Matera, Bari e il mare

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10 aprile 2018

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Un volo di un’ora e mezza ci permette di coprire gli otto, novecento chilometri tra Milano e Bari, ed eccoci qui. Recuperiamo una Panda a noleggio e ci avviamo subito verso Matera. Unica tappa intermedia, Altamura, che subito ci affascina con i suoi palazzi rinascimentali in tufo bianco, i decori che ricordano la pietra leccese, una splendida cattedrale romanica e un goloso e ricco aperitivo in piazza.

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Poi, Matera: un presepe di case bianche che sembrano scaturire una dall’altra, in un disordine ordinato, una gestione dello spazio estrema e geniale insieme.

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Ci fermiamo alla Locanda San Martino: capiremo poi che è costituita da una serie di “sassi” recuperati e convertiti in stanze d’albergo, nelle quali sono state inserite le comodità moderne (in sintesi, i servizi) senza stravolgere il loro aspetto originale.

conchiglia.PNGCi viene assegnata la camera “della conchiglia”, una grotta scavata nella sabbia di cui è costituita la montagna, con una sola, piccola finestra e qualche presa d’aria (queste bellissime, a forma di fiori).IMG_1207
A room with a view, visto che si affaccia sui sassi, e in alto riconosciamo la parte alta della Cattedrale.
Appunto, i sassi. Cosa sono? Non sono pietre, come sembrerebbe suggerire il nome, sono vere abitazioni che, a partire dell’anno mille circa, gli abitanti locali hanno ricavato “per sottrazione”, scavando nella roccia le grotte dove vivere.
Nello spazio di una stanza viveva una famiglia, in genere molto numerosa, insieme con gli animali. Se questa promiscuità poteva essere accettata fino a un certo momento storico, nel 1952 viene definita “una vergogna per l’Italia” dal ministro De Gasperi, che orina l’evacuazione della popolazione dai sassi, e l’inizio di una lunga ristrutturazione degli spazi.IMG_1216.JPG
Naturalmente chi abitava nei sassi si è spostata con grande entusiasmo, visto che venivano loro offerte abitazioni con servizi, aria e luce. In parallelo, il lavoro di recupero si rivelava estremamente difficile e costoso, e continua lentamente fino al 1986, quando il governo allora ìn carica assegna a Matera un miliardo di lire e coinvolge i privati. Questi accettano di ristrutturare i sassi, nel pieno rispetto della loro origine, con un contributo a fondo perduto del 50%, mentre il rimanente 50% viene considerato come un affitto anticipato.
Tutto questo ci viene illustrato da Raffele (3334563440), la nostra guida, che ci viene a prendere all’albergo, e ci porta su e giù per Matera per circa quattro ore, senza accusare la minima stanchezza, anzi, sempre più entusiasti.
Ci troviamo nel Sasso Barisano, così chiamato perché rivolto verso Bari, e da qui inizia la nostra visita. Le prime osservazioni generali vogliono spiegare l’architettura ingegnosa di questa città, i cui abitanti hanno saputo ricavare abitazioni scavando nella tenera sabbia. Le case sono letteralmente impilate una sull’altra, con lo spazio per camminare, così che la strada che percorriamo altro non è che il tetto della casa sottostante.
Il problema più importante in queste abitazioni è l’approvvigionamento idrico, che si basa solo sulla pioggia: quindi ci sono ovunque canali fatti di terracotta per canalizzare l’acqua piovana dentro a capienti cisterne che fanno il valore della casa. Pur senza acqua corrente, le case erano attrezzate da una sorta di lavello dove utilizzare l’acqua stessa. Nelle strade e nelle scale (non dimentichiamo che Matera è una città tutta in salita) i canali di scorrimento dell’acqua erano scrupolosamente divisi tra quelli per l’acqua pulita, da bere e cucinare, e IMG_1253.JPGquelli per i rifiuti liquidi, inclusi quelli degli uomini e degli

animali.

Incontriamo subito l’edificio che ospiterà la sede di Matera 2019, città della cultura. Dopo pochi metri facciamo una delle tappe più suggestive: due chiese rupestri, ovvero due luoghi di culto scavate proprio come le case. La chiesa della Madonna della Virtù è particolarmente suggestiva per la sua grandiosità: tre navate, le colonne, una piccola abside (con un decoro più recente), sembra incredibile che sia stata realizzata con la sola forza delle braccia.La seconda chiesa, intitolata a San Nicola dei Greci, della quale buona parte si è perso, e comunque molto più rozza, conserva alcuni affreschi bizantini, straordinariamente interessanti per il punto d’incontro tra i simboli del culto ortodosso con quello della tradizione cattolica.

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Sull’altro lato della strada ci affacciamo sulla profonda gravina, in fondo alla quale scorre un fiume di portata limitata ma, pare, sempre attivo, mentre sulla parete opposta si vedono bene le aperture scavate nella terra, un tempo abitazioni, alcune diventate chiese rupestri, e oggi usate dai pastori come ricovero degli animali.

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Continuiamo la nostra passeggiata con l’osservazione dei sassi ben restaurati, ma ancora testimoni preziosi e inalterati delle loro caratteristiche di partenza. Una porta, una finestra, una stanza, prese d’aria con forme gentili per favorire il ricambio d’aria e contenere l’umidità. Tutto questo è ancora riconoscibile anche dove le singole unità sono state unite per creare soluzioni abitative ampie e comode, oltre che sane.
Un ulteriore aspetto che, man mano che si osserva, emerge da questa strana logica di costruzioni, è la non chiusura tra una casa e l’altra, anzi, le porte sembrano essere in una posizione tale da relazionarsi con quante più famiglie possibile. Il sistema, meno casuale di quanto non sembri, è chiamato giustamente “vicinato”, e rappresenta la relazione forte e stabile tra tutti i materani.

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Nel corso della visita vediamo la “Casa grotta” un esempio di come si viveva fino al 1852: vediamo una stanza dove predomina un letto matrimoniale alto e imbottito, un piccolo tavolo e una miriade di accessori per la casa e la cucina. La casa offriva ospitalità a tutti gli abitanti e i loro animali: il mulo, i conigli, le chiocce, i pulcini …una promiscuità persino difficile da immaginare. Eppure era quella la vita di molte persone.


Vicino alla casa grotta sorge la chiesa di San Pietro in Caveoso, notevole per il bel soffitto ligneo dipinto con figure religiose.

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Dopo l’arrampicata per i Sassi raggiungiamo la vetta della montagna, e raggiungiamo la Matera moderna, quella nata nel 1700, che oggi offre un bel corso pedonale con molti negozi per lo shopping.
La prima tappa è piazza Giovanni Pascoli, dove c’è la bella sede dell’antico ginnasio, oggi sede museale anche per tante opere dipinte da Carlo Levi durante il confino.

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Procediamo fino alla piazza del Sedile, dove una volta si riunivano i saggi del luogo per prendere le decisioni più difficili, e arriviamo alla piazza Vittorio Veneto dove si affaccia la bella facciata barocca di San Domenico.

Forse l’attrazione più rilevante della piazza, e lo è di sicuro per le dimensioni, è il cosiddetto “Palombaro Lungo”, ovvero quello che resta di una enorme cisterna che, un tempo, riforniva d’acqua tutta la città nuova. Noi ci affacciamo solo sulla profondità di questa cisterna, nella quale si può scendere grazie a una passerella, e verificare le tracce lasciate dall’acqua nei secoli.IMG_1311
Da questa piazza, grazie a un terrazzo creato apposta recentemente, si gode un magnifico panorama sul Sasso Barisano, e a questo punto siamo in grado di orientarci rispetto a quanto visto durante la passeggiata, e di capire la logica primitiva ma geniale con cui si è costruita questa città. La terrazza, aperta verso il cielo, ci offre anche il panorama del volo vivace degli uccelli: per la prima volta quest’anno rivedo le rondini e ne ascolto il verso inconfondibile e gioioso. Raffaele ci fa notare un altro abitante dei cieli, tipico di quest’area, il falco grillaio, piccolo, elegante e colorato.


L’ultima tappa della nostra visita è riservata alla stupenda chiesa di San Giovanni Battista, un capolavoro bizantino con forti toni arabeggianti. La facciata, che in realtà è una parete laterale, accoglie i fedeli attraverso il portale intagliato come un pizzo.

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La giornata si conclude perfettamente all’Osteria Pica, dove ci vengono servite specialità locali indimenticabili come il pane di Matera, dalla crosta croccante e l’interno morbidissimo, e i peperoni cruschi, una preparazione dell’ortaggio che lo rende leggero come una carta velina e delizioso al palato.

 

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11 aprile 2018
Lasciamo Matera, che avrebbe meritato altro tempo, non senza fare una sosta nella zona panoramica dall’altra parte della gravina, da dove si gode una visione d’insieme della città restaurata, della parte ancora originale e della natura intorno.


Ci avviamo verso sud, in direzione del golfo di Taranto, per dare un’occhiata alle tavole Palatine. Sorgono in mezzo alla campagna, in un giardino a loro dedicato, e sono purtroppo poco conosciute e poco visitate. Sono quanto rimane di un tempio greco dedicato alla dea Hera, due filari paralleli di colonne corinzie molto ben conservate, ancora maestose e affascinanti, mentre si stagliano contro il cielo azzurro. Si dice che qui fosse la tomba di Pitagora.


Visita rapida, ci rimettiamo subito in viaggio. La meta successiva è il mare Adriatico, poco sotto Bari. Per errore percorriamo un pezzo di autostrada, ma a Gioia del Colle decidiamo di uscire e percorrere la strada statale, forse meno veloce, ma senz’altro più interessante. Rapidamente ci rendiamo conto di essere proprio nel posto giusto al momento giusto: siamo in un’area di coltura delle ciliegie “Ferrovia”, un’area che si dipana per chilometri e chilometri, da Gioia del Colle a Conversano. Intervallati agli ulivi e alle ricche fioriture di colza e papaveri, i ciliegi sono in piena fioritura, e ci regalano lo spettacolo di nuvole bianche che corrono ai lati della strada.

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Passiamo Turi e Conversano, cittadine che hanno senz’altro un bel centro storico, ma rovinate da un’edilizia moderna priva di ogni bellezza e di equilibrio.
E finalmente arriviamo al mare. Siamo a Polignano a Mare, il paese famoso per l’altissima scogliera dalla quale è possibile tuffarsi (per i coraggiosi che si sentono di cimentarsi). E’ un borgo piccolissimo, ma molto carino, con case di un bianco accecante come si trovano in Salento, vicoletti pulitissimi che serpeggiano in mezzo, e come sottofondo il rumore costante della risacca. Ci godiamo il sole e lo spazio aperto fino all’orizzonte, prima di ripartire in direzione di Trani.

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Anche Trani è sul mare e ricorda un po’ le città greche dominate da Venezia. Dietro il porto, palazzi settecenteschi e dimore storiche di grande prestigio, finestre grandi e terrazzi. Solo un piccolissimo gruppo di casette dalla forma semplicissima del parallelepipedo, raccolte tutte insieme spezza questa eleganza. Nell’area immediatamente dietro il porto i palazzi storici sono quasi uno dopo l’altro, intestati a famiglie ricche o nobili della zona, spesso convertiti alla funzione di ricevere ospiti, e raccogliere così le risorse per la manutenzione dei palazzo stessi.
La nostra scelta cade proprio su uno di questi: alloggiamo a palazzo Bianchi, uno stabile del 1700 appartenuto al barone Bianchi, passato poi di proprietà della chiesa, e infine della famiglia che lo gestisce ora anche come albergo. Ci viene assegnato un appartamentino, piccolo, essenziale, ma molto curato e comodo, con affaccio sul cortile del palazzo e accesso al bel giardino interno.

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Facciamo subito una passeggiata e percorriamo il semicerchio che abbraccia il porto, dove le barche a vela e i piccoli motoscafi sono raccolti nel centro, mentre intorno al perimetro ormeggiano i pescherecci. Una passeggiata panoramica con lo sguardo perso sul mare, che ci porta verso il Giardino Pubblico, bel parco curato dove, grazie a una leggera sopraelevazione, si abbraccia con lo sguardo tutta la baia.

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Rientriamo verso il centro e percorriamo le strade interne.
Sbirciamo cortili con piante rigogliose e vecchie carrozze, sono quasi tutti convertiti in strutture di accoglienza, affinché il proprietario trovi le risorse per l manutenzione.
Nella città vecchia è piacevole camminare, tra vecchi palazzi e chiese, per di più romaniche, salvo qualche esempio barocco.
Colpiscono alcuni aspetti. Gli uffici giudiziari sono numerosissimi e occupano davvero molti spazi: tribunale, procura, archivio di stato, corte d’appello, insomma anche se siamo in un piccolo paese, è evidente che siamo davanti a una sede importante, che si occupa di cause importanti.

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Esiste un definito quartiere ebreo, chiamato Giudecca, dove si possono riconoscere ben due sinagoghe. Una, oggi convertita a chiesa cattolica intitolata a S. Anna, era la sinagoga più grande d’Europa. La seconda, più piccola e raccolta, di luminosa pietra bianca, ancora svolge le sue funzioni.
Verso sera, i pescatori rientrano e mettono in mostra il loro ricco pescato su semplici banchi appoggiati sulla terraferma, proprio davanti alla loro barca. Pesce vivo, letteralmente, pronto alla vendita: paranza per fritto e zuppa, gamberi rosa, polpi e moscardini, molte rane pescatrici, una bella cesta di acciughe, qualche scorfano rosso e piccole triglie rosa. L’abbondanza e la freschezza sono una garanzia per quanto ci aspettiamo di gustare a cena.

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E proprio per la cena ci concediamo un lusso: scegliamo un ristorante lussuoso, Le Lampare al Fortino, con ottime recensioni, e non rimaniamo delusi. Cibo e vino sono strepitosi! Gustiamo il vero sapore del mare. Forse qualche critica potrebbe essere riservata all’estetica del locale, troppo scintillante per i miei gusti, ma poco importa.
Dopo cena, un ultimo sguardo alla suggestiva cattedrale illuminata, nel suo tenero color rosa, che sembra sorgere direttamente dall’acqua.


12 aprile 2018
In mattinata concludiamo la visita a Trani, una breve perlustrazione nelle strade he non avevamo ancora percorso. Diamo un ultimo sguardo alla Cattedrale nella luce del mattino, e soprattutto facciamo una piccola scorta di prelibatezze locali: taralli ai diversi aromi, e una fetta di soffice focaccia pugliese al pomodoro, che gusteremo a pranzo.
Riprendiamo l’auto e andiamo verso Bari, dove arriviamo comodamente con la strada statale. Bari si presenta come una città piuttosto disordinata, inflazionata di palazzoni anonimi e sproporzionati alla dimensione delle strade. Proprio a causa di questo disordine, riteniamo una fortuna aver prenotato in anticipo sia il posto per l’auto che l’hotel, che è il decoroso B&B Les Suites.
La posizione è comoda e abbastanza centrale, incrociano molto vicine le due vie dello shopping, ovvero non storia ma griffe, mentre andando verso il mare incontriamo alcuni palazzi istituzionali e, in particolare, il teatro Petruzzelli, perfettamente risistemato dopo l’incendio di molti anni fa.

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La piazza su cui sorge il Petruzzelli è davvero maestosa: ampia, alberata, luminosa. Nonostante la presenza di qualche palazzo davvero brutto, l’impressione generale è di una certa, opulenta eleganza.
Il lungomare di Bari è riparato da un’alta muraglia, e non è accessibile. Le spiagge, immagino, sono da un’altra parte.

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Ci avviamo verso il centro storico, abbastanza ben tenuto e valorizzato, e soprattutto abitato da baresi purosangue, dove il dialetto impera e il carattere esuberante dei meridionali riempie gli spazi.


San Nicola di Bari è famoso all over the world. Scopriamo però che si tratta della Basilica di San Nicola, perchè la Cattedrale è dedicata a San Sabino: entrambe le chiese fanno risalire la loro fondazione poco dopo l’anno mille. Hanno subito numerosi restauri e cambiamenti, ma mantengono l’impronta romanica, austera, elegante, spirituale.

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Vale una piccola sosta anche la piccola chiesa di San Marco, altrettanto antica. Fondata dai veneziani spostati a Bari, ha una semplice facciata con un piccolo leone alato, e le immagini della Madonna del Pozzo tra San Marco e S. Antonio da Padova.

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Ritorniamo verso il mare guardando il teatro Margherita, una curiosa costruzione nata all’inizio del 1900, costruita su palafitte, che sembra sorgere dal mare.
C’è un bel sole, e prima di rientrare in camera per prepararci per la cena, ci abbronziamo un po’ su una panchina, osservando il passeggio dei baresi.
La serata si conclude magnificamente al ristorante Il Sale. Indovinate un po’ cos’è salato?

 

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Auld Lang Syne Scozia

La Scozia è un paese quasi disabitato, dove piove moltissimo, pieno d’acqua e di boschi. Visitandola in un momento dove in Italia imperversa la siccità, viene da dire: Pensiamoci. Gli Scozzesi scrivono in inglese, ma parlano una lingua loro che se ne infischia della fonetica, quando non è celtico. Più semplice andare a intuito. Gli Scozzesi sono, comunque, estremamente gentili, tolleranti con i turisti e il loro improbabile inglese, e molto puliti. Peccato guidino a sinistra.
Questo è il diario di una settimana di vacanza

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A hotel room with a view

25 luglio 2017
Con solo 45 minuti di ritardo ci solleviamo in volo da Milano e, alle 15,30 in punto ora italiana (ora locale 14,30) siamo a Edimburgo, Edinburgh.
Subito apprezziamo i disagi della Brexit o, semplicemente, la sospensione degli accordi di Schengen: ci tocca una coda lunga e lenta prima di passare la dogana ed entrare, veramente, nel Regno Unito.
Un comodo e non economico taxi ci porta all’hotel, Holiday Inn Express, in Queen Street; non è centralissimo, ma nemmeno così scomodo. Dati i tempi lunghi già impegnati in inutili convenevoli, ci mettiamo subito in marcia.

DSC01682.JPGLa città è interamente coinvolta nei preparativi per l’Edinburgh International Festival, un evento mondiale che richiama spettatori da tutto il mondo e che si svolge in agosto. Ma noi non ci facciamo impressionare e ci avviamo per il nostro giro. Appena usciti dall’albergo, davanti a noi cammina un signore in kilt. Non uno dei numerosissimi signori drappeggiati in tartan che incontreremo durante il nostro giro, a scopo turistico. No, questo signore ha proprio scelto di preferire la divisa tradizionale della Scozia. Ci capiterà di vederne altri.
La prima cosa da vedere, a Edimburgo, è senza dubbio il Castello, che sovrasta la città dalla cima della sua rocca. Già dal basso si intuisce che è una costruzione enorme, anzi, è formato da costruzioni diverse.Scottish gallery.JPG
Il percorso che ci porta al castello è affascinante e riserva molte sorprese: costeggiamo la Scottish Nationail Portrait Gallery, in un edificio color mattone dove, in facciata, compaiono statue tridimensionali di molte donne e sante dell’antichità.

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Attraversiamo la piazza St.Andrew con il suo piccolo, ma verdissimo parco, raggiungiamo la Scottish National Gallery immersa nel verde, entriamo nell’infinito e verdissimo West Princes Park. Si tratta di un parco difficile da immaginare per noi italiani, tanto è grande, ben tenuto, fiorito, ricco di spazi erbosi dove giocare, grandi e piccoli.

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Mi colpisce un teatro all’aperto: in una nazione dove piove quasi ogni giorno, un teatro all’aperto è un vero inno alla creatività e al desiderio di fare qualcosa ad ogni costo. Dopo l’attraversamento del parco, scaliamo un bella scalinata e, voila, ci siamo. Naturalmente ….è chiuso. Qui tutto chiude alle cinque, e noi non siamo per nulla abituati a questi orari anglosassoni!

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Percorriamo un pezzettino del Royal Mile, quindi ritorniamo verso la città per ammirare il castello dall’esterno. In questo modo scopriamo un paio di passaggi stretti e nascosti tra le case, sotto voltini scuri, e collegano due vie parallele. Questa passeggiata ci porta ad attraversare un parco dopo l’altro, a scoprire la chiesa di St. Cuthbert e il suo suggestivo, antico cimitero, fino alle propaggini della città “nuova”, in quanto costruito intorno al 1700, e per distinguerlo dalla città “vecchia”, medioevale.

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Torniamo verso l’hotel passando per la lunga, accogliente e curiosa Rose Street: soprattutto il primo pezzo è molto poetico, per la presenza di antichi pub e per e decorazioni su muri e vetrine che riprendono liriche in inglese e, soprattutto, in gaelico.

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Ci fermiamo a cena nel pub The Conan Doyle, dove incominciamo a prendere confidenza con le specialità locali: salmone scozzese, fish & chips, pie di carne.
Dopo cena, quella che dovrebbe essere solo una banale passeggiata digestiva ci porta in cima a Calton Hill, un punto panoramico aperto su tutta la città dove, data la serata meravigliosamente serena, si sono dati appuntamento in tantissimi per ammirare il tramonto. Così facciamo noi, oltre ad apprezzare un altro polmone verde lussureggiante, che regala respiro alla città.

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26 luglio

La colazione dell’Holiday Inn non è male, un po’ disorganizzata. Dopo aver ritirato la macchina, una Opel corsa grigio metallizzato, partiamo per Inverness, sotto una pioggia battente. Il percorso è tutto immerso nella campagna scozzese, verde e rigogliosa che più non si può, dove ogni tanto si vedono greggi di pecore o mandrie di mucche al pascolo. Ci fermiamo per una visita al castello di Blair, dove per fortuna non piove.

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E’ un castello molto elegante, sebbene privo dell’armonia di quelli francesi, tutto intonacato di bianco, ancora abitato, e un buon esempio per osservare come viveva, e riceveva, la nobiltà inglese nei secoli passati. L’arredamento è riconducibile al XVIII secolo, e direi comune ad altri esempi visti in altri paesi. Mi ha colpito, in alcune stanze, il campanello per chiamare la cameriera, le decorazioni a stucco nei soffitti, belle e insolite, e il fatto che molte sedie fossero rifasciate con tessuti ricamati dalle nobili proprietarie, segno che, nonostante il benessere, non amavano stare con le mani in mano.
Notevoli, in negativo, i palchi di corna di cervi uccisi e l’impressionante collezione di fucili e altre armi.


All’esterno i giardini sono enormi, e accolgono l’allevamento dei cervi, dei pony e delle pecore. Ci sono prati immensi e boschi con alberi di dimensioni gigantesche, segno della loro salute e della loro vetustà.

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Riprendiamo la strada verso Inverness, in un panorama non diverso. Facciamo solo una tappa velocissima alla distilleria Tomatin, dove assaggiamo al volo un whisky squisito e impariamo che la qualità del whisky delle Highlands si deve alla dolcezza dell’acqua.

DSC01807.JPGFinalmente siamo a Inverness, nel gradevolissimo B/B The Gatehouse.
Abbiamo tempo per un giro panoramico della città: il castello, probabilmente ricostruito, la severa cattedrale, alcune vecchie massicce costruzioni, ma soprattutto deliziose casette singole in pietra grigia, con le finestre a bovindo e i giardini pieni di fiori colorati e rigogliosi, e naturalmente lui, Ness, il fiume vigoroso che taglia in due la città, che formerà il famoso lago, e che soprattutto la rende unica.
Buona cena nel pub The Den, sotto le fotografie dei più famosi personaggi scozzesi: Sean Connery, Rod Stewart, Annie Lennox, …… Io scelgo dei deliziosi muscoli in salsina piccante e una squisita zuppa di pesce e verdura.


27 luglio
Dopo una buona colazione, ci mettiamo in viaggio, lasciamo Inverness.

Costeggiamo a lungo l’impetuoso fiume Ness, e facciamo la prima tappa al castello di Urquhart, un maniero di sasso del quale ormai non rimangono che poche rovine, ma che conserva abbastanza struttura per capire come potesse essere in passato, quando serviva da abitazione e da luogo di appostamento e difesa verso eventuali invasioni dall’acqua.

Il castello si affaccia sul più famoso dei laghi scozzesi, Loch Ness, una estensione d’acqua imponente nella quale, ahimè, non vediamo spuntare nemmeno l’ombra di Nessie. Pare non sia stagione … Proseguiamo verso Fort Augustus, un microscopico paesino composto, anche lui (ma non mi stanco di guardarle) da deliziose villette monofamiliari intonacate di bianco e piene di fiori. L’attività più rilevante di Port Augustus consiste nel riempire e svuotare le chiuse, per permettere alle barche di arrivare al lago. I mari a est e a ovest della Scozia non sono allo stesso livello, e il percorso nel Canale Caledoniano non può essere diretto, deve essere modulato.

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Proseguiamo verso il castello di Eilean Donan, che in gaelico vuol dire “Castello dell’isola di Donan”. La Scozia ha ancora moltissimi castelli, e guardando le immagini sono anche abbastanza diversi uno dall’altro, ma ahimè è impossibile visitarli tutti. Questo è ancora differente dai due già visti. L’interno è in parte ricostruito, con ambienti addirittura “abitati” da figure ad altezza naturale, l’esterno ha un delicato colore rosa arancio che lo rende perfetto nella tavolozza azzurra e verde tutta intorno. L’accesso tramite un ponte di pietra rende il castello ancora più suggestivo.

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Continuiamo finalmente verso Skye, ci siamo quasi. Intorno a noi campi di velluto verde, piccoli laghi, cascatelle. Attraversiamo l’aereo ponte che oggi unisce l’isola alla terraferma, e il panorama solitario prosegue, anche più intenso. Prati verdi, pecore e mucche che brucano, pioggia che va, viene, torna il sole e ricomincia, qualcosa impossibile da immaginare sotto altri cieli.

Raggiungiamo Portree, un minuscolo borgo raccolto su una insenatura naturale, caratterizzato soprattutto da una sfilata di case tutte colorate che guardano il mare.

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Qui facciamo una bella sosta fotografica. Continuiamo verso Uig, la nostra tappa finale per oggi, e raggiungiamo l’albergo, Uig Hotel. La struttura è bellissima e perfettamente inserita nell’ambiente, il servizio ottimo, e la cena del ristorante interno, di cui approfittiamo, è squisita (chowder e salmone al vapore con salsa bernese). La nostra camera guarda il mare ed è una vera “camera con vista”. Questa parte della Scozia, quest’isola, ne raccolgono tutto il fascino, e rispondono all’immagine più caratteristica di questo Paese: pochissime le case, tutte bianche immacolate, tutte con il tetto di ardesia grigia, pochi servizi essenziali, solo il porto sembra essere un posto dove si intreccia qualche attività, ma sempre con molta calma. Una situazione fuori dallo spazio e dal tempo da apprezzare in silenzio.

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28 luglio
Ci svegliamo e, in meno di mezz’ora, il cielo davanti a noi cambia colore tre volte. L’incomparabile variabilità del cielo a queste latitudini.

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DSC01954.JPGPartiamo subito perché ci aspettano lunghe ore di guida. Il vero obiettivo, oggi, è raggiungere le Silver Sands di Morar, le spiagge sulla costa occidentale della Scozia, note per la loro sabbia finissima e brillante.
Lasciamo l’isola di Skye da dove siamo venuti, ritroviamo i grandi laghi, ci dirigiamo verso l’estrema costa ovest. Durante il tragitto siamo attratti dal Glenfinnan Monument, una colonna eretta in memoria di alcuni valorosi Highlander morti in battaglia. Il monumento è tutt’altro che bello, ma sorge proprio sul lago e, subito dietro, in pochi passi si arriva abbastanza in alto da godere di un panorama aperto ed emozionante. Scattiamo le solite fotografia e riprendiamo verso le spiagge d’argento, che sono davvero così. Ampie distese di sabbia bianca e brillante al sole, di consistenza finissima, dove verrebbe voglia di sdraiarsi e godere di tanta morbidezza, se solo non fosse così freddo. Ci godiamo allora un po’ il paesaggio, una baia silenziosa, immobile, dove il mare acquista mille sfumature diverse, e poi torniamo verso l’interno e verso l’hotel di stasera.

Siamo al Corriegour Lodge hotel, una dimora storica arredata con molta eleganza (very british, fiori ovunque!), dove ci riservano una cordiale e raffinata accoglienza. Ci fermiamo per la cena, all’altezza delle premesse, sebbene assai costosa: piccolo timballo di verdure grigliate, trancio di haddock in salsa al curry.
Sul dépliant dell’hotel leggo che è situato in una delle più belle aree del Great Glen, tra Sprean Bridge e la punta occidentale del Loch Ness. Il Great Glen è una delle aree geologiche più interessanti della Scozia, una spaccatura che corre da Inverness a Fort Williams. Approfittando di questo spazio naturale, è stato costruito il Canale Caledoniano, che mette in comunicazione i mari a est e a ovest del paese. Un tempo era molto utile in quanto le navi erano più fragili delle attuali, e navigavano in acque meno profonde. Oggi non è più così, ma il canale rimane. Qui l’acqua si divide in più laghi, ognuno con il suo nome preciso, come Loch Ness o il piccolo Loch Lochy, di fronte all’albergo.

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29 luglio
Sotto una pioggia battente, lasciamo il Corriegour Lodge per visitare Fort William. Qui il tempo ci concede una breve tregua, più che sufficiente a dare un’occhiata a una cittadina che non ha nulla di particolare salvo il lago, a portata di mano, moltissimi hotel e la natura lussureggiante che la circonda. Leggiamo che questo è, in effetti, il punto della Scozia più piovoso, ma che mantiene una posizione strategica e interessante per gli escursionisti, attratti dalla possibilità di poter praticare sia gli sport acquatici che le arrampicate sul Ben Nevis, la cima più alta della Gran Bretagna. In effetti è divertente pensare a un posto dove ci si può portare indifferentemente il costume da bagno o la picozza. Da Fort William parte un treno a vapore che arriva a Mallaig, la zona delle silver sands, e che pare sia stato reso famoso da un racconto o un film di Harry Potter: un’esperienza che ci è sfuggita.


Lasciamo Fort William, il prossimo obiettivo è attraversare Glen Coe, una vallata famosa per il suo fascino selvaggio e un po’ inquietante. Nell’omonimo paese troviamo il Visitor Centre, un interessante punto di partenza prima di inoltrarci nel Glen Coe.

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Qui viene spiegato in modo chiaro ed esauriente l’origine della Gran Bretagna, che milioni di anni fa era all’altezza dell’Equatore, nonché di questa zona, un tempo vulcanica e soggetta a eruzioni esplosive, poi modellata dai ghiacci dell’era glaciale. Nel Ben Nevis si riconosce ancora la Caldera. Il Glen Coe mantiene le promessa: poco dopo averlo imboccato, ci si trova in una gola stretta, circondata da cime alte e incombenti, coperte del velluto verde che qui sembra rivestire tutto. Sono le Three Sisters da un lato e l’Anoach Eagach dal’altro.

Poi lentamente la vallata si apre in una alternanza di spazi aperti, laghi e laghetti con piccole isole piene di vegetazione, cascate scroscianti, mentre le nuvole giocano a coprire e scoprire le cime. Non è facile raccontare una sensazione: qui, oltre alla bellezza, si respira l’armonia con l’universo e con le tante cose diverse che ci circondano.


Appena usciamo dal Glen Coe entriamo nella diversissima, ma altrettanto bella, zona del Loch Lomond e della riserva naturale del Trossachs. Il lago è il più grande della Scozia e si distende con sponde molto mosse, che formano piccole baie e apparenti cambiamenti di direzione. La riserva, più bassa di quanto visto fin’ora, non è meno bella, con una vegetazione più collinare, ma rigogliosa e variegata.

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Raggiungiamo il nostro Bed & Breakfast, una piccola villa bianca che ci ha riservato una cameretta semplice, ma deliziosa, e subito ripartiamo verso nuove avventure.
La prima tappa è Balloch, con il suo bel castello in pietra, purtroppo chiuso, e soprattutto il suo parco naturale che si stende fino al lago. Credo di non aver mai visto prima alberi così imponenti per altezza, grandezza del tronco, rigoglio della chioma, prati così ben curati, e un’estensione impressionante. Approfittiamo per dare un’occhiata anche al paese di Balloch, abbastanza banale, mentre per la cena andiamo a Drymen, posto più carino e divertente. Qui ceniamo molto bene al pub The Clachan Inn, uno dei più antichi di Scozia. Prendo zuppa di pesce scozzese e funghi alla crema.

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30 luglio
La prima tappa è Stirling, una cittadina non poco importante situata più o meno in mezzo tra Glasgow ed Edinburgo. A Stirling c’è il castello, consueto maniero in pietra che guarda la città dall’alto, e che serenamente decidiamo di non visitare, e soprattutto il quartiere medioevale, che corre con le vecchie mura di difesa “contro gli inglesi” e si arrampica fino al castello stesso. Dall’alto è bello ammirare la città e il suo panorama, e tra le targhe poste nelle strade, che raccontano la storia della città, ci sono alcuni aneddoti del passato davvero divertenti.


Lasciamo Sterling per giungere a Glasgow, penultima tappa del nostro tour scozzese. Grazie all’autostrada, arriviamo in poco più di mezz’ora, parcheggiamo l’auto e ci avviamo subito per visitare la città. Sono interessata alle opere di Charles Rennie Mackintosh, l’architetto ch ha saputo interpretare il rigore dello stile scozzese con la fantasia leggera dell’Art Nuveau. La città ha diversi esempi del suo lavoro, come The Willow Tea Room, the Glasgow School of art, e soprattutto The Lighthouse, una costruzione seminascosta che scopriamo quasi per caso (per fortuna ero preparata!).

L’edificio è stato ideato da Mackintosh come sede per un quotidiano, l’Herald, ma dopo che il giornale ha chiuso, è stato lanciato un concorso per la conversione dell’edificio, che oggi ospita mostre d’arte moderna, ma soprattutto un po’ di storia e di spiegazione dei progetti di Mackintosh, a Glasgow e fuori, e la possibilità di approfittare della sua forma, un faro, per arrampicarsi sulla cima e guardare la città dall’alto.


Dopo questa visita mi dichiaro soddisfatta per quanto riguarda l‘architettura Art Nuveau. Proseguiamo verso il fiume Clyde, perché in ogni città dove c’è un fiume, questo va visitato, poi verso il Glasgow Green, un enorme e bellissimo parco che i cittadini amano molto. Oltre ai bellissimi prati e agli alberi secolari, il parco ospita il People’s Palace, che ospita il museo della storia di Glasgow e un piccolo orto botanico, e l’ex fabbrica di tappeti Templeton, oggi non più usata come tale, un edificio in mattonelle policrome, quantomeno curioso.


Dal Green, a sud, ci portiamo a nord per una visita alla Cattedrale dedicata a Saint Mungo, patrono della città. E’ l’unica cattedrale scozzese sopravvissuta alla Riforma, e ben si apprezza il valore della sua età originale. L’interno è scandito da archi a sesto acuto che corrono per tutto lo spazio, dalle vetrate dipinte, alcune molto belle, dall’altare posto in posizione sopraelevata e quasi staccato dal resto della chiesa, fino alla cripta, dove riposa il santo. Una visita molto interessante.


La città è piccola, in pochi minuti rientriamo verso l’hotel, il deludente Rab Ha’s, e ci prepariamo per la cena, al pub dell’albergo. La cena è ottima (muscoli e tacos, scozia e messico), così come è ottima la birra Tennents, ma abbiamo la sgradita sorpresa di vederci addebitare 10 pounds come sostegno della festa del quartiere! Finiamo la giornata con un’ultima passeggiata per Glasgow, a conferma che è veramente molto piccola.

31 luglio
Lasciamo senza rimpianti Glasgow e ci mettiamo subito in viaggio verso Edimburgo, l’ultima tappa. Troviamo l’albergo (Sherwood Guest House), riconsegniamo l’automobile che ci ha fedelmente scorrazzato, e ripartiamo in visita. Entriamo nella Scottish National Gallery dove, a discapito del nome, di artisti scozzesi ce ne sono davvero pochi. In compenso, molti italiani (Raffaello, Lotto, Tiziano, Canaletto, Guardi, Tiepolo, persino Leonardo), molti francesi, e olandesi, alcuni impressionisti. Scopro delle vere chicche, quadri spesso citati, di autori sommi, sono qui: La cuoca di Bernardo Strozzi, I covoni di Manet, un ritratto di Gian Lorenzo Bernini fatto dal genovese Baciccia (!), la famiglia Lomellini, noto nome genovese, opere di Luca Cambiaso, Procaccini e altri. La visita è lunga, ma davvero piacevole, forse ci richiede un po’ più tempo del previsto, perché qui tutto chiude presto ed è meglio correre.

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Ci dirigiamo al Castello, dove entriamo appena, e solo per scattare qualche fotografia, poi scendiamo lungo il Royal Mile. La strada più nota di Edimburgo ha ben ragione della sua fama, non solo per i numerosi negozi di lane e tartan, ma per i numerosi monumenti che vi si incontrano. Ci fermiamo alla cattedrale, dedicata a St. Gilles: la facciata e il campanile gotici introducono a un interno meraviglioso, con archi a sesto acuto che si rincorrono, vetrate bellissime, e le bandiere dei vari clan scozzesi appesi alle pareti laterali.

 

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William Wallace

Proseguendo lungo il Royal Mile si incontrano numerosi palazzi di sicuro interesse, dimore storiche oggi sede di musei, dell’Università, di raccolte per il pubblico.

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Nel percorso ci imbattiamo nel Fudge shop, negozio di cui avevo sentito parlare, che vende SOLO fudge. Impossibile resistere, ne comperiamo un congruo assaggio. Continuiamo fino alla sede del Parlamento Scozzese, purtroppo visitabile solo a porte chiuse. Una curiosità per capire un po’ dell’amministrazione locale e del progetto architettonico di Enric Miralles e Benedetta Tagliabue datato 2004.

Di fronte al Parlamento si aprono due scenari completamente diversi: da un lato la città si interrompe completamente e diventa una verdissima collina, e dall’altra si apre Holyroot House, la residenza della Regina quando è in visita a Edimburgo. La visita è accurata e molto interessante, vediamo le stanze interne fino alle camere da letto del re e della regina, e infine gli appartamenti di Maria Stuarda. Gli arazzi, i soffitti decorati a stucco, gli arredi sono, inutile dirlo, grandiosi, ma penso che la cosa più interessante e divertente sia proprio immaginare qui la famiglia reale, impegnata nelle attività consuete, e riconoscere gli ambienti dove si sono svolti alcuni momenti famosi (la visita di Papa Benedetto XVI, l’investitura di cavaliere a Sean Connery e Gordon Ramsey). Intanto impariamo che l’ordine più importante in Scozia è quello del cardo, fiore che si incontra spesso anche nei giardini di Edimburgo.

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Quando usciamo, la dimora è chiusa. Rientriamo in albergo per una doccia, e ceniamo bene in un altro pub storico, The Old Bell Inn (io, Ceasar Salad poco scozzese con salmone molto scozzese, e patatine fritte).

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1 agosto. Con calma e tranquillità raggiungiamo il centro di Edimburgo e, con il comodo ed economico autobus n. 100, arriviamo in aeroporto.heathers.jpg

(25 luglio – 1 agosto 2017)

 

La Maremma di ieri e di oggi

 

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La riunione di un gruppo di “vecchi” compagni di viaggio (vecchi solo perché già avvezzi alla precedente, reciproca compagnia) ha visto come sfondo la Maremma toscana.

E’ indispensabile essere più precisi, e mi piace esserlo: in Italia la concentrazione di cose belle, interessanti, tesori artistici, paesaggi esclusivi, è così alta, in pochi chilometri si trovano così tante cose da visitare che la definizione “Maremma toscana” non è corretta. Per tre giorni abbiamo girato in lungo e in largo la zona prospiciente al mare, i paesi medioevali che sorgono sulle alture, per difendersi dalla malaria, le abbazie adagiate tra gli ulivi, e la costa affacciata sull’Arcipelago Toscano. Pochi chilometri quadrati, tanta storia e arte.

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L’incontro con Carla e Franco è cordialissimo: non ci vediamo da un anno e mezzo, ma non sembra proprio. Ci accolgono nella loro bella casa immersa nel verde, tra gli ulivi e i fiori, e non solo ci riservano uno spazio esclusivo, ma ci fanno trovare una succulenta cena di benvenuto innaffiata da uno squisito Brunello di Montalcino.

La mattina dopo la compagnia si riunisce al gran completo: Gianfranco e Anna, Christiane e Franco, Carla e Franco, noi, i due Paoli. Teatro dell’incontro è Massa Marittima che, a scapito del nome, è ben lontana dalle spiagge. Dopo l’abbraccio collettivo, ci perdiamo nell’ammirazione di questa bellissima località: elegante, austera, perfettamente conservata, ha il suo fulcro nella piazza dove si affaccia la Cattedrale, insolitamente non allineata con gli altri edifici. Gli antichi edifici contribuiscono a dare solennità e armonia all’insieme, ma la vera star è proprio la cattedrale, grandissima, sopraelevata, con una piazza nella piazza che diventa palcoscenico naturale. L’interno è spoglio come si conviene a una chiesa gotico-romanica, salvo una dolcissima Madonna di Duccio da Boninsegna.

Dalla Cattedrale ci avviamo verso la parte alta della città, per arrampicarci sulla Torre del Candeliere e osservare dall’alto il panorama che si stempera nella campagna fino a raggiungere il mare. La caratteristica di questa costruzione, la cui parte inferiore, originale, risale ancora al XIII secolo, è il possente Arco Senese, oggi passeggiata panoramica, ma in origine costruzione dominante sulla città sottomessa.

Proseguiamo poi con una bella e rilassante passeggiata intorno alle antiche mura difensive, già immersi nel morbido verde della Toscana. Massa Marittima ci saluta con l’immagine dell’albero della fecondità, un dipinto che non ha bisogno di spiegazioni.

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Sulla strada per Montesiepi incontriamo vecchie miniere di ferro in disuso, dove il materiale rimasto si mostra nelle diverse combinazioni di ossidazione e in combinazione con altri elementi. Il risultato è una collina stemperata in tante tonalità diverse: grigio, rosso, verde, giallo …

 

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Prima di raggiungere la prossima meta culturale, ci concediamo un piccolo break mangereccio in mezzo alla campagna, dove assaggiamo squisiti crostini su pane toscano.

 

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Galgano Guidotti era un nobile cavaliere della zona che, nel lontano 1180 (circa) improvvisamente decise di rinunciare alla vita mondana. A suggello di questo fatto, prese la sua spada e la piantò nella roccia, dov’è rimasta fino ai nostri giorni. Successivamente, intorno a questa Excalibur italiana è stata costruita una cappella di forma cilindrica, circondata da una originale cupola a fasce cromatiche alternate: la Rotonda di Montesiepi. La cappella adiacente, datata 1300, conserva degli affreschi, molto deteriorati in verità, attribuiti ad Ambrogio Lorenzetti.

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Dopo questa chiesina raccolta e intima, ci spostiamo a San Galgano. Come si può raccontare una basilica medioevale interamente in pietra e mattoni, grandissima, che ancora conserva perfettamente la sua struttura perimetrale, le navate interne, le colonne, la facciata imponente, le finestre a sesto acuto, ed è completamente vuota e senza tetto? Conserva la solennità dell’edificio religioso, e ha insieme la magia di qualcosa che, nel perdere la sua funzione originaria, si è trasformata in un monumento che sembra non appartenere a questo mondo. Le aperture sembrano cornici al paesaggio esterno, mentre gli aspetti decorativi sono curiosamente molto ben conservati. Intorno, l’ordinata campagna toscana con i suoi olivi secolari, i cipressi, le viti. Per osservarla ancora meglio e dall’alto, ci spostiamo sulla rocca, strategico punto panoramico. Scendere dalla rocca è ancora un tuffo nel medioevo, in mezzo a percorsi pedonali, scale acciottolate e giardini fioriti.

La prossima tappa è Roccatederighi, dove hanno casa Christiane e Franco: un rifugio tranquillo che esplode in un grande giardino soleggiato, pieno di alberi e fiori.

E’ un paese medievale dove le case mantengono la struttura originale in sasso, e alcune costruzioni sembrano sorgere direttamente dalla roccia, rivelando un’insolita perizia nei costruttori. Il percorso nel centro è solo pedonale, su vicoli lastricati in pietra e in mezzo ai giardini fioriti. E’ un posto molto tranquillo, salvo durante l’annuale festa denominata “Medioevo nel Borgo”, durante la quale le tre contrade si incontrano e si scontrano. L’evento attira migliaia di persone che affollano le strade.

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Il giorno successivo abbiamo appuntamento a Civitella, un borgo che conserva quattro porte di ingresso. Nonostante siano solo quattro, riusciamo a non centrare il punto di incontro … poco male, grazie ai telefoni cellulari, ormai non si perde più nessuno.

Assaporiamo la bellezza di Paganico, elegante centro posto in uno strategico punto panoramico (forse un tempo si sarebbe detto, difensivo) e proseguiamo per S. Angelo in Colle e il suo straordinario castello. Siamo ormai a Montalcino, quindi l’enoteca all’interno offre, oltre a una bella selezione di vini diversi, una grande quantità e varietà di Brunello e Rosso. Altrettanta varietà sta nei prezzi, che arrivano a diverse centinaia di euro.

Montalcino ci accoglie con la sua altissima torre che pare appoggiata alla costruzione un po’ asimmetrica a fianco.

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Facciamo un bel percorso nel centro storico, in mezzo a botteghe artigianali e vinerie, sotto gli austeri palazzi medievali. E’ una cittadina vivace, posta anch’essa un po’ in alto, e dalla quale si occhieggia, tra le case, scorci della campagna intorno, fatta di ulivi e cipressi.

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Per pranzo scegliamo dei semplici ma gustosissimi panini, che mangiamo in un improvvisato pic nic davanti all’Abbazia di S. Antimo. Ancora una volta ci troviamo davanti a un monumento imponente e di grande bellezza che si erge, solitario, in mezzo alla campagna. La chiesa romanica risale al XII secolo, sebbene molti interventi siano stati fati nei secoli successivi, e il santo a cui è dedicata l’abbazia è un martire cristiano vissuto nel IV secolo. Qui però non c’è abbandono: S. Antimo è abitato e vissuto da una comunità di monaci che ne seguono il canone, si dedica alla preghiera e alla cultura del Canto Gregoriano, che qui è praticato e insegnato. Il giardino e l’uliveto sono perfettamente curati, mentre i giovani sono i benvenuti e hanno spazi dedicati.

La campagna intorno è di una bellezza quasi struggente, forse dovuta anche alle tante tonalità di verde, mai eccessivo, ma intenso e spesso virato al grigio e all’argento. L’interno della chiesa è spoglio, solenne, austero, un invito al raccoglimento e alla contemplazione. Di fronte all’Abbazia, un piccolo giardino con alcuni ulivi secolari, delle sculture viventi, con i tronchi contorti e nodosi.

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Ci spostiamo a S. Quirico d’Orcia, e la località è annunciata da un piccolo girotondo di cipressi. Qui, ahimè, ci sorprende la pioggia. Per fortuna i paesi medievali sono ricchi di portici e arcate, abbiamo così modo di ripararci e aspettare che il tempo migliori. In centro visitiamo la Collegiata, che ha un bell’altare barocco, ma soprattutto la chiesa di Santa Maria Assunta, un vero capolavoro di equilibri architettonici, con i bei portali. Il paese è noto anche per gli Orti Leonini, bei giardini curati dove, al momento, sono esposte alcune installazioni contemporanee. Percorriamo tutta la strada principale, dove si affacciano numerosi edifici che conservano molto della loro origine medievale, fino alla chiesetta di S. Francesco

L’ultima tappa della giornata è Bagno Vignoni, dove una sorgente leggermente sulfurea e calda, già nota ai Romani, alimenta ancora oggi percorsi acquatici che sfociano in piccole, ma ripide cascatelle fino a valle, e a un grande bacino allagato all’interno del paese, attorno al quale si affaccino bellissimi edifici storici. E’ davvero insolita questa piscina naturale che, con le sue acque placide, fino a non molto tempo fa offriva a tutti la possibilità di un bagno terapeutico nelle sue acque. Poco lontano, i depositi calcarei hanno dato origine a una piccola Pammukale.

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Ci allontaniamo da questa zona più interna per tornare verso il mare, dove tutti abbiamo la base. La campagna toscana ci abbraccia ancora con i ritmi ordinati delle sue colture, e mentre il sole tramonta e il cielo si tinge di rosa, i tanti borghi sulle alture cominciano ad accendere le luci, diventando tanti piccoli presepi illuminati.

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La serata si chiude con un’ottima cena a Braccagni, dal simpatico Re Sugo.

Oggi, ultimo giorno insieme (ma già due protagonisti ci hanno abbandonato: Anna e Gianfranco, rientrati a casa per festeggiare il compleanno della figlia), vista la bellissima giornata, decidiamo di comune accordo di andare in spiaggia, e precisamente a Cala Violina, un angolo raccolto che si raggiunge dopo una breve passeggiata in mezzo ai pini e ai lecci. Potevamo chiedere di più? Acqua trasparente, sabbia morbida, sole splendente, temperatura perfetta. Tante chiacchiere e ancora il piacere di stare insieme.

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Alla prossima, presto!

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Favignana, la prima volta alle isole Egadi

13 settembre 2016 – La sveglia è alle quattro, ma dopo il tragitto fino a Bergamo, il volo Bergamo-Trapani con Ryanair, un po’ di transfer e l’aliscafo, arriviamo a Favignana al villaggio Punta Longa all’ora di pranzo. Il posto è molto accogliente, poche casette nel verde ben affacciato sul mare.DSC00452.JPG

Per una prima esplorazione in zona ci fermiamo a mangiare in un piccolo chiosco proprio sugli scogli. La scelta dei piatti non è entusiasmante, il conto salato. Assaggiamo il mare della splendida baia di Marasolo, dove i colori dell’acqua hanno tutte le sfumature dell’azzurro, poi in bicicletta tentiamo di raggiungere Cala Azzurra, ma è troppo lontana. Andiamo nel paese di Favignana a fare qualche acquisto alimentare, e ci torniamo la sera per la cena nel ristorante La Lampara: porzioni abbondantissime, qualità un po’ deludente.

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14 settembre – Dopo una buona e abbondante prima colazione, decidiamo di passare la mattinata nella spiaggia di Marasolo. Le sue acque trasparenti, turchesi e cobalto, leggerissime, sono un invito a tuffarsi continuamente. In più, forse grazie al livello di salinità, l’acqua è di straordinaria leggerezza. Un pranzo leggero, poi ci attende la barca di Vito Sinagra per portarci a fare il tour dell’isola. Favignana è un’isola molto varia, le coste alternano strapiombi a picco sul mare dove si riconoscono le vecchie cave di tufo, microscopiche spiaggette nascoste in mezzo a scogliere impervie, lingue di roccia che si allungano sul mare. Il fondo sabbioso e chiaro permette alla luce di giocare con tutte le tonalità’ dell’azzurro e del blu, e il mare è irresistibile.  Il giro dell’isola dura circa quattro ore, intervallato da numerosi tuffi nelle baie piú belle. Alla sera, cena sul terrazzo a base di arancini, una prelibatezza!

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15 settembre – Mi alzo presto per fare una passeggiata in zona, esplorare i dintorni e vedere l’alba. Il sole si apre un varco tra le nuvole e l’umidità notturna, e comincia a splendere. La giornata sarà poi delle più variabili, anche con una spruzzata di pioggia, ma ancora pienamente estiva.

Dopo colazione facciamo tutti insieme una tappa nel paese di Favignana dove assaggio il latte di mandorla. L’approfondimento gastronomico rientra nella vacanza! Ci spostiamo dietro gli stabilimenti della tonnara per fare il bagno … in porto. C’è una piccola e incantevole baia protetta, quasi inaccessibile per l’irregolarità degli scogli, dove l’acqua è molto calma e i colori stupendi.DSC00630.JPG

Lasciamo il gruppo degli amici, facciamo un po’ di spesa in paese e torniamo a casa per un pranzo veloce. Dopo pranzo c’è tempo per un bel bagno e sole sugli scogli di Calamone.

Nel tardo pomeriggio ci attende la visita della tonnara. Per molto tempo gli abitanti dell’isola si sono sostenuti solo con la pesca del tonno rosso, vera e rara prelibatezza. La tonnara di Favignana è la versione industriale di questa pesca: costruita e fondata nel XIX secolo dalla famiglia Fiorio, è stata per circa 150 anni un simbolo noto in Italia e all’estero e un’attività in grado di dare lavoro a tutti gli abitanti dell’isola, uomini e donne. Dopo la caduta in rovina della famiglia la tonnara è stata acquistata dalla famiglia Parodi di Genova, che è riuscita a farla funzionare fino al 1982, anno della chiusura definitiva. Di questa gestione mi piace ricordare l’iniziativa della moglie del titolare, che aveva pensato a creare asili nido all’interno della struttura, per permettere alle operaie di lavorare senza troppe difficoltà anche con bimbi molto piccoli. Ovviamente erano previsti i permessi per allattare.

 

Oggi la pesca del tonno rosso si fa con metodi più sofisticati e invasivi, al limite della sostenibilità. Basta pensare che vengono preferiti animali giovani perché più piccoli, mentre qui si pescavano pesci adulti che già si erano riprodotti molte volte. Il tonno rosso va quasi tutto in Giappone e nei ristoranti giapponesi per la preparazione del sushi, mentre quello che troviamo comunemente in scatola è il meno pregiato pinna gialla.

Oggi la tonnara è stata convertita in un museo, dove si possono visitare gli ambienti un tempo destinati alla preparazione del tonno, dal rimessaggio delle barche utilizzate per la pesca a tutti i passaggi necessari dalla cattura all’inscatolamento. Molto toccante e interessante è il filmato finale, un inedito dell’Istituto Luce datato 1926-1934 che illustra tutte le fasi, dalla posa delle reti della tonnara alla mattanza, all’arrivo dei tonni in fabbrica.

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Cena leggera sulla terrazza del nostro piccolo bilocale, per finire con la gradita visita di Mrs and Mr Puppi che passano a fare due chiacchiere.

16 settembre – Già dal mattino abbiamo voglia di provare la Praia, ovvero la bella spiaggia di sabbia del paese di Favignana. Porto per porto, tanto vale stare comodi. Prima però attraversiamo il litorale del paese per raggiungere palazzo Fiorio e visitarlo.

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Oggi questa elegante e imponente dimora ospita l’info-point di Favignana, ma è permesso fare un giro in una parte degli spazi interni, dove sono allestite mostre diverse (tra tutte, Un mare di colori), e nel bel giardino piantumato che si affaccia sul mare. Ritorniamo alla spiaggia, di sabbia morbida e dorata, piacevole sulla pelle. Tira un bel vento di scirocco che rende facile sopportare il sole torrido. Nel primissimo pomeriggio affrontiamo la salita del Monte S. Caterina, in cima al quale c’è una costruzione diroccata che denuncia un passato variegato. Si trova sulla cima più alta di Favignana, ed è raggiungibile molto facilmente, sebbene un po’ faticosamente, attraverso un percorso che alterna le scale e i percorsi in salita. Il vento ci aiuta a non sentire il calore, e nello spazio di circa un’ora siamo finalmente in cima. Da lassù la vista è, come si dice, mozzafiato. Si identifica bene la forma a farfalla dell’isola, le baie che ormai conosciamo, con sullo sfondo i profili di Levanzo e della più lontana Sicilia. Discendiamo, non senza fatica, appena in tempo: la cima sta per nascondersi in mezzo alle nuvole. Rientriamo a metà pomeriggio per cambiarci e prepararci, in vista della cena al ristorante La Bettola: ottimo cous cous di pesce.

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17 settembre – Ho voglia di visitare il Lido Burrone, la spiaggia di sabbia più grande dell’isola. In effetti è abbastanza grande e ci sembra molto affollata, visto che ormai abbiamo tarato gli occhi con le splendide solitudini degli scogli. In realtà c’è posto per tutti, e ci godiamo anche un bel bagno nel mare un po’ mosso, dove l’acqua è resa meno trasparente dalla sabbia sbattuta dalle onde.

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Il pranzo è a Cala Cavallo, in una piccola trattoria nascosta nel verde, gestita da toscani. Io assaggio la parmigiana di tonno, buona ma non molto originale. Il pranzo ci condiziona per molte ore, ma prima di rientrare facciamo un tuffo nell’incantevole piccola baia di San Nicola, dietro al cimitero. Proseguiamo verso il paese per qualche spesa, e poi a casa. Lo splendido tramonto ci invita a fare un ultimo, veloce tuffo a Marasolo. Per cena, un arancino molto goloso, con tonno, pistacchio e pomodoro fresco.

18 settembre – La giornata comincia serena, poi si rannuvola, poi si rasserena ancora. Meglio per me passare la mattinata a Marasolo, in splendida solitudine (o meglio, in compagnia della lettura) con frequenti nuotate rinfrescanti. Dopo un pranzo veloce a base di frutta, mi sposto su una splendida spiaggetta tra Calamoni e Lido Burrone, sabbiosa, poco frequentata e con un mare trasparente, turchese. Il pomeriggio si conclude con un aperitivo al Kiosco di Marasolo, dove mi innamoro del panino “Cala Azzurra”, farcito con pesce spada affumicato, melanzane e pistacchi. Divino si può dire di un panino?

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La serata si conclude in bellezza, con l’allegro e virtuoso concerto all’aperto offerto dalla Banda di Favignana presso la vecchia tonnara.

19 settembre – Oggi la giornata è particolarmente ventosa, sebbene abbastanza serena. Faccio la mia corsetta mattutina che mi permette di vedere l’alba, quindi facciamo un giretto per il centro del Paese per rivedere bene quanto già noto e provvedere a un po’ di spesa. Rientriamo a “casa” e andiamo subito sugli scogli davanti a Punta Longa, abbastanza comodi perché piatti, dove l’acqua è ancora una volta bellissima, leggera e trasparente. L’aria comincia a non essere più così calda, meglio approfittare dell’ora centrale della giornata per fare qualche tuffo. Dopo un pranzo leggerissimo preferisco terminare il pomeriggio sulle sdraio della piscina, più comode e più calde. Alla sera ci accoglie per la seconda volta il ristorante La Bettola, dove continuo il mio approfondimento gastronomico: busiate con pesto alla trapanese, ottime, e caponata di melanzane, superlativa. Prima però facciamo un giro nella Favignana “vecchia” con le case di tufo e i giardini ipogei spontanei.

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20 settembre – Oggi affittiamo uno scooter, per poter fare comodamente il giro di tutta l’isola e ammirarne ogni angolino. La prima tappa è Cala Azzurra, affollatissima (ma come fanno in piena estate?), poi le scogliere impervie del Bue Marino con le sue grotte che sembrano tempi egizi, e Cala Rossa. Il mare qui non finisce di incantarmi. Le parole non bastano per descriverne i colori. Purtroppo, le possibilità di accesso sono poche e molto impervie.

 

 

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Riprendiamo il percorso litoraneo dallo Scalo Cavallo, e da lì arriviamo in paese, per una spesa veloce. Dopo un leggero spuntino ci avviamo verso il Faraglione, dove ci aspetta il resto della compagnia e dove facciamo il bagno in una microscopica, incantevole baia ben riparata. Rientriamo dalla costa orientale con una tappa al faro di Punta Sottile, poi la Cala Grande con la sua vasta pineta, fino alla meravigliosa Cala Rotonda. Un ultimo sguardo alla spiaggia Pirreca prima di ripassare sotto il Monte Santa Caterina e rientrare.

 

Il mare rappresenta il punto di forza di Favignana, per i suoi colori mai uguali e per il fascino di una costa aspra, forte, ricca delle tracce del reciproco rapporto. Forse, quando si visita l’isola, si pensa meno al suo interno, che è altrettanto difficile, ma vario e molto particolare. Favignana è ricca di acqua, e questo aiuta le colture, in particolare della vite e del fico d’India, e l’insediamento urbano. Nei vasti spazi pianeggianti delle due ali della farfalla sono numerose le case di tufo, dalla forma squadrata e spesso a un solo piano, intonacate di bianco, con giardini rigogliosi e fioriti di bouganville viola e plumbago azzurri. Nella parte occidentale sono numerosissimi i giardini ipogei, molti spontanei, altri più condotti, che nascono all’interno delle vecchie cave di tufo, oggi abbandonate: piante fiorite e frutteti nascosti agli occhi meno attenti. Uno spettacolo inatteso e affascinante, una immagine forte di vita che nasce e cresce dove meno te lo aspetti.La cena è a casa, formaggio locale, olive, pomodori, fichi d’India e dolci siciliani, cena da re.

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alba e finocchietto selvatico

21 settembre –  Oggi è il primo giorno di autunno, ma qui siamo ancora immersi nell’estate piena. Se non fosse per le giornate un po’ più corte e l’aria che incomincia appena a rinfrescarsi, potremmo illuderci di essere in luglio. La fine della vacanza però si avvicina, è il caso di dare un’occhiata in giro: andiamo a Levanzo.

 

La piccola isola è ben visibile dalle coste di Favignana, sembra di toccarla, bastano infatti dieci minuti di aliscafo per raggiungerla. Ci accoglie incantevole, una piccolo presepe di casette bianche, ordinate e pulite, che guardano il piccolo porto dove, sull’acqua cristallina, dondolano piccole imbarcazioni. Chiediamo qualche informazione per capire come muoverci: andiamo a sinistra, in direzione del faraglione. Scopriamo una bella passeggiata un po’ in alto rispetto al mare schiumeggiante, in un percorso prima asfaltato, poi sterrato, infine in un sentiero pietroso che si arrampica dolcemente e, a un certo punto, rientra un pochino per passare in mezzo ai pini, senza però mai perdere di vista il mare. La passeggiata è piuttosto lunga, ma non faticosa, anzi, molto piacevole, e quando meno ce lo aspettiamo arriviamo all’altezza della Grotta del Genovese.

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Da qui la strada per il ritorno al paese è facile, ben lastricata, e in discesa. Quel poco del territorio interno di Levanzo che vediamo ci mostra un’isola arsa, ricca di macchia mediterranea, con qualche isolata e bella costruzione. Rientriamo in paese per prendere una granita e continuare poi la passeggiata litoranea nell’altra direzione, fino a Cala Fredda, dove godiamo della vista, ancora una volta, di un angolo roccioso che si tuffa nel mare meravigliosamente trasparente.

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Purtroppo ci aspetta l’aliscafo per il ritorno, faremo un bagno dagli scogli a Favignana. Alla sera, ottima cena al ristorante Due Colonne, con Danila e Paolo.

22 settembre – E’ l’ultimo giorno che passiamo a Favignana, domattina l’aliscafo ci aspetta poco dopo le 10 per portarci a Trapani, sulla terraferma, a casa … L’isola ci saluta con una giornata perfetta, serena, calda, appena ventilata, e il mare è calmo e così azzurro che sembra non volerci fare andare via. Mattina e pomeriggio sono dedicati a lunghi bagni e nuotate e ad altrettanto lunghe ore in spiaggia o sugli scogli a prendere il sole. E’ anche la giornata della raccolta del finocchietto selvatico, speriamo di riuscire a conservarlo e a usarlo. La cena consiste in un aperitivo e un panino “Cala Azzurra” al kiosco di Marasolo, ma l’ospite d’onore è il meraviglioso tramonto che si propone, come uno spettacolo inedito e irripetibile, e accompagna la nostra ultima serata, tutti insieme, a Favignana.

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23 settembre – Sorpresa! La vacanza non è finita: abbiamo ancora una giornata a disposizione, visto che l’aliscafo ci deposita a Trapani alla mattina, e il nostro aereo partirà stasera tardi. Ci dirigiamo subito verso la funivia che, da Trapani, ci porta sul Monte San Giuliano, a Erice. Ci troviamo in una cittadina medioevale costruita in sasso e protetta dalle Mura Ciclopiche. Incontriamo subito il Duomo dell’Assunta, eretto in stile gotico trecentesco, nel quale entriamo attraverso il portale di ispirazione catalana. L’interno, che a prima vista sembra una scultura di crochet, a un più attento sguardo rivela la scarsa armonia con il contesto, è un’aggiunta recente. Molto bello il grande altare marmoreo che raffigura scene della vita di Cristo.

 

La nostra passeggiata prosegue tra stradine strette e case più o meno patrizie, ma la meta è la famosa pasticceria “Maria Grammatico”, nota per la qualità delle specialità siciliane.Rifocillati, proseguiamo arrampicandoci fino alla piazza dove si affacciano nobili palazzi, e dove spicca il ristorante Nuovo Edelweiss, un nome che non mi aspetterei di trovare qui.Accanto a semplici case in sasso dalla forma squadrata e tozza, ci sono case affascinanti con sinuosi balconi fioriti e portali sontuosi. Tra tutti il Palazzo Burgarella, dell’omonima famiglia di imprenditori. Furono importatori del tonno rosso, commercianti in sale marino, e tra i fondatori del Banco di Sicilia.Incontriamo il noto Centro di Cultura Scientifica intitolato a Ettore Majorana, e finalmente arriviamo al punto panoramico dove la vista è, come si dice, mozzafiato. Sotto di noi, il mare della Sicilia settentrionale e San Vito Lo Capo.

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Lentamente scendiamo, dobbiamo raggiungere la fermata del bus che ci porterà a Trapani.

Anche il capoluogo siciliano ci incanta per la sua bellezza. E’ una città piuttosto grande, purtroppo in buona parte allargata con un’edilizia dall’estetica poco curata, ma il centro storico è bellissimo. Chiese e palazzi barocchi si alternano, magnifici e imponenti, mentre il mare ricorda spesso la sua presenza.Ci fermiamo per assistere alla celebrazione di un matrimonio: si attende la sposa in una coreografia altrettanto barocca e ridondante.

Entriamo nella chiesa di San Giuliano, che vede la prima costruzione nell’XI secolo. All’interno, gli originali gruppi scultorei dei “Misteri”, che rappresentano la morte e la passione di Gesù Cristo, ognuno dei quali dedicato, e sostenuto, dai rappresentanti di una professione.

 

A Trapani si respira un’aria elegante e nobile come solo i popoli del sud sanno esprimere, e coniuga la bellezza ridondante del barocco con la riservatezza di ampie finestre ben protette dagli scuri e cortili fioriti nascosti dietro enormi portoni.

Non potevamo lasciare la Sicilia senza un ultimo arancino … e mentre ci avviamo verso l’aeroporto, il sole che tramonta sulle saline ci regala le ultime, meravigliose immagini di questa terra benedetta.

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(13 settembre – 23 settembre 2016)

 

 

Σαντορίνη, Κρήτη (Santorini e Creta)

Cattura

Ci sono uomini, in Grecia, con un profilo che sembra ricalcato da quelli incisi su affreschi dell’epoca minoica. Ci sono donne, in Grecia, con capelli così lunghi e folti, portati raccolti in trecce voluminose, che sembrano statue di marmo improvvisamente animate.
E’ una terra bellissima e sorprendente, che ho lasciato con il rimpianto di non averle dedicato abbastanza tempo, almeno questa volta.

25 giugno 2017
Dovevamo partire alle sei del mattino e avere già praticamente da goderci tutta la giornata a Santorini. Invece il volo è stato spostato di 12 ore, con ulteriore ritardo. L’aereo è piccolo e vola basso nelle perturbazioni, ma alla fine ce la facciamo: Santorini, eccoci!
L’hotel Tamarix del Mar a Kamari, è un sorprendente borgo bianco e azzurro appena dietro la strada, raccolto intorno alla piscina. In camera troviamo una fresca insalata e una bottiglia di vino a darci il benvenuto.


La camera è una mini suite molto bella e fresca, e dopo una notte un po’ breve, ma riposante, ci alziamo contemplando la luce esplosiva della Grecia, la leggerezza dell’aria, il caldo torrido del sole, il rigoglio delle bouganville.
26 giugno

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Santorini è tutta nera o rossa, nel caso qualcuno si dimenticasse che sta seduto su un vulcano attivo. Dai rubinetti esce acqua salata, è chiaro che il vulcano non prevede sorgenti di acqua dolce. Il contrasto tra i suoi colori scuri e quelli squillanti della vegetazione, l’azzurro del cielo, il blu del mare, oltre a questa energia silente nel profondo, ne fanno un luogo di insolito fascino e, obiettivamente, grande bellezza.
Oggi la giornata è interamente dedicata alla visita e perlustrazione dell’isola. Affittiamo una macchina (rossa) e partiamo subito. La prima tappa dovrebbe essere la visita della vecchia Thira, che tra l’altro è molto vicina a Kamari, ma oggi è lunedì ed è chiusa. Pazienza. Proseguiamo per la spiaggia di Perissa, un litorale lungo, nero e bollente con alle spalle una roccia verticale brulla e arida.

La spiaggia è un vero problema, già al mattino alle dieci è così calda che risulta quasi impossibile stare in piedi o sdraiati. In compenso il mare è trasparente e leggero, lì ci rinfreschiamo con un bagno dopo l’altro.
In verità a Perissa non c’è altro che la spiaggia, proseguiamo quindi verso Akrotiri per vedere la spiaggia rossa. Qui lo spettacolo comincia a farsi difficile da raccontare, tanto è suggestivo. La spiaggia rossa, che deve il nome al colore delle rocce che la compongono e la circondano, si raggiunge dopo un sentiero discretamente lungo, ma agevole, e si stende sotto una parete verticale rosso-nera, nella quale ancora si indovina il vulcano. Il mare, inutile dirlo, è trasparente e placido come un cristallo, e sembra quasi intimorito da questa roccia che conserva la forza del fuoco vulcanico.

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L’altro versante del promontorio che accoglie Akrotiri si affaccia sulla caldera, dalla quale spuntano i tre isolotti: Thirassia, Nea Kameni, Palea Kameni. Scopriremo poi che, contrariamente a quanto dicono tutte le guide, questo è il miglior punto di osservazione per questa voragine piena d’acqua che, dice la leggenda, forse ha inghiottito la mitica città di Atlantide.

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Proseguiamo il nostro giro verso Fira, la città più importante dell’isola. Bella e suggestiva con le sue case immacolate dalle pareti arrotondate, ma caotica e vanamente lussuosa come non ci saremmo mai aspettati.DSC01106.JPG

Facciamo un doveroso giro giusto per avere qualche termine di confronto, ma scappiamo volentieri in direzione di Oia. Siamo sulla punta più settentrionale dell’isola e, senza volerlo, cogliamo un momento magico: la cittadina è quasi deserta. Scopriremo verso sera che può riempirsi esattamente come Fira, ma nel frattempo la giriamo in lungo e in largo in compagnia di pochi turisti come noi. Case bianche, tetti azzurri esattamente come il cielo, piscine nascoste, scale e gradini, porte antiche e bellissime, bouganville rigogliose e invadenti, Oia è anche molto elegante.
Una birra in un piccolo bar ci permette di guardare un po’ il passeggio e goderci la caldera dal versante opposto rispetto ad Akrotiri. Passeggiamo ancora perlustrando altri angoli, scendendo e salendo molti altri gradini, qualche volta insieme agli asini, legittimi abitanti di questi percorsi, e finalmente viene l’ora di cena. Ci fermiamo in un piccolo ristorante con una bella terrazza panoramica e assaggiamo la zuppa di pesce di Santorini, mussaka e sarde al forno, tutto ottimo. E’ quasi l’ora del tramonto: andiamo a godercelo pienamente a Emeravigli, sopra Fira: siamo in prima fila per uno spettacolo che non dimenticheremo.

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Rientriamo verso Kamari, non è tardi e ci sta ancora una bella passeggiata sul lungomare.
27 giugno
Possiamo permetterci di non approfittare di questo mare perfetto? La spiaggia di Kamari è nera, ampia, molto ben attrezzata. Ci stiamo tutto il giorno, alternando lunghi bagni nell’acqua, che è fresca, leggera e molto salata, e soste al sole bollente che asciuga via tutta l’umidità dei mesi passati. Ci sono 42 gradi, ma non si sentono. La brezza soffia costante e misurata, un piacere continuo sulla pelle.
Ceniamo alla Taverna Sellada, un posto semplice, dall’aria tradizionale, con ottima cucina speziata. Torniamo poi sul lungomare per scoprire una Kamari notturna e modaiola, fatta di locali dalle luci soffuse e musica dal vivo spesso di scarsa qualità. Una forma di divertimento molto globalizzato ma, se funziona, hanno ragione loro. Del resto, per queste isole il turismo è l’unica risorsa. Detto questo, il bilancio è ampiamente positivo.
28 giugno
42 anni, e non posso dire di non sentirli. Anche ultime ore a Santorini, dedicate più possibile alla spiaggia e a infinite nuotate. Alle 15 lasciamo puntualmente il Tamarix del Mar e con il taxi raggiungiamo il porto di Athinios. Arrivarci è emozionante: dopo esserci arrampicati fino a Pyros, in vetta all’isola, si entra nella caldera e si scende per una ripida serpentina fino al mare, con la vista magnifica del piccolo arcipelago rimasto dopo l’eruzione e l’inquietante effetto nuvola del mare che, per il gran caldo, evapora, facendo immaginare ebollizioni profonde.

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La sala d’attesa del porto è costituita da lunghi muretti sui quali sedersi, posti sotto una tettoia per ripararsi dal sole e dal gran caldo. Non c’è quasi nessuno e si sta anche bene, ma siamo molto in anticipo, e piano piano arrivano pullman e taxi che scaricano altri viaggiatori, sia quelli diretti a Creta come noi, che i crocieristi attesi nei palazzi galleggianti che stazionano in rada. Per qualche attimo temo di non cavarmela in mezzo a tanta confusione, ma all’improvviso echeggia una voce, Iraklion! L’aliscafo sta arrivando e ci fanno raccogliere nella zona dell’imbarco. Questo si svolge in modo ordinato e tempi rapidissimi, ripartiamo con solo 15 minuti di ritardo sull’orario. Il mare, nonostante la fama delle Cicladi, è piatto, e alle sette sbarchiamo nel grande porto di Iraklion, nella grande isola di Kriti, tutt’altro contesto che la piccola Santorini. Già l’aria, pervasa da un’umidità tutta continentale, ci fa capire che, anche se un’isola, Creta non lo è così tanto. Dopo la sosta in hotel, il Capsis Astoria, sulla piazza della Libertà, la più centrale, facciamo un primo giro perlustrativo nella zona pedonale, sufficiente a orientarci, e mangiamo mussaka e pesce davanti al mare.
29 giugno
Grande festa a Roma, oggi, è San Pietro, e anche San Paolo, quindi tanti auguri a noi. Devo dire che ne sono arrivati tantissimi. Appena pronti, prendiamo il bus n. 2 che ci porta al palazzo di Cnosso. Credo che, a parte qualche pietrone qui e là, ci sia più ben poco di originale: molto è stato ricostruito dall’inglese Arthur Evans, che ne ha scoperto le rovine, mentre gli affreschi sono stati sostituiti con delle copie, gli originali sono al museo archeologico di Iraklion. DSC01225.JPGMa la ricostruzione in cemento armato, ben riconoscibile, aiuta moltissimo la fantasia nell’immaginare come doveva essere questo palazzo magnifico che oggi compie circa 3700 anni. La società Minoica, vera culla della civiltà europea, era molto evoluta sia dal punto di vista tecnico (le case erano fresche e arieggiate, l’acqua potabile arrivava all’interno, le fognature funzionavano perfettamente, l’igiene era una priorità) sia dal punto di vista politico e sociale. Il re Minosse (un titolo più che un nome proprio) aveva capito che un popolo che sta bene è pacifico e non si ribella, e quindi distribuiva equamente le risorse, assicurandosi pace e prosperità.DSC01238.JPG
Da Cnosso rientriamo a Iraklion e adiamo subito al museo archeologico: vogliamo vedere gli affreschi e i mosaici originali. Ci sono, ma la vera sorpresa è rappresentata dall’enorme quantità di oggetti di uso comune, e dai gioielli esposti. Arrivano da Cnosso, e da molti altri palazzi minoici sparsi nell’isola. Moltissimi pezzi potrebbero ancora valorizzare le nostre case, oggi, tanto sono eleganti ed essenziali, così come i gioielli, raffinatissimi.

DSC01251.JPGDedichiamo il tempo che ci rimane per capire meglio Iraklion. E’ una città abbastanza grande che, al di fuori del centro storico, è costituita da innumerevoli palazzetti non più alti di due o tre piani, dalla forma praticamente cubica, tinteggiati di bianco o di beige, e accatastati l’uno sull’altro senza un ordine preciso. In mezzo a questo caos, i monumenti ancora intatti costruiti dai veneziani intorno al 1500 spiccano senza fatica per bellezza ed eleganza.
Cominciamo da Koulé, la fortezza veneziana che guarda il mare, al limitare del porto. Una costruzione massiccia iniziata poco dopo l’anno mille, e recuperata dai Veneziani dopo la conquista della città, nel XVI secolo. La ristrutturazione da parte della Serenissima ha impiegato 15 anni prima di essere terminata (1525 – 1540), e conserva la possenza di un monumento voluto da una grande Repubblica Marinara, con elementi di delicata eleganza. Rientriamo in centro per ammirare la Loggia veneziana, oggi sede del Comune, la chiesa di Ayios Tio, patrono dell’isola, con un interno magnifico e la facciata nel più puro stile veneto, alla fontana del Morosini, e ci spingiamo fino alla chiesa di Santa Caterina, cattedrale della città, dove scopriamo che ci sono, prospicienti la stessa piazza, altre due chiese.DSC01282.JPG

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Ora c’è solo il tempo di rientrare per una doccia, andare a cena (sempre pesce!).

 
30 giugno – Oggi si cambia! Affittiamo una macchina (ancora rossa) e ci spostiamo verso ovest, a Rethymno. Lo consideriamo un punto di partenza per visitare l’estremità occidentale di un’isola lunga e stretta come appunto è Creta. Purtroppo l’albergo scelto ci delude un po’: è lontano dal centro, ha piscina e spiaggia private, ma della prima non so che farmene, mentre la spiaggia è poco attraente. Non solo, la nostra stanzetta porge sul retro, verso una strada di grandissimo traffico, molto rumorosa. Scopriremo poi che poche centinaia di metri più avanti comincia l’autostrada. Fa molto caldo, un caldo umido e appiccicoso, e nemmeno il mare aiuta, perché ha una temperatura mai sentita prima, tanto è elevata, e un aspetto stagnante, dovuto a frangiflutti posti al largo, che lo rendono ancor meno piacevole. Alla sera facciamo un giro nella città vecchia, che si riscatta con la sua bellezza caratteristica e i suoi negozietti, alcuni davvero originali e di qualità. Merita un approfondimento. Delizioso il vecchio porto, un angolino caratteristico con le casette dei pescatori tutte colorate che si riflettono nell’acqua.

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1 luglio
Eccoci in luglio! Lo accogliamo andando a visitare la spiaggia di Elafonissi, una delle più famose di Creta. Ci vogliono circa due ore, di cui una abbondante sull’autostrada che corre in riva al mare, offrendo scorci meravigliosi, e la seconda tagliando la montagna. Proprio quest’ultima parte, pur lunga per la situazione della strada piena di tornanti, è bellissima: si entra nella Gola di Deliana, dove la roccia si apre in verticale e la si attraversa tutta, in mezzo a fioriture spontanee, pinete festanti di cicale e macchia mediterranea. Alla fine, quando si rivede il mare, si percorre l’ultimo tratto in mezzo a migliaia di ulivi. E finalmente Elafonissi. Non ci sono le parole. La spiaggia bianca, il mare turchese in ogni gradazione, l’acqua placida e fresca, nemmeno una barca. C’è molta gente, ma lo spazio è tanto e ci stiamo tutti. Troviamo un ombrellone e due lettini dove stare comodi, e ci godiamo questo paradiso che sembra portarci direttamente ai tropici. Rientriamo pieni di sale e di sole. Alla sera ceniamo in camera, sul terrazzino rumoroso, e ci ristoriamo con tanta verdura e frutta fresca … e un goloso bombolone.

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2 luglio
Dedichiamo la mattinata alla visita di La Canea (per i veneziani del 1500), Xania (per i greci), Hania (per i turchi) la capitale morale dell’isola. E’ una città estesa, ma l’area interessante è quella antica, del porto e della zona immediatamente retrostante. Mi conquista subito, con i suoi vicoletti pieni di locali e negozi, ma anche tanti fiori che riempiono di colore e si affacciano da ogni angolo. L’area del porto, se da un lato rivela ormai la presenza di hotel senz’altro lussuosi, dall’altra mantiene la caratteristica di una corona di edifici affollati e attaccati uno all’altro, con facciate di diversi colori e tante finestre aperte alla luce. All’estremità c’è la fortezza, chiamata Firkas, oggi sede del museo navale, di fronte il faro veneziano, dall’altra parte la straordinaria Moschea dei Giannizzeri, Kioutsouk Hasan, la più antica di Creta. Oggi è sconsacrata e ospita mostre d’arte, ma all’interno si vede ancora chiaramente il mirhab.

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Arrampicarsi nel dedalo di stradine permette di scoprire sia l’influenza araba, riconoscibile dalle architetture geometriche e prive di ornamenti, sia quella, magnifica, veneziana, con porte e portali finemente modellati e ampie finestre incorniciate da modanature in pietra. Visitiamo anche l’interessante Sinagoga, Etz Hayyim, da poco ricostruita, e una bella chiesa ortodossa.
La mezza giornata è sufficiente per conoscere Xania, torniamo a Rethymno e terminiamo il pomeriggio placidamente in spiaggia. Peccato per il mare così caldo!
La sera, ottima cena da Lemonokipos, dove si mangia all’aperto sotto gli alberi di limone
3 luglio
Abbiamo dedicato l’intera giornata alla visita della laguna di Balos e della fortezza di Gramvoussa. Siamo andati fino al porto di Kissane dove, alle 10 e 40, ci siamo imbarcati non su una barchetta o un catamarano, ma una vera nave, che ha costeggiato tutta la penisola di Gramvoussa e ci ha scaricati, come prima tappa, nella laguna di Balos. La giornata è stata molto ventosa e il mare molto mosso, quindi i tempi di navigazione sono stati più lunghi rispetto alla regola, ma abbiamo fatto tutto. La laguna di Balos è, appunto, una piccola laguna di acqua salata che si raccoglie tra due spiagge bianche aperte, ma protette da una insenatura naturale. Il forte vento ha rinfrescato l’aria e reso possibile la permanenza e il passeggiare al sole per molte ore.

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La seconda tappa è stata dedicata alla fortezza di Gramvoussa, una costruzione di probabile origine turca posta in cima a un costone di roccia, su una isoletta pietrosa del piccolo arcipelago. Forse qualcuno ha raggiunto la cima e la fortezza, forse. Io sono rimasta tranquillamente seduta a bagnarmi nell’acqua trasparente e scaldarmi al sole nella piccola, bellissima spiaggia sabbiosa.
Il percorso di ritorno è stato anche più ballerino che all’andata, un po’ emozionante e anche molto divertente.
A conti fatti, siamo stati in giro per 12 ore. Alla sera, pomodori freschi e olive Kalamata mangiati sul terrazzo, piacevolissimo.

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4 luglio
Oggi è l’ultimo giorno a Rethymno, è il momento di visitare la città con un po’ di raziocinio. E’ una città universitaria, quindi con una parte nuova e anonima, ma la città vecchia è suggestiva e accogliente, con il dedalo di vicoletti che si incrociano uno nell’altro. Naturalmente è una città aperta ai turisti, e i negozi sono praticamente tutti dedicati a offrire souvenirs o prodotti locali. Come a Xania, la contaminazione tra architettura veneziana e araba è continua e senza regole: portali patrizi che si aprono su cortili meravigliosi, finestre grandi con terrazzi fioriti, o cubi di spessa pietra, freschi e razionali. Tra tutto questo, i monumenti più significativi sono la fontana Rimondi, con le teste di leone, la bellissima loggia, il museo archeologico con il magnifico portale e, a fianco, un arco decorato e, sulla grande piazza Andistasis, la moschea di Nerandzes, con il suo minareto altissimo.

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DSC01458.JPGAcquistiamo delle olive Kalamata da portare in Italia, e per puro caso, ci troviamo in un negozio ricco di storia: una ragazza albanese che parla perfettamente l’italiano ci racconta che, durante la ristrutturazione, è emerso uno spazio occupato in passato da una chiesa veneziana e, prima ancora, da un magazzino che i turchi usavano per olio e vino.
Ci dirigiamo verso il mare per rivedere il delizioso porto, quindi proseguiamo per costeggiare l’imponente costruzione della fortezza veneziana, posta sopraelevata, a guardia della città, contro i pirati e gli invasori dal mare. La fortezza sembra emergere dalla roccia, ed è curioso trovare su un lato a metà altezza, una piccola cappella ortodossa completamente scavata in una grotta.

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Nel pomeriggio, meritato riposo in spiaggia, a goderci la mareggiata, e a cena ancora sul terrazzo. Facciamo un’ultima passeggiata per riempirci gli occhi dell’ora del tramonto.
5 luglio
Eccoci arrivati all’ultima tappa del nostro viaggio. Siamo a Elounda, raggiunta dopo circa due ore e mezzo di auto in mezzo a piantagioni di ulivi, montagne di argilla e macchia mediterranea. Arriviamo dall’alto, con un panorama mozzafiato del doppio mare, diviso dalla sottile lingua di terra che caratterizza questo angolo. Elounda è tutta bianca, nuova, e si fatica un po’ a trovarne l’anima, ma è molto carina e vivace. Ha un grazioso porto turistico, una bella passeggiata in mezzo all’acqua, una bellissima spiaggia e tanti locali e negozi.DSC01480.JPG
Per oggi abbiamo girato abbastanza. Il nostro hotel, Elounda Krimi, è molto bello, e ci hanno riservato una stanza con una bellissima vista sul mare. La sera ceniamo molto bene alla Taverna Paradiso, con vista sull’acqua e silenzio totale.
6 luglio
Iniziamo la giornata con una bella colazione all’aperto. Andiamo poi al porto di Elounda per salire su una barca e visitare la fortezza di Spinalonga. C’è molto vento e il mare è un po’ agitato, ma la gita in barca è piacevole. La barca si chiama Margarita, ed è una piccola imbarcazione old style, tutta in legno. La fortezza si rivela una discreta delusione, non fosse altro per il prezzo di ingresso, esoso e inaspettato. Siamo ancora una volta dentro una costruzione fatta dai veneziani, poi occupata dai turchi, che presenta una particolarità recente, datata nel secolo scorso: fino al 1957 è stata zona di confino per i lebbrosi. La fortezza è possente, per quello che ne rimane e che è visitabile, e ci si chiede come e con che mezzi abbiano potuto realizzare una costruzione simile su un’isoletta come questa. La parte che ancora ricorda il soggiorno dei malati è piuttosto triste: piccolissime abitazioni, ormai semi distrutte, una piccola chiesa.
Rientriamo a Elounda e, con mio grande piacere, mi spalmo sulla bellissima spiaggia, davanti al mare incantevole (fresco, trasparente, calmo) e resto lì fino al tardo pomeriggio in pace e riposo assoluto.DSC01496.JPG
Alla sera decidiamo di cenare in albergo, ma non è una buona idea, sembra la cena di un villaggio turistico! Per fortuna la bella passeggiata fino al porto, costeggiando i laghi salati, ci riporta il buonumore

7 luglio
Se sul lato occidentale di Creta la spiaggia più nota e più bella è quella di Elafonissi, da questa parte si visita Vai: un angolo sabbioso preceduto da un fitto palmeto spontaneo, il più grande d’Europa. Si ha quasi l’illusione di essere ai tropici! Raggiungere Vai non è né breve né veloce: si percorre l’autostrada fino a Sitia, poi la strada incomincia a diventare più stretta, mentre il percorso aumenta il suo fascino: si entra letteralmente in mezzo ai monti, rigogliosi di vegetazione e, tra uno scorcio e l’altro verso l’azzurro, finalmente si ritorno al livello del mare, si incontrano le prime palme, ed eccoci!
Mare magnifico, perfetto per lunghe nuotate, sole bollente, brezza fresca e intensa, folla contenuta, una giornata perfetta, che suggelliamo con un’altra ottima cena alla deliziosa Taverna Paradiso.DSC01541.JPG

8 luglio
A parte il vento, ancora un po’ forte, la giornata è perfetta, e ce ne stiamo sulla spiaggia di Elounda godendoci il sole e tante nuotate. A metà pomeriggio ci prepariamo, vogliamo visitare Ayos Nicolaos, il centro più importante di questa zona. Purtroppo si rivela una delusione: completamente sparita ogni traccia di storia, oggi è infestato da costruzioni nuove, spesso molto alte, alberghi vistosi, negozi costosi con brutta merce, automobili e moto che sfrecciano ovunque, anche dove ci si aspetterebbe un po’ di tranquillità. Peccato, perchè paesaggisticamente è davvero bello e particolare, una specie di collinetta circondata per tre quarti dall’acqua, acqua che si insinua a formare un laghetto proprio al centro della cittadina.
Ceniamo molto bene al ristorante Pelagos, in un bel giardino riparato e sotto l’ombrello naturale di un’enorme bouganvillea.
Al ritorno verso Elounda, il mare scintilla sotto la luna piena.

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9 luglio
Siamo agli sgoccioli della vacanza, e il desiderio più forte è quello di godersi le ultime ore sulla bella spiaggia di Elounda. Ma c’è ancora qualcosa che dobbiamo vedere, l’antica città sommersa di Olous. Si trova proprio al di là del breve istmo di terra che collega Elounda con la brulla montagna di fronte. Tutto valorizza la visita: la passeggiata in riva al mare, i vecchi mulini in parte ristrutturati, i resti delle mura della città immersi nell’acqua, una piccola chiesetta ortodossa, e il bel mosaico con i delfini conservato all’interno di una basilica paleocristiana. Tutto questo in un contesto tranquillo e silenzioso, davanti al mare, circondato da pini marittimi e ulivi, dove le cicale non smettono di cantare. Scopriamo un piccolo ristorante sull’acqua, Kanali, e prenotiamo un tavolo per la sera.

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La giornata trascorre in spiaggia, o meglio, in acqua. La serata, un po’ ventosa, è però ricca di soddisfazione: Kanali è un’eccellente scelta, il menu a base di pesce è ottimo, e il servizio è essenziale, ma perfetto. Non potevamo essere più fortunati durante la nostra ultima serata a Elounda.
Rientrando in albergo, la luna piena ci illumina la strada.

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10 luglio
Oggi incomincia il viaggio di ritorno. Salutiamo l’hotel Elounda Krini, che ci stupisce con un piccolo omaggio di prodotti greci. Ci siamo organizzati e passiamo la mattina in spiaggia, ma nel primo pomeriggio ci mettiamo in marcia verso Iraklion. Salutiamo la nostra fida macchinina rossa, ci facciamo una doccia e torniamo a mangiare un’ottima cena greca in riva al mare, davanti a un tramonto che più bello non potrebbe essere.

tramonto
11 luglio
Ready, steady, go!

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(25 giugno – 11 luglio 2017)

 

København

COPENHAGEN
5 settembre 2011 – Atterriamo puntuali da Linate all’aeroporto Kastrup, poi con un comodo treno arriviamo in città. L’albergo, Scandic Palace Hotel, è sulla piazza del Comune, Radhuspladsen, ma soprattutto è astutamente vicino alla stazione, e all’estremità delle strade che portano in centro, Così possiamo liberarci presto delle valigie e iniziate l’esplorazione di Copenhagen. L’hotel è molto lussuoso e panoramico, possiamo così dare IMG_2323una prima occhiata ai tetti della città. Inoltre, in perfetto stile scandinavo, la stanza ci accoglie con un bel cestino per i rifiuti impostato per ricevere la raccolta differenziata.
Di fronte all’hotel sorgono i giardini Tivoli, all’interno dei quali c’è un grande luna park (che non ci interessa). Più interessanti le statue sulla piazza, con i suonatori di corno dall’aspetto decisamente vichingo, la fontana del drago, la statua di Hans Christian Andersen e soprattutto un curioso termometro sormontato da due immagini femminili, una con l’ombrello, l’altra in bicicletta. A seconda delle previsioni del tempo, le due “signore” si affacciano o si ritirano. Anche Copenhagen è una città dove, nonostante le temperature e l’umidità, le biciclette sono diffusissime.

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Imbocchiamo subito lo Strᴓget, la strada pedonale più famosa di Copenhagen, sia per lo shopping che per incrociare e unire i punti più belli. In realtà la definizione di Strᴓget riguarda tutto il lungo percorso di quasi due chilometri, diviso in tratti con denominazioni precise. Iniziamo da Frederiksberggade, primo tratto ricco di negozi curiosi. Tra tutti, vale la pena di ricordare Lego, per le sue costruzioni davvero geniali, e le Sorelle Grene per i deliziosi accessori per la casa. La sede dei magazzini H&M è un esempio interessante di art nouveau danese.

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IMG_2350Raggiungiamo Gammeltorv, la piazza vecchia, caratterizzata dalla Fontana della Carità, ma per me più interessante per il razionale palazzo progettato dal famoso architetto Arne Jacobsen; immediatamente adiacente c’è Nytorv, ovvero la piazza nuova. Tutta la passeggiata è comunque resa interessante dagli edifici storici e patrizi che si affacciano sul percorso, tutti accomunati dallo stile razionale e nordico.
La passeggiata, purtroppo disturbata dal tempo un po’ piovoso, prosegue fino ad Amagertorv, decorata da un’altra bellissima fontana con tre maestose cicogne in bronzo. In realtà pare siano aironi, ma i danesi amano molto le cicogne e quindi preferiscono credere che siano loro gli uccelli rappresentati. IMG_2365La piazza è splendida, un ampio slargo circondato da palazzi del 1600 e del 1700, tra i quali si distingue la sede delle porcellane Royal Copenhagen. E’ doveroso fare un acquisto.

L’ultimo tratto prima di raggiungere la zona del porto è denominato Ostergade. Qui sorge la chiesa sconsacrata dedicata a San Nicola: ha origini antichissime, medievali, ma un incendio l’ha praticamente distrutta del tutto ed è stata ricostruita in più riprese.

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Oggi è sede di eventi ed esposizioni. E’ in questo tratto che incontriamo una pattuglia di guardie reali, con il caratteristico colbacco, reduci dal quotidiano cambio della guardia.
Siamo finalmente a Nyhavn, la vivace e colorata zona del porto, con un continuo via vai di barche e le allegre facciate delle case che si specchiano nell’acqua. Ci regaliamo subito uno spuntino a base di smorrenbrod, il tipico pane integrale danese.

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Riprendiamo il percorso e incontriamo Amalienborg, residenza reale: si tratta di quattro armoniose costruzioni del 1700 che si affacciano su una enorme piazza ottagonale. L’insieme è davvero molto elegante e ci fermiamo un po’ ad ammirarlo. IMG_2400Attraverso i giardini reali raggiungiamo il mare, il tipico mare nordico placido come un lago. E proseguiamo la passeggiata fino a incontrare la famosa Sirenetta. Questo personaggio, che da lontano sembra essere il simbolo della città, in realtà si rivela una piccola statua abbastanza insignificante sistemata su uno scoglio, in un angolo un po’ estremo della città.

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Il percorso stesso ci conduce al Kastellet, ovvero quanto resta di un’area fortificata messa, nel lontano 1600, a difesa della città, dal mare. Oggi l’area mantiene la sua forma pentagonale, e si cammina sui prati, in mezzo al verde, respirando l’aria placida del mare vicino, che alle volte si insinua tra la vegetazione. All’interno, alcuni edifici originali e l’ultimo mulino a vento di Copenhagen.IMG_2420
Appena lasciato il Kastellet, e rientrando verso il centro della città, si attraversa il quartiere Nyboder, eretto nel XVII secolo nel piano di espansione della città, e voluto dal re Cristiano IV per il personale della Marina. Le case sono molto particolari, evidentemente mantengono le caratteristiche originali, e si alternano a spaziosi capannoni. Tutto il quartiere è nello stesso tempo vivo, ma molto tranquillo, con biciclette disinvoltamente in attesa del proprietario, piante e rami fioriti che si arrampicano sulle facciate, ampie finestre spalancate alla luce.

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Accompagnati dal verde diffuso raggiungiamo l’ampia area di Rosenborg Slot. E’ un austero castello in stile rinascimentale olandese, costruito nella prima metà del 1600, e poi ampliato e rimaneggiato, circondato da un parco lussureggiante. Custodisce i gioielli della corona; noi decidiamo di non visitare l’interno, ma di approfittare dello spazio esterno, con i giardini e lo storico fossato.IMG_2436
Poco lontano ci aspetta la Rundetaarn, uno dei simboli della città. Anch’essa nata nel XVII secolo per volere del re Cristiano IV, presenta tutt’ora la bellissima rampa elicoidale con il pavimento in mattoni, grazie alla quale raggiungiamo la cima della torre. Il panorama è aperto su tutta la città, sebbene l’altezza non sia così elevata. I tetti rossi si alternano alle cupole in rame, ormai verde per l’ossidazione, oltre a qualche costruzione più moderna e squadrata. Copenhagen non è, da qui, una città suggestiva.

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Praticamente proseguo della Rundetaarn è la Trinitatis Kirke, con una accogliente facciata in mattoni rossi e un interno gotico, molto solenne, dove le navate sono scandite da bianche colonne e le numerose finestre assicurano una bella luce diffusa. Sull’altare barocco una statua del Cristo guarda i fedeli da una nicchia, dietro una bellissima cancellata in ferro battuto. Nella facciata di fronte, un imponente organo barocco, e al soffitto splendidi lampadari del XVIII secolo.
Ci allunghiamo fino al sobrio ma imponente palazzo di Charlottensborg e diamo una prima occhiata all’area dei musei, in attesa di visitarla meglio domani. E’ ora di cena e scegliamo un ristorante con cucina rigorosamente danese. Prima di rientrare in albergo ci fermiamo a salutare Hans Christian Andersen, comodamente seduto in piazza.

6 settembre 2011 – Dopo un’ottima colazione, attraversiamo il canale e ci avviamo verso Slotsholmen, l’isola dove sorgono i principali musei e alcuni dei palazzi più belli della città. Gli ampi spazi aperti contribuiscono a mitigare l’aspetto maestoso e un po’ severo di queste costruzioni, peraltro tutte di forte equilibrio architettonico e spesso ingentilite da cupole e torrette molto graziose. Alcuni palazzi ricordano lo stile olandese, e tra tutti il più interessante e curioso è quello della Borsa (Borsen), uno dei più antichi e pregevoli della IMG_2501città. Ha una riconoscibile torretta a spirale che lo rende anche molto simpatico, e diventa un riferimento per orientarsi in città. Incontriamo anche vecchie case in mattoni e legno, sicuramente meno preziose, ma altrettanto interessanti. In quest’area sorge il castello di Christiansborg, riferimento molto significativo in quanto sorge dove, nel 1167, venne eretta la fortezza che ha rappresentato il nucleo fondativo di Copenhagen.
Tutta l’area è davvero bella ed elegante, e ammirandola piano piano ci portiamo ancora una volta a Nyhavn, per fare in barca un giro delle isole e del porto.
La prospettiva dall’acqua è sempre coinvolgente, e abbiamo la fortuna di avere una giovane guida italiana, che ci spiega tutto senza, da parte nostra, la fatica della traduzione. Lasciamo il canale in mezzo alle imbarcazioni a vela, mentre da terra ci guardano i colorati palazzi, alti e stretti, che si specchiano nell’acqua. Rivediamo Slotsholmen da una prospettiva diversa, mentre sulla riva si alternano abitazioni tradizionali e altre molto moderne, costruzioni avveniristiche, magazzini. IMG_2538Fronteggiamo Christiania, l’area colonizzata nel 1971 da un gruppo hippy, che per molto tempo ha mantenuto il suo valore sociale e oggi si avvia a una pacifica integrazione, osserviamo le costruzioni e gli strumenti indispensabili all’interno di un porto, costeggiamo Amalienborg, davvero regale da questa prospettiva, ci allontaniamo verso il mare aperto per rivedere la Sirenetta, mettiamo a fuoco la posizione dl famoso ristorante Noma, il migliore del mondo, e ci godiamo il panorama di una città totalmente protesa sull’acqua. Se i palazzi nuovi sono rigorosi parallelepipedi in vetro e cemento, quelli antichi non finiscono di farsi ammirare per le loro proporzioni, alti e stretti, le forme tondeggianti dei tetti, le facciate in mattoni o in sgargianti colori pastello. Il giro si completa con un tour nei canali del centro, per un’ulteriore immagine della città.

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E’ la settimana del design, quindi decidiamo di visitare una mostra dedicata alle nuove idee danesi. “Can design save the world? No, but it can help”, così si presenta l’esposizione di oggetti e arredi di chiaro spirito scandinavo, pulito e lineare.
Rientriamo verso l’hotel e scegliamo, per cena, il Brewpub, una fabbrica di birra, tranquilla e deliziosa. Ci resta il tempo per un ultima occhiata a Radhuspladsen, dove è iniziato, e ora finisce, il nostro breve, intenso viaggio a Copenhagen.

(5 – 6 settembre 2011)

Paradiso Seychelles

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All’Equatore, proprio in mezzo al mondo, dove il giorno e la notte hanno sempre, esattamente la stessa durata. Qui, la vegetazione lussureggiante corre fin quasi al mare, accarezza la sabbia bianca delle spiagge, quasi si tuffa nell’acqua trasparente e calda. Qui il tempo perde la sua dimensione, o forse quella che noi gli diamo, e sembra voler imporre ritmi diversi, indifferenti alle esigenze degli umani. Qui ho vissuto una sensazione di pienezza e di equilibrio con l’Universo che non ricordo di aver provato in altri posti del mondo.
Insomma il Paradiso.
27 aprile 2015  – Siamo pronti alle 10 del mattino e ci mettiamo in marcia per fare tutto con calma. Infatti arriviamo comodi comodi a Malpensa dove, ignari che sull’aereo ci rimpinzeranno, facciamo uno spuntino nel corner di Davide Oldani. L’aeroporto è molto più accogliente, ordinato e “nuovo” rispetto a quanto ricordassi, probabilmente per merito dell’Expo, che aprirà dopo pochi giorni.
2015-04-27 12.26.28Voliamo con Air Emirates, una garanzia di puntualità e comodità, per quanto possibile in classe economica. Abbiamo ampia scelta di film, filmetti e fiction, ma soprattutto abbiamo la telecamera esterna che ci permette di vedere quello che vede il pilota, è che è molto divertente al decollo e all’atterraggio. 2015-05-05 22.03.25
Ci servono un discreto pasto e abbondanti liquidi reidratanti.
La prima tappa, lo scalo è Dubai. Sorvoliamo in parte la città, prima dell’atterraggio, ma dalla nostra posizione non si vede nulla delle più note opere architettoniche, quindi né l’hotel vela né l’arcipelago artificiale. L’aeroporto di Dubai è una specie di enorme lombrico lungo e stretto in mezzo al deserto, e questa conformazione fa sì che in pochi passi si arrivi nell’area centrale, il non-luogo fatto di negozi, corner, spazi di ristoro comuni a tutti gli aeroporti, dove si può trovare tutto quello che in genere non serve. 2015-05-05 13.11.49Abbiamo ben quattro ore di attesa, quattro ore che ci porteranno anche al giorno successivo, visto che è quasi mezzanotte.
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Ci prendiamo una macedonia francese Chez Paul, e approfittiamo delle numerose chaise long a disposizione, cercando abbastanza inutilmente di dormire un po’. Siamo nella penisola arabica e il pubblico è adeguato: almeno la metà degli uomini è vestito come Lawrence d’Arabia, e la stessa percentuale di donne è totalmente velata. Hanno vesti nere e severe che le coprono da capo a piedi, con una sottile fessura per gli occhi, se non addirittura una reticella. L’età si indovina dal modo di muoversi, leggero e veloce nelle più giovani, più incerto nelle più anziane. Sotto questo “abito” si indovinano spesso scarpe grintose dal tacco alto, e borse preziose e griffatissime. Nonostante queste donne si nascondano così meticolosamente, nei bagni dell’aeroporto di Dubai ogni lavabo è dotato dello specchio ingranditore per rifarsi il trucco con precisione.2015-04-27 22.17.41
Siamo ormai arrivati al 28 aprile, alle 2 di notte ripartiamo per l’isola di Mahè. In aereo ci offrono una colazione molto british, omelette con piccole salsicce e funghi, e nonostante l’ora notturna, io mangio anche quelle. Finalmente il cielo comincia a schiarire, e un’alba di fuoco si accende a levante.
La pista dell’aeroporto di Victoria inizia (o finisce) esattamente sulla riva del mare, ed è bellissimo sfiorare l’acqua con le grandi ali di acciaio del nostro Boeing 777, prima di atterrare dolcemente sull’isola principale dell’arcipelago delle Seychelles.

IMG_0582Ci accoglie un paesaggio già molto definito, una vegetazione lussureggiante fatta di palme giganti e alberi takamaka che erompono dalle rocce brune e levigate. Ma il nostro viaggio non è finito, c’è ancora un breve volo fino a Praslin che faremo, con una decina di altre persone, su un piccolo aereo a elica: l’ebbrezza di un volo di uccello.IMG_0588
Arriviamo a Praslin di prima mattina, abbastanza provati da circa 20 ore di viaggio e di tempo trascorso in spazi chiusi e condizionati. Un pulmino ci porta velocemente all’hotel, sulla Cote d’Or, e immediatamente capiamo di aver fatto la scelta giusta. Davanti a noi la spiaggia è lunghissima, bianca di sabbia corallina, praticamente deserta, bagnata dal mare turchese, trasparente. Le palme ombreggiano tutto lo spazio, insieme a rigogliose piante di ibiscus dai fiori colorati gialli e rossi. La camera è un buffo bungalow rotondo piuttosto spazioso. L’umidità tropicale è percepibile, ma non opprime.2015-04-30 09.57.08
Il primo pranzo in hotel è ricco e un po’ troppo italiano … non vediamo l’ora di stenderci sulla spiaggia, rosolarci al sole e tuffarci nel mare trasparente e, come scopriremo, caldissimo. La lunga spiaggia invita alla scoperta, e facciamo una passeggiata per percorrerla (quasi) tutta.
29 aprile – Con un taxi raggiungiamo Anse Lazio, una delle spiagge più famose di Praslin, non solo per la sua bellezza: qui, nel 2011, un turista inglese perse la vita azzannato da uno squalo.
Una caratteristica delle Seychelles consiste nel fatto che non tutte le spiagge sono protette dalla barriera corallina. Se lo è la spiaggia di Cote d’Or, che infatti presenta un mare molto tranquillo, con modesta variazione data dalle maree, diversa è Anse Lazio, che si apre direttamente sull’oceano. Qui le onde sono potenti, dopo pochi metri il mare è profondo, si percepisce la forza dell’acqua e delle correnti. Riusciamo comunque a fare un tuffo, ma molto bello è ispezionare il posto nel suo aspetto naturale, rigoglioso. La fresca spiaggia bianca si alterna con le rocce a panettone morbidamente levigate dal vento e dall’acqua. Un piccolo e placido lago appena rientrato riflette come uno specchio la vegetazione lussureggiante. Percorriamo un tratto di un sentiero non difficile, che si arrampica verso l’interno, ma lo abbandoniamo perché, purtroppo, non ci siamo documentati e non sappiamo né quanto sia lungo né dove arrivi. Del resto, il desiderio di godere pienamente del posto, dove il mare quasi lambisce le foglie degli alberi takamaka, è sufficiente ad accontentarci. Pranziamo al ristorante Le Chevalier, che propone squisita cucina creola, e visitiamo l’Honesty Bar, dove non c’è nessun controllo, semplicemente si paga la consumazione lasciando il denaro in una scatola apposta.

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Al pomeriggio rientriamo: qui la marea è forte e nelle ore pomeridiane l’acqua copre quasi tutta la spiaggia. Dall’albergo andiamo, a piedi, in paese, per un giretto perlustrativo e acquistare dell’acqua delle sorgenti locali.

30 aprile – L’ho detto che il posto è stupendo? Infatti oggi non ci spostiamo: sole, mare, contemplazione della bellezza intorno, facciamo solo un giro in canoa per ispezionare le spiaggette vicine accessibili solo dall’acqua.
1 maggio – Oggi, mentre pensiamo (poco) all’apertura di Expo, restiamo ancora sulla spiaggia dell’albergo a causa di una piccola indisposizione. Il mare, però, è talmente bello e invitante, con tutta la tavolozza degli azzurri e dei verdi, che sappiamo di non perdere proprio nulla. Non ci sono pesci tropicali, ma numerose razze, e capita di vederle nuotare sfiorando il fondo.

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Alla sera ci sintonizziamo sulle notizie italiane e scopriamo che alcune strade di Milano sono state invase dai Black Block. Per contestare l’apertura di Expo hanno sfasciato vetrine, bruciato automobili, sporcato e danneggiato in giro. Per il tempo delle notizie, siamo costretti a tornare a casa. Mentre qui la natura dominante ci mette al posto, e nella dimensione giusta, siamo costretti a ricordare gli sforzi immani che si fanno per fare, e per disfare, qualcosa che comunque non durerà.
2 maggio – Con Marta e Fabio affittiamo una piccola auto e facciamo il giro dell’isola. Fabio se la cava brillantemente nella guida a sinistra e, gentilmente, ci trasporta tutto il giorno. La prima tappa è la riserva naturale della Vallée de Mai, dove cresce il Coco de Mer, una palma gigantesca esclusiva delle isole di Praslin e Curieuse. I suoi frutti, dalla caratteristica e insolita forma di un ventre femminile, possono arrivare a un diametro di 50 cm. e pesare circa 20 chili. Il seme interno è il più grande del regno vegetale. Proprio queste dimensioni e soprattutto il peso spiegano come mai questa noce di cocco sia presente solo qui: non galleggia e non può quindi diffondersi via mare.IMG_0772
La visita della foresta, dal 1982 patrimonio dell’Umanità con la protezione dell’Unesco, è sconcertante ed emozionante insieme: ci si sente delle formichine a passeggiare sotto foglie larghe diversi metri, così fitte da rendere tutto in ombra, avvolti in una umidità surreale, morbida, ovattata. La visita è molto agevole, i percorsi sono ben indicati e molto comodi, e ci meravigliamo di non vedere né animali né insetti, nonostante la dovizia di vegetazione e la segnalata presenza del pappagallo nero, anch’esso endemico.
Terminata la visita al parco, riprendiamo l’auto e ci spostiamo a nord dell’isola, per visitare un’altra spiaggia molto famosa: Anse Georgette. Si raggiunge attraverso gli spazi, anzi, IMG_0775attraverso i campi da golf del resort Lemuria, una struttura molto lussuosa e molto grande, tanto che la passeggiata verso la spiaggia si rivela abbastanza sfiancante, vuoi per la distanza che per i continui dislivelli. Il tempo è un po’ instabile e ci tocca anche un po’ di pioggia, ma ci consoliamo con una golosa e ricca macedonia di frutta tropicale gustata sulla meravigliosa spiaggia bianca. Anse Georgette è bellissima,uno spicchio bianco sull’oceano circondata dalle rocce laviche e dalle foglie rigogliose dei takamaka.

IMG_0788Dopo la sosta e il bagno, completiamo il tour dell’isola, prima con un percorso verso sud e la zona del porto, infine con una sosta e un bel bagno nelle acque cristalline e tra le onde oceaniche di Anse Lazio. Qui un simpatico ragazzo rasta ci racconta un po’ della vita in un paese equatoriale, dove non ci sono stagioni e si va in spiaggia tutto l’anno, ma ci dice anche degli attacchi mortali di squali, abbastanza frequenti (e non eccezionali, come vogliono farci credere) su questa spiaggia. Sono le femmine di squalo, gravide, che nuotano vicino a riva per avere un rifugio sicuro, affamate e aggressive (they are hungry and they are angry) data la loro condizione. Lo squalo non mangia la carne umana, si limita a mordere, ma le ferite dei denti sono così profonde che spesso incidono vasi sanguigni importanti, causando in poco tempo la morte della vittima.
Per fortuna anche nell’acqua relativamente bassa il bagno è molto piacevole, e sicuro!

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3 maggio – Con una piccola barca, oggi andiamo a La Digue, la piccola isola proprio di fronte alla nostra spiaggia, dove non ci sono automobili, ma si gira solo in bicicletta. La corsa in barca è veloce, e appena arrivati troviamo subito dove noleggiare le bici. Ci dirigiamo subito verso la spiaggia più caratteristica, Anse Sourse d’Argent, ma il percorso per raggiungerla è già bellissimo e pieno di sorprese. C’è un gigantesco monolite, ai piedi del quale sono insediate numerose tartarughe, solenni e maestose nella loro placida indifferenza. IMG_0831Percorriamo vialetti sinuosi in mezzo alla vegetazione e alle palme, dove si affacciamo villette dall’aria un po’ retro, ben inserite nell’ambiente. Costeggiamo una piantagione di piante di vaniglia e finalmente arriviamo alla spiaggia, un altro, meraviglioso angolo di paradiso. I piedi affondano nella sabbia candida e fresca, le acque del mare, qui protette dalla barriera, sono tiepide e appena increspate. I colori del mare raccolgono tutte le tonalità del verde e dell’azzurro, mentre sulla spiaggia i monoliti in granito si alternano con le palme e la vegetazione lussureggiante. Non ci facciamo mancare un assaggio di frutta prima di spostarci verso Grande Anse, la spiaggia battuta dalle onde tumultuose dell’oceano. Il percorso, da pianeggiante, si fa un po’ più faticoso, si alternano salite, qualche volta ripide, e discese, ma siamo ricompensati ancora una volta dalla bellezza della natura davanti a noi. Il tempo non è stabile, e in lontananza sul mare si indovinano temporali e acquazzoni. Quando decidiamo di rimetterci in bicicletta per tornare verso il porto, la pioggia ci raggiunge: una doccia decisa, ma tiepida e quasi piacevole, che ci bagna completamente e ci accompagna per tutta la strada del ritorno. Quando la pioggia cessa, dopo pochi minuti siamo incredibilmente già asciutti. Facciamo ancora una passeggiata nella zona più centrale di La Digue, quella immediatamente vicino al porto, in attesa della barca che ci riporterà alla nostra spiaggia, Cote d’Or. In cielo, i pipistrelli della frutta volano instancabili da un albero all’altro.

IMG_0900Per cena ci attende una sorpresa: è stato apparecchiato in spiaggia e mangiamo proprio in riva al mare, tra chiacchiere e relax.

 

4 maggio – L’ultimo giorno di vacanza non può che trascorrere sulla “nostra” splendida spiaggia, in pieno godimento della natura perfetta che ci circonda, del mare tiepido e calmo. Troviamo il tempo per un ultimo giro nelle piccole boutique del paese, dove compriamo qualche regalo e soprattutto qualche ricordo che ci riporti tangibilmente a questo paradiso. Anche oggi pranziamo e ceniamo in spiaggia, con la sensazione di essere tutt’uno con la perfezione millimetrica dell’universo. Domattina partiremo prestissimo, lasceremo l’albergo con il buio e al buio inizieremo il viaggio di ritorno con il breve volo verso Mahè. Ma le sorprese non sono finite: grazie alla luna piena, il mare brilla sotto di noi e la luce ci premette di indovinare l’itinerario.

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Appena atterrati, si apre l’alba, e i raggi di sole arancioni squarciano il blu della notte, con una tavolozza incantevole. Facciamo ancora tappa a Dubai, ma l’aereo che ci riporterà a Milano è un Airbus A380, dotato
di tail camera, grazie alla quale ci sembra di volare seduti sulla coda. …

Una vacanza perfetta, con qualche raccomandazione: gli squali ci sono, e azzannano, quindi meglio fare il bagno dove l’acqua è bassa, o dove ci sono le reti di protezione. Evitare i tuffi nell’oceano, là dove non è protetto dalla barriera corallina: la forza delle onde è inimmaginabile. Infine, sulle spiagge ci sono i sandflies, che pizzicano molto, ma basta spalmarsi bene con l’olio di cocco, che si trova ovunque.

(27 aprile – 4 maggio 2015)