre ci concediamo un tè alla menta lasciamo spaziare lo sguardo intorno: abbiamo fatto un salto indietro nel tempo di duemila anni, siamo al centro di una valle protetta da uno stretto passaggio lungo e impegnativo, e intorno a noi l’architettura diventa. C’è il tempo per un ultimo saluto al tesoro del Farone e poi si torna, ancora attraverso il Siq, dove la luce del tramonto ammorbidisce i colori.IMG_6834

La visita di Petra, pur completamente diversa, regala un’emozione paragonabile a quella di Jerash: si viene catapultati indietro nel tempo di un paio di millenni, e al di là della bellezza e della solennità dei singoli elementi che ci circondano, quello che affascina e resta nel cuore è la sensazione di essere testimoni di un passato che ha chiuso o cambiato il suo percorso, ma non è scomparso.

15 marzo – La prima tappa è Siq al-Barid, la cosiddetta Piccola Petra, un luogo raccolto dove sono presenti altri edifici e tombe scavate nella roccia, e dove si vedono con chiarezza le cisterne per la raccolta dell’acqua. Una sala posta in luogo sopraelevato conserva tracce di affreschi con decori floreali e figure mitologiche. Nel percorso vediamo da lontano il sito di al-Bayda, insediamento preistorico tra i più antichi, e attraversiamo il villaggio moderno dove sono stati spostati i beduini che, fino a una trentina di anni fa, vivevano a Petra. Per quanto confortevoli siano queste case, non è difficile immaginare lo spirito di adattamento che è stato necessario a chi, da generazioni, viveva a stretto contatto con la natura.IMG_6952

Lasciamo la Piccola Petra e tutto il sito archeologico per imboccare l’autostrada che raggiunge Aqaba, e fermarci al deserto del Wadi Rum. Durante il tragitto, piuttosto lungo e anche un po’ noioso, incrociamo un treno per il trasporto dei fosfati. La prima sosta è al Centro visitatori dell’area protetta del Wadi Rum, ai piedi del massiccio chiamato I sette pilastri della saggezza, dal titolo del libro di Lawrence dArabia. Qui ci attendono le jeep che ci porteranno, tra scossoni e nuvole di sabbia rossa, al’interno dell’area protetta del deserto. Un cortese beduino aveva però provveduto ad acconciare alcuni di noi, usando le nostre sciarpe di cotone, con turbanti per proteggere sia i capelli che naso e bocca. Un’acconciatura che ci fa sentire carichi di un notevole fascino esotico …

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Il Wadi Rum è un deserto sabbioso intervallato da massicci montuosi con curiose forme rotonde che fanno pensare a possenti torri. Ci fermiamo in posti diversi, a una sorgente d’acqua dove si vedono anche delle iscrizioni non ancora totalmente decifrate, in un canyon dove si riconoscono chiaramente diversi graffiti, per fermarci sotto una tenda beduina a sorseggiare un tè. Incontriamo una splendida duna che ci offre lo sfondo ideale per la foto del nostro gruppo: il contrasto tra l’arancio della sabbia e l’azzurro del cielo è bellissimo.IMG_7079

Le jeep ci riportano al punto di partenza, stasera dormiremo sul Mar Morto e la strada da fare è ancora lunga. Sul percorso è indicato il punto preciso in cui, dal livello del mare, si comincia a scendere: il mar Morto è il punto più basso della Terra. Il nostro hotel, Crowne Plaza Dead Sea, è molto lussuoso e molto kitch, e dedichiamo l’ultima parte della giornata per esplorarlo e goderne i giardini. Nonostante le premesse, la temperatura non è così alta da ispirarci a un tuffo immediato.

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16 marzo – Trascorriamo sulla spiaggia del Mar Morto l’ultimo giorno di vacanza, tra chiacchiere, bagni e risate. A causa dell’altissima concentrazione di sale nel Mar Morto si galleggia con una spinta dal basso verso l’alto ben superiore di quella indicata da Archimede. Non è possibile nuotare, in quanto bisogna prestare attenzione a non schizzare gli occhi, in compenso ci si sposta con estrema facilità semplicemente camminando o pedalando nell’acqua … provare per credere!

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17 marzo – Au revoir alla Giordania. Nel viaggio di ritorno resto colpita (ma perchè?) dal fatto che sullo schermo, oltre alle indicazioni di rotta  e situazione del volo, è precisata la posizione della Mecca …

Primavera romana

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Roma è una delle città più belle e più ricche di storia del mondo, ogni opportunità di visitarla è un regalo meraviglioso. Accettiamo con entusiasmo l’invito di Danila e Paolo per passarvi insieme una settimana.

Giovedì 3 maggio – Con l’auto dei nostri amici partiamo da Bergamo e, attraverso Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Lazio, arriviamo alla Capitale. Ci aspetta la loro accogliente casa in Trastevere, affacciata sulla chiesa di San Pasquale Baylon, e data la giornata bellissima, ci concediamo subito una bella passeggiata per il quartiere, alla ricerca degli angoli ripresi da Woody Allen nel film To Roma with love.IMG_4016 Il cielo azzurro, l’architettura avvolgente, i sampietrini, una chiesa e un palazzo nobiliare all’improvviso: questa è Roma. Attraversiamo un Tevere sonnacchioso e ci sediamo in Campo dei Fiori, per un aperitivo di benvenuto. Le rondini ci accompagnano con le loro grida. Dopo esserci goduti la sosta e le prime luci del tramonto, ci avviamo attraverso il Passetto del Biscione, in Campo Marzio, dove una volta sorgeva il Teatro di Pompeo, primo teatro in muratura di Roma. Siamo dietro corso Vittorio Emanuele, tanto che scorgiamo la cupola di S. Andrea della Valle. La passeggiata che ci riporta verso casa è una continua scoperta di angoli curiosi, targhe famigliari, fontane, case nobiliari, case popolari: ripassiamo il Tevere a destra dell’Isola Tiberina, mentre da lontano scorgiamo il campanile romanico di S. Maria in Cosmedin.

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3 maggio – Abbiamo l’auto, quindi questa vacanza sarà dedicata anche a diverse escursioni fuori porta. Oggi facciamo la prima, e prima di lasciare la città, ci fermiamo a Ponte Milvio, dove è nata la tradizione dei lucchetti, ma giustamente famosa per la leggendaria battaglia tra Costantino e Massenzio, durante la quale Costantino si convertì al cattolicesimo. Lucchetti ce ne sono moltissimi, ma siamo rapiti dalla bellezza e dai riflessi sul fiume, che scorre placido sotto di noi. La primavera romana è dolcissima.

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La prima tappa fuori Roma è nel Parco di Veio, un’area vastissima abitata fin dall’età preistorica e dove venne fondata la città etrusca di Veio, la più meridionale dell’Etruria. Per alcuni secoli prima di  Cristo Veio subì l’invasione dei Romani, fino a esserne distrutta e sottomessa, e solo Augusto nel 27 d.c. la elevò al rango di Municipio per contrastarne la decadenza. Con la costruzione delle vie consolari, Veio risultò essere vicino alla Cassia, e questo aiutò il ripopolamento della zona. Nel medioevo le campagne si spopolarono e furono amministrate direttamente dalla Chiesa, finché dopo l’anno 1000 incominciarono a sorgere i primi insediamenti che avrebbero dato vita ai Comuni , e nella zona si scatenarono i contrasti tra le famiglie Orsini e Colonna. Ma Veio e i suoi dintorni godettero anche di una valorizzazione spirituale, in quanto nelle vicinanze passava la via Francigena (Canterbury – Roma), percorsa dai pellegrini che si recavano a Roma per ottenere l’indulgenza plenaria. Nei secoli successivi l’area alternò periodi di produzione agricola con altri di abbandono, anche a causa di epidemie, e solo all’inizio del XX secolo l’area venne bonificata e, negli anni 1950, vennero espropriati i grandi territori e divisi tra i contadini. Oggi la zona è un parco protetto che preserva le sue antichissime vestigia storiche, immerso in una campagna meravigliosa e fiorita del rosso dei papaveri e del giallo dei fiori di tarassaco.

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La tappa successiva è Isola Farnese, un paese sulla via Francigena che sorge su una rupe tufacea e che prende il nome di isola per la posizione protetta all’interno delle valli. E’ un paese medievale ben conservato, piacevole e accogliente, con un castello dominante sui boschi intorno.

IMG_4144Ci spostiamo a Sutri, antichissima città  alle falde dei Monti Sabatini, anch’essa testimone delle vicende etrusche e romane. Posizionata sulla via Cassia, porzione della Francigena, ha visto un periodo di gloria fino al medioevo, per poi subire un graduale decadimento a causa dello spostamento degli interessi verso la Cassia Cimina, a opera dei Farnese. Oggi è una bellissima cittadina che mantiene la sua impostazione medievale, con strade strette sulle quali si affacciano vecchie case in pietra, botteghe, piccole logge e balconi fioriti. Entriamo in città dalla Porta Franceta, ci arrampichiamo sul colle fino alla piazza e alla Cattedrale di Santa Maria Assunta, un po’ fredda secondo me, e scendiamo all’Antico Lavatoio, affacciato sulla vallata.IMG_4119

 

Pranziamo con un succulento panino acquistato in un negozio di alimentari, e preparato con grande cura e attenzione. Ci sediamo nel parco ai piedi della città, dove sorge la Necropoli monumentale, l’Anfiteatro e il Mitreo, che visitiamo dall’esterno con una lunga passeggiata perimetrale.IMG_4129

La tappa successiva è Viterbo, nota anche come la città dei Papi, in quanto nel XIII divenne sede pontificia per circa 25 anni . E’ una città con un ampio centro storico medievale ben conservato, chiuso da mura, dove gli imponenti palazzi rivelano un passato importante e sono ornati dagli stemmi papali o dal leone, simbolo della città.IMG_4150

Raggiungiamo il Palazzo dei Priori in piazza del Plebiscito, dove una disponibile guida ce lo illustra, ma soprattutto ci racconta la tradizione legata al culto di Santa Rosa. Ogni anno la città lancia un bando di concorso per progettare e realizzare la Macchina di Santa Rosa, una costruzione alta circa trenta metri, riccamente addobbata, che il 3 settembre di ogni anno viene portata a braccia per le vie della città, in onore della santa. Rimaniamo piuttosto stupiti che una festa qui così importante e impegnativa non sia affatto conosciuta nell’Italia settentrionale. Ma l’interno del palazzo è veramente interessante, affrescato in modo elegante con figure che raccontano la storia della città e della regione, mentre dal giardino si gode una bella vista sulla collina intorno. Poco distante scopriamo l’elegante portale gotico di Santa Maria della Salute, purtroppo chiusa .IMG_4164

Ci avviamo verso la zona più elevata della città, dove ha sede il palazzo dei Papi, attraverso strade acciottolate definite da edifici in pietra: sul percorso incontriamo la piazza sede del presidio Slow Food di Viterbo, dove si affaccia la chiesa del Gesù, e arricchita da una bella fontana in pietra. Tra balconi fioriti e altissime torri di avvistamento raggiungiamo la Cattedrale di San Lorenzo, chiesa di impianto romanico, poi rimaneggiata, e imponente campanile gotico. Ne visitiamo l’interno, ampio e arioso, notevole per diverse opere e in particolare il fonte battesimale in marmo di Carrara. A fianco, finalmente, troviamo il Palazzo dei Papi, dove si riconosce il leone simbolo della città. Tutta la piazza, che si trova nella parte più elevata e sembra quasi sospesa, risulta particolarmente armoniosa ed elegante, nonostante la struttura delle costruzioni intorno sia piuttosto squadrata e poco dinamica. Forse si deve questa impressione anche al verde abbondante e vicino e al cielo limpidissimo che ci sovrasta.IMG_4183

La nostra gita prosegue verso Tuscania, cittadina di origine etrusca che sorge su promontori di roccia tufacea, come molti altri borghi della zona. Entriamo in città attraverso le mura e incontriamo subito la Fontana delle Sette Cannelle, antichissima: risale all’epoca etrusco – romana. Ci arrampichiamo attraverso vicoli, scale e archi, all’interno di un borgo antico tranquillo e soleggiato, con case basse in pietra e mattoni e una vegetazione che ricorda la relativa vicinanza del mare. Incontriamo la chiesa di San Marco, con un bellissimo portale romanico,  dove il suggestivo interno, a una navata, è raccolto e semplice, solo le tracce di qualche antico affresco. Affacciata su una bella piazzetta c’è Santa Maria della Rosa, che risale al XIII secolo, il cui interno rivela gli interventi diversi fatti nel corso dei secoli. Incontriamo ancora la chiesa di San Silvestro, databile 1271, solenne nella sua semplicità, e finalmente raggiungiamo l’Acropoli del colle di San Pietro. Godiamo qui di un panorama meraviglioso che spazia nella campagna intorno e arriva fino al mare. IMG_4202L’ultima tappa della nostra giornata è Tarquinia, città anch’essa racchiusa all’interno di alte mura di fortificazione, che si rivela subito elegante e sontuosa. Ci concediamo un rapido giro superficiale, perché ormai la giornata volge al termine, sebbene una visita all’ora del tramonto, con la colonna sonora delle rondini che volano senza sosta, crei un ricordo molto suggestivo. Il cielo infuocato traccia i contorni delle isole dell’arcipelago toscano, che sembrano vicinissime.

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4 maggio – La mattina è dedicata alla visita di Palazzo Valentini, sede della Provincia di Roma, ma soprattutto (almeno per noi) scrigno prezioso di mosaici e antichissimi reperti d’epoca romana che visitiamo con un percorso guidato … dalla voce di Piero Angela.IMG_4308
Lo raggiungiamo passando attraverso il Ghetto dove, pare, è tempo di carciofi … e dando uno sguardo al Campidoglio. Continuiamo la mattinata con la visita del Palazzo Doria Panphilj, in via del Corso, forse il più grande palazzo storico ancora di proprietà e gestito dalla famiglia che gli dà il nome. Ci viene proposta gratuitamente l’audioguida, e c’è una sorpresa: la storia del Palazzo è raccontata direttamente da Jonathan Doria Panphilj, uno dei più giovani rappresentanti della casata, che ci conduce attraverso le meravigliose e ricche stanze raccontandone notizie storiche legate con episodi famigliari, il tutto con una passione e un’attenzione che solo un padrone di casa può avere. La collezione è ricchissima e di enorme prestigio, ci sono opere di Caravaggio, Raffaello e Tiziano, il ritratto del papa Innocenzo X eseguito da Velazquez e il busto in marmo realizzato da Gian Lorenzo Bernini.palazzo dp galleria

 

Nel pomeriggio raggiungiamo il Macro, che ci accoglie con una imponente e divertente installazione fatta di palloncini colorati. All’interno, le sale propongono filmati e opere contemporanee sicuramente curiose e interessanti, ma la stessa struttura è molto godibile, e la visitiamo fino all’ampio terrazzo.

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Sulla strada del ritorno incontriamo la chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, capolavoro barocco del Borromini, e ancora una volta Roma si lascia guardare alla luce del tramonto, strategicamente illuminata per meglio apprezzarne la bellezza: la luna è un disco enorme che si riflette nel Tevere.

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5 maggio – Oggi il tempo non è dei migliori, ma nulla ci ferma! Dedichiamo la mattinata alla visita di due chiese moderne, dotate di un impianto architettonico rilevante. La prima tappa è per la Chiesa Meier , o meglio la chiesa dedicata a Dio Padre Misericordioso del quartiere Tor Tre Teste. Il nome viene dal suo progettista, l’architetto americano Richard Meier, che vinse il concorso indetto dal Vicariato di Roma per  il progetto di una chiesa nuova in vista del Giubileo 2000. La chiesa ha una struttura ariosa, con larghe ali bianche all’esterno e caldo legno all’interno.IMG_4364

Ci spostiamo poi alla Chiesa del Sacro Volto di Gesù in via della Magliana. Questa architettura, pensata da Piero Sartogo e Nathalie Grenon,  è forse ancora più sorprendete rispetto alla Chiesa Meyer: l’ampio sagrato va a chiudersi in forma di V davanti alla grande croce esterna di Eliseo Mattiacci; la cancellata esterna ha una linea sinuosa e leggerissima, la grande vetrata ricorda la protettiva tela del ragno, e la cupola rimanda a quelle delle moschee . Alla decorazione della chiesa hanno contribuito famosi artisti contemporanei, tra gli altri Mimmo Paladino e Carla Accardi.IMG_4375

 

 

 

Piove, continuiamo il pomeriggio con una visita alla mostra “Avanguardie russe” allestita all’interno dell’Ara Pacis, e sulla strada del ritorno non resistiamo, decidiamo di rendere omaggio a Caravaggio. Cominciamo con la Madonna di Loreto nella Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio, continuiamo con la visita di San Luigi dei Francesi e le strepitose opere dedicate alla storia di  San Matteo.

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6 maggio – La giornata è dedicata alla scoperta dell’Aventino. Il percorso ci conduce fino al Tempio di Vesta, davanti a Santa Maria in Cosmedin, ma subito incominciamo a salire così da ammirare Roma dall’alto. Sotto di noi corrono le imponenti Terme di Caracalla, con una prospettiva ben diversa da quella consueta. Sul nostro percorso incontriamo un roseto fiorito, che colora un po’ la giornata purtroppo molto grigia, e dal quale si gode una bella panoramica della città. Visitiamo la chiesa di Santa Prisca e il suo interno affrescato: la chiesa risale al IV o V secolo, e di originale sono rimaste solo le colonne, peraltro inglobate nei pilastri. I ricchi affreschi sono del XVI secolo e tutt’ora molto ben conservati. Davvero notevole il soffitto ligneo a cassettoni. Entriamo ora in una delle basiliche minori di Roma, dedicata a Santa Sabina. Risale al V secolo e, sebbene molto restaurata, mantiene una forte solennità. Ora è la volta della meravigliosa basilica dedicata ai Santi Bonifacio e Alessio, anch’essa annoverata tra le basiliche minori. Costruita tra il III e il IV secolo. È stata molto rimaneggiata: il campanile è romanico, il portico è medievale, la facciata cinquecentesca.  Lì vicino c’è la piazza dei Cavalieri di Malta e non resistiamo a guardare il Cupolone, come si vede attraverso il buco della serratura di un portoncino. Mentre scendiamo ci accontentiamo di ammirare dall’esterno la chiesa di San Saba, perché purtroppo è chiusa, e continuiamo la nostra passeggiata in compagnia delle possenti Terme di Caracalla e del panorama della città, mentre sotto di noi il Tevere scorre placido.IMG_4452

7 maggio – Vogliamo visitare la sede dell’Università La Sapienza e i suoi dintorni: attraversiamo piazza Navona e per caso prendiamo la via degli Staderari, dove c’è una curiosa fontana, con ai lati del libri. Ecco cosa dice una ricerca su di essa:

La Fontana dei Libri si trova in via degli Staderari, nome che ricorda gli antichi fabbricanti di stadere e bilance, un tempo esistenti in questa zona. C’è da precisare che questa via, in precedenza, si chiamava “via del’Università”, in riferimento alla vicina Università della Sapienza, mentre l’antica via degli Staderari era parallela a questa e fu soppressa allorché fu allargato Palazzo Madama. La fontana è situata entro una nicchia coronata da un arco a tutto sesto e presenta una testa di cervo (simbolo rionale di S. Eustachio) tra quattro libri antichi, due su ciascun lato, e collocati su due mensole laterali, naturalmente in ricordo dell’Università della Sapienza. L’acqua sgorga da due cannelle a forma di segnalibri poste sui tomi superiori e da altre due, poste lateralmente sui tomi inferiori, e si raccoglie nella sottostante vasca semicircolare. Questa composizione, in travertino, fu eseguita nel 1927 su progetto dell’architetto Pietro Lombardi e fa parte di quelle fontane commissionate dal Comune di Roma che volle ripristinare in vari punti della città alcuni simboli di antichi rioni o di mestieri scomparsi. Le altre fontane, tutte opere dello stesso architetto, sono: la Fontana delle Anfore, la Fontana delle Arti, la Fontana delle Tiare, la Fontana della Pigna, la Fontana delle Palle di Cannone, la Fontana dei Monti, la Fontana della Botte e la Fontana del Timone. Una piccola curiosità: al centro della fontana, tra le corna del cervo, risulta inciso in verticale il nome del rione e in orizzontale il relativo riferimento numerico, ma evidentemente c’è stato un errore perché S. Eustachio corrisponde al Rione VIII e non IV come chiaramente inciso.IMG_4478

La passeggiata tra i palazzi bellissimi di Roma ci porta fino alla chiesa di S. Ivo alla Sapienza, capolavoro di Francesco Borromini,  resa caratteristica dalla sua cupola a spirale. La realizzazione di questa chiesa è stata una vera sfida per il Borromini, che ha dovuto situarla tra gli edifici preesistenti dell’Università e il cortile già costruito. L’architetto ha realizzato un progetto che rimane un punto di riferimento per il barocco e per le geniali idee architettoniche: niente è casuale, tutto parla di un’ascesa a Dio, la spirale della cupola è un riferimento all’infinito, La chiesa non è visitabile, ci accontentiamo di passeggiare nel cortile dove è esposta la mostra “L’Italia dei libri”, dedicata ai testi fondamentali della nostra letteratura. Non vedo nemmeno una donna.

Continuiamo per un passaggio a Piazza Navona, del resto certe tappe a Roma sono irresistibili, e continuiamo sul Campidoglio, dove cerchiamo gli angoli più panoramici. Facciamo una piccola sosta all’interno della chiesa dell’Ara Cieli, ma poi torniamo all’esterno. E’ una stupenda giornata di sole e Roma, con il cielo azzurro, gli alberi ricchi di foglie e la sua memoria storica, ci regala uno spettacolo che ogni volta stupisce.

IMG_45198 maggio – Siamo quasi alla fine della vacanza ma, dulcis in fundo, oggi visitiamo Tivoli e le famose ville che sorgono nella zona. Un allegro campo di papaveri  ci accoglie all’ingresso di Villa Adriana : la casa che Adriano volle come dimora imperiale fuori Roma fu iniziata nel 117 d.C., ed è la più grande e rappresentativa villa romana rimasta. Il percorso, lunghissimo, si snoda attraverso quello che rimane dei possenti edifici, tutti abbastanza conservati per permettere di immaginare come poteva presentarsi in origine la costruzione, dove erano previsti spazi per tutti e per tutto, e dove alcune decorazioni, in particolare i mosaici, sono ancora bellissimi. Spazi d’acqua, colonne corinzie, archi e ulivi secolari ci accompagnano per tutto il percorso, fino al bellissimo ninfeo , ancora elegantissimo. Nell’antiquarium del Canopo, la mostra dedicata alla figura di Antinoo, “il fascino della bellezza”, ci avvicina agli ideali del tempo. Su tutto aleggia lo spirito dell’imperatore Adriano, come lo ha descritto Margerite Yourcenar nelle Memorie, un uomo illuminato e di grande purezza interiore. La scrittrice ha trascorso qui, in uno spazio definito, il tempo necessario alle sue ricerche, e ha lasciato la sua impronta e i suoi ricordi. Danila e io suggelliamo il viaggio con una fotografia che ci ritrae insieme sotto l’ulivo preferito dalla scrittrice.

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Pranziamo nel piccolo ristorante appena fuori, Villa Esedra, ed è piacevole mangiare una discreta pizza all’aperto, sotto il verde degli alberi. Nel pomeriggio ci attende Villa d’Este, spettacolare per i suoi giochi d’acqua incredibili! L’interno della villa è sicuramente interessante, ma la parte più suggestiva è all’esterno, dove il giardino all’italiana si dipana su diverse terrazze verso il basso, e dove le fontane si moltiplicano in acrobazie acquatiche vorticose. La villa è considerata dall’Unesco come Patrimonio dell’umanità, è stata costruita nel 1600 e vanta interventi addirittura da parte di Gian Lorenzo Bernini. Dopo alterne vicende e periodi di decadenza, oggi è stata quasi completamente riportata allo splendore originale, con il maggior valore degli interventi moderni. Non meno accattivante è il panorama sulla vallata circostante.

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Chiudiamo la giornata, un po’ in ritardo, con una visita davvero troppo veloce a Villa Gregoriana: è tardi e non ci è possibile fare tutto il percorso per guardare le cascate naturali, alcune imponenti, che si trovano nel parco di questa villa, e che testimoniano l’abbondanza d’acqua della zona. Ma se pur breve, è un buon modo per chiudere la giornata, e anche la nostra vacanza.

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La seconda volta a NYC

7maggio 2011 – Alle 4 siamo in piedi, partiamo prestissimo. Il primo volo fino a Francoforte è puntuale, la partenza per New York ha invece due ore e mezzo di ritardo, ma come al solito un po’ di recupera e insomma, alle 15 e 30 ora locale siamo già sul taxi verso Manhattan. L’albergo, Staybridge, è buono, forse un po’ decentrato, ma in compenso è vicinissimo alla sede del New York Times disegnata da Renzo Piano, e in linea con Times Square. Appena disfatti i bagagli e avere recuperato un po’ noi stessi, ci tuffiamo nella città che non dorme mai. E’ un attimo essere piacevolmente coinvolti dal movimento, dalle luci, dai colori, dalla gente, dall’energia che divampa in giro. Times Square, che ora è chiusa al traffico e si propone con seggiole e tavolini a disposizione di chi passa, non ha perso la sua caratteristica di luogo al centro del mondo: impossibile distrarsi dalle animazioni, alcune interattive,tutte belle,  che riempiono in continuazione questo spazio. Facciamo già un po’ di shopping … da M&M. Cena al ristorante Stardust, quello dove i camerieri cantano i pezzi degli anni ’50, e sono così bravi che ci si chiede come mai non siano in qualche teatro di Broadway (ma siamo a Brodway!).

8 maggio – Mentre ci avviamo verso la meta odierna, scopriamo Bryant Park, un’altra oasi verde all’interno della città con prato, piante, sedie e tavolini a disposizione dei newyorkesi (e dei turisti) che approfittano di queste giornate serene di primavera per stare all’aperto a leggere il o fare uno spuntino o due chiacchiere. Una cosa che in Italia è vista come scelta un po’squallida qui, grazie alla grande cura con cui sono tenuti questi spazi verdi, diventa un’abitudine normale e sana. Al’interno del parco c’è una statua di Gertrude Stein in posa molto confidenziale. Dopo questo intermezzo ci portiamo sulla 5° Strada, che percorriamo tutta verso nord, in quanto il nostro obiettivo è il Metropolitan Museum of Art. Facciamo l’ultima parte del percorso in Central Park, rigoglioso e fiorito oltre che molto piacevolmente affollato, e raggiungiamo il museo. Si sa che è uno dei più importanti del mondo, ma rimaniamo stupiti di tanta ricchezza. Ogni sezione ha grandi capolavori, la parte dedicata ali artisti americani è ricca e interessante, soprattutto perché sono pochi i nomi conosciuti. La sorpresa maggiore arriva nella sezione dedicata agli impressionisti: pensavamo di aver visto tanti capolavori raggruppati insieme, specialmente a Parigi, ma non avevamo ancora visto la quantità, e la qualità, dei lavori di Van Gogh, Monet, Bonnard, Renoir,oltre a numerosi lavori di Modigliani, Picasso, Braque, Gris e tantissimo altro. Insomma un posto da cui non si uscirebbe mai. Prima di uscire però, in omaggio alla cultura americana, visitiamo la stanza ideata da Frank Lloyd Wright, ineccepibile per eleganza legata a praticità: questo architetto ha concepito l’abitazione non come stanze separate, ma come un unico ambiente che deve trovare armonia e raccordo anche se diviso in stanze diverse.

Dopo la lunga visita, con un autobus ritorniamo sulla 5° Strada: c’è temo per un po’ dello shopping che dobbiamo fare su commissione. Alla sera, buon cibo americano nel ristorante “Five Napkins”, in Hell’s Kitchen.

9 maggio – Stamattina apprendiamo dalla tv che c’è stato un incidente sulla linea metropolitana che porta a Queens, e ci sono ritardi e cancellazioni … proprio oggi che vogliamo andare al PS1! Ma sfidiamo la sorte e andiamo lo stesso, forse il treno è un po’ più lento del solito, però ci porta a destinazione. La metropolitana di New York dimostra tutti i suoi anni, e ha un’aria un po’ caracollante, ma l’importante è arrivare. Siamo in anticipo, il museo apre a mezzogiorno, e facciamo una passeggiata negli isolati intorno: molti immigrati, case degli anni ’30-’40, belle, caratteristiche con i mattoni a vista e le scale antincendio in facciata; ancora tanti capannoni e la sensazione di stare in un’area industriale, anche un po’ disordinata. In questa zona non si avverte la sensazione che il Queens sia l’area attualmente più in espansione e recupero della città. Finalmente entriamo: il PS1 si propone come una delocalizzazione del MoMa, dedicato ad artisti giovani o meno noti, oltre che a tecniche meno convenzionali. Lo spazio che lo ospita era una vecchia scuola, con l’esterno in mattoni rossi e l’interno con pavimenti di legno lucidato e sciocchiolante. C’è in mostra una galleria fotografica realizzata da una giovane giapponese, Lurel Nakadate, a mio avviso con poche idee, ma magari si farà … Ci sono i video realizzati negli anni ’60 e ’70 da un gruppo di artiste, secondo me molto centrati, pur nella loro brevità: Modern Woman, Single Channel. Infine c’è una (parte della) mostra di Francis Alys, intitolata A Story of Deception, che è un capolavoro. L’artista utilizza metodi diversi, ma sempre poetici, per spiegare in forma allegorica la realtà sociale, politica ed economica, oltre ai cambiamenti in corso nella nostra società. Impossibile spiegare a parole le sue idee, perché vorrebbe dire impoverirle: con pochi e facili mezzi, è in grado di far riflettere a lungo, anche con un sorriso. Dopo la sosta al PS1, doverosamente lunga, riprendiamo la metropolitana per tornare a Manhattan, di cui vediamo perfettamente lo skyline, e ci fermiamo sulla Quinta Strada. Siamo un po’ incerti su come passare il pomeriggio, quindi decidiamo di consacrarci ancora alla cultura, ed entriamo al MoMa. Qui la scelta delle cose da vedere è davvero notevole: noi ci fermiamo soprattutto per le immagini degli Espressionisti Tedeschi, per le chitarre di Picasso e per la collezione del Museo, ed è tutto di grande soddisfazione. Non mi viene in mente un altro museo di arte moderna così ricco e dinamico nel proporre progetti nuovi e insoliti. La cena è al Red Lobster, in Times Square, aragosta del Maine, ottima, a volontà.

10  maggio – La mattinata comincia con una visita a Carlo Medori, simpatico personaggio ultra ottantenne, che vive a New York da 40 anni e si propone per consigli e  visite alla città. In realtà, quello che ci racconta è abbastanza banale, ma non è il caso di contraddirlo, e ce ne andiamo con qualche piantina scritta a mano e una lista di ristoranti a cui appoggiarsi qui a NY. Prendiamo la metropolitana per farci portare alla punta più estrema di Manhattan, e visitiamo subito il Museo dedicato agli Indiani d’America. Il museo è molto interessante, ricco di testimonianze dedicate ai tempi d’oro della Horse Nation, ma secondo me la cosa  più interessante è la mostra di Preston Singletary, un americano nato e cresciuto  in Alaska che forgia oggetti in vetro colorato ispirandosi alla natura in cui è cresciuto e alle sue origini culturali e artistiche.  Il museo è ospitato in uno splendido palazzo del ….. sontuoso e rigoroso, con tanto legno caldo nelle decorazioni e decorazioni ispirate alla rivoluzione industriale e alla immigrazione. Dalla riva del mare iniziamo una lunghissima passeggiata che ci porterà a Ground Zero (stato avanzamento lavori), Nolita, Soho, Greenech Village (tutte zone già conosciute ma sempre apprezzate per le belle case dell’800 e la misurata vivacità che le caratterizza), fino al Meatpacking District, quartiere ancora fortemente industriale, ma in evidente rilancio, con una strepitosa passeggiata vista mare attrezzata con sedie, tavolini e sdraio e disposizione di chi passa. Ancora verso  la nostra base, incrociamo il Madison Square Garden e la Penn Station (qui ci concediamo una birra fresca) . Finiamo la goornata da Tad’s, un gradevole ed economico ristorante self service specializzato in carne alla griglia.

11 maggio – Stamattina andiamo ad Harlem, un bel quartiere ormai multietnico, pulito e ordinato, con belle case stile british e ancora alcuni complessi residenziali fortemente popolari, a rimarcare che qui non si vive sempre nella “New York da bere”. Mentre cerchiamo la Columbia University, quasi per caso attraversiamo uno splendido parco, il Morningside, un’oasi di silenzio. Arriviamo al campus, dove fervono i lavori in preparazione della festa di sabato prossimo, per celebrare i laureati di quest’anno. A pochi passi sorge la chiesa meravigliosa di St. John Le Divine, meravigliosa non solo per la sua struttura architettonica,ma soprattutto per la varietà di culti che vi sono rappresentati. Immagino che la chiesa sia ancora sconsacrata, visto come accoglie le altre fedi, e mi piace copiare qui sotto una bella iscrizione tratta da un altare giapponese. Da Harlem, con una corsa in metropolitana, andiamo sulla Prince Street per un’ultima passeggiata-shopping. Mentre si avvicina il tramonto, saliamo sul Top of the Rock, al Rockfeller Center, e ancora una volta rimaniamo incantati davanti alla bellezza di questa città, che è cresciuta in altezza oltre che in larghezza, armonizzando costruzioni centenarie con i grattacieli degli anni ’50, così pacifici, e le recenti costruzioni in vetro che regalano riflessi e luminosità in continua trasformazione. Da una parte l’Empire State Building, dall’altra la distesa di Central Park, tutto intorno il mare. Stasera si cena al Bubba Gamp, troppo divertente (e molto buono!).

12 maggio – Oggi andiamo a Brooklyn, per valutar di persona cosa c’è e come si muove questo quartiere diventato molto alla moda. La prima tappa è il Centro Visitatori, dove raccogliamo qualche informazione e molte piantine. Facciamo l’errore di sottovalutare la distanza con il Museo di Brooklyn, e ci andiamo a piedi, facendo così una passeggiata tra il traffico congestionato e sotto un sole cocente. Il museo do Brooklyn vale assolutamente una visita attenta e tranquilla, sia per l’edificio che lo ospita, sia per la quantità di reperti e opere d’arte che ospita. In questi giorni c’è anche una bella mostra dedicata ai Tipi degli indiani d’America, dove sono presentati  anche molti oggetti di uso casalingo che,soprattutto, mettono in risalto la differenza tra i diversi  ruoli e le contaminazioni con i diversi momenti storici, da quando gli indiani erano popoli liberi e padroni dei loro spazi, alla deportazione nelle riserve, fino al riconoscimento della loro identità culturale e la conseguente posizione di cittadini americani a tutti gli effetti. Tra le tante e importanti opere ce n’è una che non conoscevo, e che è invece di grande importanza, in quanto rappresenta il principale monumento dedicato al movimento femminista: si tratta di The Dinner Party, una tavola apparecchiata che ospita la metaforica presenza di 999 donne che hanno lasciato una traccia profonda nella storia. Curioso che siano vicine due delle mie preferite: Virginia Wol e Georgia ‘ Keeffe.  Dopo il museo ci spostiamo nel quartiere di Brooklyn Heights, con le sue belle case dell’800 affacciate sull’acqua, proprio di fronte alla Statua della Libertà, e proseguiamo fino a Dumbo (Down Under Manhattan Bridge Overpass), dove i vecchi magazzini sono diventati luminose abitazioni, e si aprono le gallerie d’arte. Tutta quest’area in riva al mare, con la splendida vista di Manhattan davanti e i giardini fioriti, è splendida. Lasciamo Dumbo e ritorniamo a Manhattan, a piedi, attraverso il Ponte di Brooklyn. La cena stasera è con ostriche e pesce fresco all’interno della stazione di Grand Central.

13 maggio – Stamattina il programma è per un visita al Whitney Museum, ma siccome scopriamo che il museo apre all’una, decidiamo di ingannare l’attesa con una passeggiata esplorativa in Madison Avenue. Siamo nell’Upper East Side, e non c’è bisogno di tante spiegazioni per capire che siamo nella zona più chic di New York: case esclusive e bellissime, negozi con le firme più famose, soprattutto italiane e francesi. Casualmente entriamo nella Galleria …., e cogliamo le seguenti opportunità: vedere una mostra di pittura di … G…, particolare autore alle linee morbide e colorate, vedere una mostra fotografica di ritratti di Avedon, ritratti di persone molto famose, si intende; infine, visitare il lussuosissimo interno di un palazzo in questa zona della città. Il Whirney Museum, ospitato in una sede dedicata e molto bella,  ha caratteristiche un po’ diverse da quelle trovate fin’ora, perché presenta poche opere, non affastellate, il che fa sì che si possano gustare con la giusta attenzione e partecipazione. All’ingresso c’è la piccola esposizione di una giovane artista , ….., intitolata Bologna/….: l’autrice, che si ispira a Morandi e a …, con pochi e semplici gesti riesce a trattare la tela in modo veramente particolare e poetico. Un piano è dedicato a una selezione di opere moderne, quasi pop, ognuna diversa e pregevole, ricca del significato che principalmente accomuna gli artisti oggi, ovvero la solitudine e la difficoltà di comunicare, pur in mezzo alla folla. Un piano, infime, propone il nuovo progetto del Museo, che vuole offrire in un arco di tempo di più anni, i pezzi più significativi della collezione, raggruppati per periodi diversi. Si comincia proprio adesso, con gli anni ’20 e ’30: le opere selezionate sono tutte molto interessanti (alcune molto belle) e ci sono lavori della fondatrice del museo, Gertrude Vanderbilt Whitney. E’ una visita rilassante, un po’ anticonvenzionale, di ampia soddisfazione. Torniamo presto in albergo perché, ahimè, oggi si parte: dopo qualche brivido causati dal ritardo nel trovare una macchina per l’aeroporto, e il traffic jam del venerdì sera, arriviamo al JFK sani e salvi, e puntuali.